Alex Dorici all’opera.

Incontro con Alex Dorici

L’artista trentaseienne non sta rinchiuso nella sua torre d’avorio. Il suo atelier di predilezione è la strada, dove distoglie i passanti dalla routine.

A volte l’arte è un po’ come i giochi da bambini. Presente fin da piccolo quando devi fare la scelta di campo? O guardia o ladro? Ecco, a volte un destino ti può durare anche più in là dell’infanzia. Alex Dorici, madre portoghese, padre bergamasco, nato a Lugano, ha 36 anni ed è un artista che si è sempre mosso come un ladro. Intendiamoci, un ladro gentiluomo. Uno che «ruba» gli spazi disabitati delle città per ridargli dignità.

Come? Attraverso le sue manipolazioni creative e spiazzanti. Usa scotch, cartoni, corde e costruisce nuovi arredi urbani. E di colpo quegli angoli di mondo è come se tornassero a vivere. «A me non piace il tipo di artista bohémien che sta chiuso nel suo bozzolo. Io sono l’esatto opposto: scendo in strada e là faccio le mie cose. Per me è come riappropriarmi degli ambienti esterni che ci circondano nella quotidianità». Si chiama street art, proprio per questo. L’intervento estetico che irrompe in uno spazio pubblico. Può essere un suo disegno geometrico, fatto di cubi o triangoli, ma può essere anche una performance. Come quando ha infilato dentro un sacco a pelo un manichino in pieno centro a Lugano e l’ha ricoperto di cartoni come fosse un vero clochard. «Mi interessava vedere la reazione dei passanti di fronte a una presenza così insolita rispetto alle abitudini dei benestanti luganesi. Così mi sono messo semplicemente a guardare: c’era chi tirava dritto senza preoccuparsene, chi invece si scandalizzava o chi ancora ha subito chiamato la polizia. Tutte reazioni che ti danno il senso di quelli che sono gli umori di un determinato periodo storico».

Street art: arte o atti vandalici?
A maggior ragione, se la discussione riguarda i graffiti. Arte di strada o atti vandalici? Una domanda che torna sempre a galla come un tappo di sughero. «Le mie incursioni vogliono essere costruttive e non sono fatte per dare fastidio. Mi capita spesso che anche quando tolgo un mio lavoro da una parete pubblica come può essere la vetrina di un locale in disuso, ci sono persone che mi fermano, chiedendomi se prima possono scattare una foto». Souvenir così, destinati a scomparire, che si sommano invece a quelli che restano, assieme ai complimenti di un pubblico sempre più largo che apprezza i gesti artistici di Alex Dorici. Un’arte, la sua, che vive nella vita di tutti i giorni, scivola accanto ai ritmi frenetici di chi si reca al lavoro, arricchendo il nostro sguardo. Una consapevolezza a cui Dorici è arrivato dopo un lungo percorso di formazione. «Finito il liceo artistico a Como, ho frequentato il corso di restauro murale della Supsi. Si trattava di decorazione architettonica, ma non mi sentivo a mio agio a stare nei ranghi di una manualità così minuziosa. Così sono ritornato a Como per iscrivermi all’Accademia di Belle Arti. Pittura e incisione i miei indirizzi». Ma è proprio al termine del periodo scolastico, dopo la tesi, che arriva la folgorazione. Parte per Parigi. Destinazione: il famoso atelier 17 a Montparnasse di Hayter, pittore e incisore inglese morto nell’88. «Sono stati i miei professori a dirmi di provare a bussare a quella porta. Da lì, per dire, erano passati grandi nomi come Picasso o Miró. Dovevo rimanere 3 mesi e invece ci sono restato per 5 anni, perché lì ho trovato una grande famiglia colorata di artisti sempre pronta a sperimentare nuove tecniche. Gente dalle provenienze più disparate: Asia, Sudamerica, Maghreb».

«

Le mie incursioni vogliono essere costruttive  »

Il rientro in Ticino
Rapporti che non si sono scollati, una volta che Alex è tornato a Lugano. Il distacco più che altro avviene invece dalle tecniche tradizionali. Non più tele a due dimensioni, ma ora l’estro abbraccia anche la terza dimensione degli ambienti urbani e degli oggetti ritrovati. «Un giorno, un amico che aveva una ditta di imballaggi mi ha portato tipo un migliaio di scatole della frutta. Le guardo e mi dico: e ora cosa me ne faccio? Così inizio a pitturarci sopra. Scatola dopo scatola. E il risultato finale diventa una grande installazione fatta di materiali di scarto». Sono le sue prime installazioni datate 2007 e da lì parte una ricerca su forme ed elementi che consentono ripetizioni modulari. Come quando, per un’iniziativa intitolata «Stiamo lavorando per voi», Dorici ha fatto scendere dai balconi dell’autosilo Balestra dei lunghi tubi rossi in PVC.

La stessa cosa poi è stata fatta anche sui finestroni degli studi televisivi di Comano e poi ancora sul suolo di piazza Riforma per creare degli «inciampi artistici» alle passeggiate della gente comune. Interventi fatti apposta per rompere il tran tran delle percezioni nella routine quotidiana. Perché se è vero che Dorici ha insediato il suo quartier generale in un atelier in via Bossi e alla Buchmann Gallery di Agra, dove è presente con una sua installazione, Lugano rimane il suo vero laboratorio a cielo aperto. Un luogo che lui usa sempre a 360 gradi.

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TESTO: Gudrun De Chirico

FOTO: Sandro Mahler

Pubblicazione:
lunedì 27.04.2015, ore 00:00


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