L’abbraccio: il rituale del gruppo di Team Ticino. Nikita Vlasenko è il 108, Antonio Mantia è il 26.

A scuola di talento

Dieci anni di Team Ticino. Dietro le quinte del progetto calcistico, con i giovani Antonio Mantia e Nikita Vlasenko. — PATRICK MANCINI

Qui ci fanno sudare. È tutto un altro calcio, il ritmo è alto, 4-5 allenamenti tosti a settimana più la partita». Da poco, Antonio Mantia, 14enne di Claro indossa la maglia del Team Ticino, rappresentativa che nel 2017 festeggia il giubileo dei 10 anni di attività. Centrocampista, cresciuto nel Bellinzona, Antonio tutti i giorni fa la spola tra Claro, luogo in cui vive, e il Centro sportivo nazionale di Tenero, dove si allena. «Senza contare la scuola. Sto per iniziare la quarta media». Accanto a lui, c’è Nikita Vlasenko, 16enne difensore centrale. «Mi sono formato nel Lugano. Questa è la mia terza stagione con la maglia “cantonale”».

Sulle tracce di Pogba e Ramos

Il primo adora Paul Pogba. Il secondo ha come modello Sergio Ramos. Sono proprio Antonio e Nikita ad aprirci le porte di un mondo fatto di sogni e di sacrifici. «In fondo le due cose procedono di pari passo – evidenzia Augusto Chicherio, presidente del Team Ticino –. Ed è bello constatare come in questo ambiente possano nascere anche amicizie durevoli. Ricordo gli inizi del progetto. Mi entusiasmava l’idea di fare qualcosa di educativo per i giovani, che abbattesse i campanilismi». Da Matteo Tosetti a Simone Rapp, da Mattia Bottani a Dragan Mihajlovic. Sono tanti i calciatori professionisti sfornati in un decennio dal progetto giovanile. Oggi la struttura conta quattro rappresentative, dall’under 15 all’under 18. Nikita milita in quest’ultima. «Abito a Molino Nuovo e quotidianamente prendo il treno e il bus per venire a Tenero, dove frequento anche la scuola per sportivi d’élite. Noi del Team Ticino riceviamo l’abbonamento ai mezzi pubblici come sostegno. Vivo questa esperienza con grande serietà. Voglio giocarmi tutte le mie possibilità. A volte bisogna essere forti mentalmente e sapere dire di no. Ad esempio, quando gli amici ti chiedono di uscire alla sera e tu sai che il giorno dopo hai la partita».

Augusto Chicherio, presidente del Team Ticino: «Siamo poveri, ma riusciamo a fare un buon lavoro».

Antonio racconta delle selezioni che ha affrontato per approdare al Team Ticino. «Gli osservatori ti seguono già quando sei piccolino. Adesso tocca a me. So che il calcio è un’opportunità, anche se nella vita bisogna avere delle alternative. A me piacerebbe studiare come ingegnere civile. La cosa che più mi sorprende è ritrovare, oggi e con la stessa maglia, tanti avversari incontrati sui campi negli anni scorsi». «L’ambiente è eccezionale – gli fa eco Nikita –. È come se fossimo in una grande famiglia. Prima di ogni partita ci mettiamo in cerchio, abbracciati, e urliamo per tre volte “Team Ticino”. È il nostro grido di battaglia. E al ritorno dalle trasferte, sul bus, si canta “Io vagabondo”, dei Nomadi».  

Poveri, ma belli
Un sussidio di 250.000 franchi da parte della Federazione svizzera, altri 250.000 franchi dai club. Poi c’è lo sponsoring, che assicura ulteriori 250.000 franchi. Infine, le tasse pagate dai genitori e il sostegno di Gioventù e Sport. Con un milione di franchi, il Team Ticino ha il budget più piccolo tra le 14 rappresentative regionali in Svizzera. «Il Basilea ne ha 7 – evidenzia Chicherio –. Siamo i più poveri, ma riusciamo a fare un bel lavoro. Abbiamo una trentina di collaboratori, tra allenatori, fisioterapisti e preparatori. Lavoriamo con circa un centinaio di talenti all’anno. Da questa scuola di vita sono usciti più di dieci professionisti. Ne siamo orgogliosi».

Quali sono gli aspetti più delicati con cui un allenatore del Team Ticino è confrontato?
L’aspetto mentale conta più di quello tecnico. I ragazzi devono capire che se si vuole approdare all’élite, non ci si può impegnare a metà. Più si cresce, più mantenere determinati impegni diventa complicato. I ragazzi arrivano da noi a 14 anni e hanno in testa solo il calcio. Poi subentrano altri interessi. Bisogna sapersi dare un equilibrio. Oggi i giovani vedono i grandi calciatori attorniati da donne stupende e da belle macchine. Sembra che sia tutto facile. Quella, però, è solo un’illusione. Ci sono tanti sforzi da fare. E ci vuole costanza.

Quanto conta la famiglia nella crescita sportiva del ragazzo?
Tanto. Chi, sin da piccolo, ha ricevuto una determinata educazione, capisce maggiormente cosa significhi impegnarsi. Con altri il discorso è più difficile. Non basta essere bravi col pallone. Per fare il grande salto, c’è uno stile di vita che va sposato. Dall’alimentazione alla cura del proprio corpo. Il genitore? Dovrebbe evitare di caricare il ragazzo di aspettative, ma metterlo sempre di fronte alle proprie responsabilità. In modo costruttivo. Hai fatto un errore? È umano. E adesso cosa puoi fare per migliorare? Questo è il concetto.

Lei è uno dei “papà” del
Team Ticino. A dieci anni di distanza, quali sono le sue sensazioni?
Siamo riusciti a mettere d’accordo un po’ tutti e a mantenere buoni rapporti con i club. Questo è motivo di fierezza. Pensando al futuro, mi piacerebbe che si riuscissero a trovare mezzi finanziari supplementari. Il budget non è tutto. Ma con qualche risorsa in più, potremmo migliorare ancora.

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