Coppie gay: ancora oggi molte devono munirsi di coraggio per uscire allo scoperto.

Amori invisibili

L'omosessualità è un naturale orientamento sessuale. Ma ancora oggi, persone gay vivono spesso nell’ombra a causa della stigmatizzazione che pesa su di loro. Con conseguenze a volte tragiche, soprattutto tra i giovani.

C’è un gran viavai alla stazione di Lugano. È un afoso pomeriggio estivo, aria di vacanza. Chiacchiericci, risate, grida, annunci di ritardi, fischi di capotreni. Coppie che partono in viaggio, che si ritrovano, che si salutano. Baci, abbracci e qualche effusione spinta. Ma nemmeno l’ombra di una coppia omosessuale. Eppure, secondo le stime, gli omosessuali rappresentano circa il 10 per cento della popolazione. Qualcosa non torna. Evidentemente c’è chi adotta un comportamento discreto per non attirare sguardi sprezzanti e commenti offensivi, e chi non è ancora “uscito dal ripostiglio” (dall’inglese “coming out of the closet”) e non ha rivelato la propria omosessualità.

Un segreto pesante
Come Alice*, che mi aspetta ai piedi della funicolare. Camicia jeans e pantaloncini, occhiali da sole colorati, stile vacanziero: si sta godendo le prime settimane libere da impegni dopo gli esami di maturità. La giovane è disposta a raccontare la sua storia a patto di restare anonima: non ha ancora parlato della sua omosessualità con i genitori. «Ho detto ai miei che uscivo con delle amiche» confessa mentre ci accomodiamo alla terrazza di un bar sul lungolago. Si sistema i capelli scompigliati dal vento e sorseggia una spremuta d’arancia. «La mia è stata una presa di coscienza graduale e naturale. A 16 anni ho fatto il mio primo coming out. È stata una giornata che non dimenticherò mai. In pausa pranzo la mia migliore amica voleva dirmi qualcosa di importante. Mi ha confidato di essere lesbica. In verità non ero sorpresa e come risposta le ho detto che anche io lo ero. Il pomeriggio sono stata interrogata alla lezione di storia. La peggiore interrogazione della mia vita: ho fatto scena muta, pensavo a tutt’altro» ricorda emozionata.
La diciottenne conosce altre ragazze lesbiche, alcune vivono apertamente la propria omosessualità. Ma lei, questo passo, ancora non l’ha fatto. «La cosa più difficile è parlarne ai genitori, sono le persone a cui voglio più bene. Non ho paura del momento in cui lo dirò, ma di quello che potrebbe succedere dopo. Nella mia testa ho immaginato tutti gli scenari possibili: che mi accompagnino al pride o che mi caccino di casa. Abbiamo un bellissimo rapporto, non vorrei rovinare tutto» afferma pensierosa, girando la cannuccia nel bicchiere.
Nella sua classe, su 18 compagni, altri due erano omosessuali. «Ho attorno a me persone nella mia stessa situazione, non ho vissuto nessun disorientamento. Mi ritengo fortunata» racconta serena. Alice non è stata vittima di omofobia, ma è delusa dell’assenza di tematiche Lgbt (acronimo per persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender, ndr) a scuola. In occasione delle giornate autogestite nel suo liceo, un gruppo di studenti intendeva invitare Imbarco Immediato, un’associazione ticinese che si occupa di questioni Lgbt. La direzione aveva però bocciato la proposta. E anche gli insulti omofobi sono all’ordine del giorno, e pure se non rivolti direttamente a lei, non sono meno dolorosi da incassare. Nel 2010 Zona Protetta, un’altra associazione ticinese che si occupa di queste tematiche, aveva pubblicato cifre poco incoraggianti: il 57% degli allievi ticinesi che avevano preso parte al sondaggio affermavano di sentire spesso insulti omofobi e solo il 4% del campione dichiarava che di fronte a queste offese qualcuno interveniva sempre. «Non dovrebbe essere normale che ciò accada, ma devi passarci sopra, altrimenti non vivi più» commenta rassegnata Alice.
 

Michele di Paolo con sua madre, Stefania: il loro è un legame fortissimo.

Bullismo omofobico
Michele Di Paolo non era riuscito a passarci sopra. Ai tempi delle scuole medie ha vissuto un vero e proprio calvario. «Mi davano del frocio, del gay. Ricevevo minacce a casa. Mio fratellino non era più invitato a giocare dai suoi amici perché era il fratello del gay e le mamme temevano che potesse contagiare i loro figli. Non avevo amici, nessuno voleva avvicinarsi a me. Avevano paura di “ammalarsi” della mia stessa “malattia”. Io allora vivevo nel mio mondo, non sapevo nemmeno cosa volesse dire omosessuale» ricorda.
Oggi Michele è parrucchiere e consulente d’immagine a Lugano. A soli 25 anni, conduce con successo la propria attività, e nel suo luminoso studio si respira un’aria cosmopolita, forse quella in cui lui stesso è stato avvolto durante la sua formazione a Londra. Alto, slanciato, occhiali trendy che mettono in risalto due grandi occhi azzurri, sorridente, l’aria di chi è sicuro di sé. Accomodato su una poltrona del suo salone, Michele cerca nello specchio la complicità nello sguardo di sua madre Stefania, seduta accanto a lui. «Un giorno, tornando a casa, l’avevo trovato accovacciato nel sottoscala. Piangeva e mi aveva detto che non voleva più andare a scuola» racconta la madre. La soluzione proposta allora dall’assistente sociale è quella di trasferire il ragazzo in un’altra sede, di sanzionare la vittima piuttosto che punire i bulli: «Non possiamo spostare tutta la scuola media» sarebbe stata la sua giustificazione. Ma le voci precedono l’arrivo di Michele, le vessazioni continuano. Un compagno addirittura si finge gay per smascherarlo di fronte a tutta la sede pubblicando nella bacheca scolastica la conversazione avuta con lui in chat. Nel tentativo di capire il suo orientamento sessuale, il giovane si mette nei guai. Crede di aver trovato un adulto in grado di comprenderlo. In realtà, il padre di un suo coetaneo, dopo aver conquistato la sua fiducia, abusa di lui. Lo sguardo di sua madre si fa cupo: «Provo un senso
di colpa profondo per non aver capito cosa stesse succedendo. Se lo avessi saputo, lo avrei protetto».
A 16 anni, Michele non ce la fa più. «Ero sul letto e piangevo disperato quando mia mamma è entrata in camera chiedendomi cosa avessi. Le avevo detto che non potevo parlarne, che era una cosa bruttissima». La madre è sorpresa quando Michele le svela la sua omosessualità, ma lo sostiene da subito. «Ero impreparata. Come mamma, quando hai un figlio, ti auguri solo che sia sano, non pensi al resto. Gli avevo detto che la sua omosessualità faceva parte di lui, così come il colore dei suoi occhi e dei suoi capelli. All’inizio mi aveva accusata di essere la causa della sua condizione. Aveva consapevolezza della sua omosessualità, ma non l’aveva ancora accettata».
Oggi Michele è felice: «Ho successo perché sono me stesso. E ho avuto la mia rivincita: quest’anno alcuni miei ex compagni di scuola sono venuti da me a farsi fare i capelli. Ho fatto finta di niente»
sorride senza amarezza.


Le cifre del disagio
La storia di Michele non è un caso isolato. Uno studio pubblicato nel 2013 dall’associazione ginevrina per i diritti gay Dialogai assieme all’Università di Zurigo ha dimostrato che mediamente i giovani prendono coscienza della loro omosessualità verso i 12 anni, ma la rivelano a 17, vivendo 5 anni di profonda solitudine. Da un lato devono far fronte a un mondo circostante ostile, dall’altro devono compiere un grande lavoro di accettazione personale. A volte con gravi conseguenze: i casi di depressione sono molto più frequenti e i tentativi di suicidio sono dalle 2 alle 5 volte più elevati tra i giovani Lgbt che tra i loro coetanei eterosessuali; un uomo  gay su 5 ha compiuto un tentativo di suicidio e la metà di questi avviene prima dei 20 anni. Il momento del coming out è quindi particolarmente a rischio.
Questo malessere diffuso tra i giovani Lgbt è confermato anche dal rapporto pubblicato lo scorso giugno dall’Istituto universitario di medicina sociale e preventiva di Losanna. I risultati delle indagini, svolte presso 5mila allievi  nelle scuole vodesi e zurighesi, dimostrano che i giovani non esclusivamente eterosessuali sono più esposti a diverse forme di violenza e di bullismo, e percepiscono il clima scolastico in modo più negativo rispetto ai loro compagni eterosessuali. In genere tutti gli studi giungono alla stessa raccomandazione: è urgente affrontare questi temi nelle scuole.


Proposte dalla Svizzera romanda
In questo ambito, Vaud e Ginevra,  con posti statali specificamente dedicati alla tematica, dimostrano di avere a cuore il problema. «A lungo ho creduto che ci si dovesse concentrare sui progetti per gli allievi, dato che sono il futuro. Ma ora penso che la formazione dei docenti sia prioritaria perché constato che riproducono numerosi cliché e spesso propongono esempi molto conformisti nei loro corsi» osserva Franceline Dupenloup, incaricata di progetti contro l’omofobia e la transfobia al Dipartimento dell’istruzione pubblica ginevrina (Dip).
Il posto è stato creato nel 2009, in seguito alla pubblicazione del libro “Adolescents homosexuels” della docente vodese Elisabeth Thorens-Gaud, che aveva messo in luce le sofferenze degli allievi Lgbt, e come risultato del primo ciclo di conferenze contro l’omofobia in ambito scolastico organizzato dalla Federazione ginevrina delle associazioni Lgbt e sostenuto dalla Città e dal Cantone di Ginevra. Forte del sostegno del mondo politico e della ferma volontà espressa dall’allora responsabile del Dip Charles Beer, nelle scuole – anche se non in modo sistematico – parte una serie di programmi elaborati in  collaborazione con la Federazione: dalla sensibilizzazione degli studenti alla formazione dei docenti.
Gli effetti positivi sono visibili: «Gli insegnanti lo affermano all’unanimità:
il clima nelle sedi, soprattutto nelle classi conflittuali, si trasforma in modo positivo in seguito ai nostri interventi – sottolinea Franceline Dupenloup –. Abbiamo fatto grandi progressi, ma vorrei che nessuna sede scolastica sfuggisse a questa trasmissione di valori».


Manifestare per i diritti Lgbt è manifestare per i diritti umani. Sfilata a Varese il giugno scorso. Nel 2018 avrà luogo il primo gay pride in Ticino, a Lugano.


Un progetto per i giovani
Sarebbe illusorio credere che la scuola possa risolvere da sola questo problema di società. Ne è cosciente la Federazione ginevrina stessa, che nel 2008 ha avviato un programma dedicato ai giovani: Totem. Due volte al mese, in un locale vicino alla stazione di Ginevra, i ragazzi tra i 15 e i 25 anni che si sentono toccati dalle tematiche Lgbt possono incontrarsi per un momento conviviale, organizzato da volontari specialmente formati. Si passa da serate di discussione ad appuntamenti più leggeri.
Oggi, dopo aver fatto quattro chiacchiere e mangiato un boccone, le animatrici propongono al gruppetto di 13 giovani di giocare a Pictionary. «I giovani che vengono da noi hanno bisogno di identificarsi con altri ragazzi nella loro condizione, ma per loro è anche importante potersi confrontare con adulti che rappresentino un esempio positivo» spiega Alexiane Yannacopoulos, volontaria da 5 anni. Le squadre giocano animatamente, il clima è disteso e allegro. «Sono sempre sorpresa dall’affetto che dimostrano tra loro» osserva un’altra animatrice.
«È la prima volta che vengo a Totem. È il mio ragazzo che mi ci ha portato». Alain* ha 18 anni e ha scoperto la sua omosessualità a 16, ma ha fatto coming out solo due mesi fa in famiglia. «A scuola molti miei compagni gay hanno sofferto di depressione. Alcuni uscivano con ragazze per non farsi scoprire. Era un ambiente ostile che non invitava a fare coming out. Sono contento di averne parlato con i miei genitori. Temevo che mi avrebbero guardato in modo diverso, invece è andata benissimo» sorride sollevato.
Yves* ha 22 anni e ha già partecipato a diverse serate Totem, ma non ha ancora fatto coming out: «Ho sentito mio padre dire che gli omosessuali andrebbero bruciati. Il tono non era serio, ma ora non me la sento di dirgli che sono bisessuale. Vengo a Totem perché qui possiamo parlare liberamente, senza essere giudicati. Qui siamo tutti normali, mentre là fuori ci vedono come anormali» confessa sulla soglia, a fine serata. Assieme a tanti altri, questi giovani aspettano solo il giorno in cui per tutti sarà chiaro che, come recita il volantino di Totem, «l’eterosessualità non è normale, è solo comune». l

(*Nomi noti alla redazione).

Imbarco Immediato crea spazi di incontro e collabora per realizzare manifestazioni per la comunità Lgbt.

Zona Protetta si occupa della salute e del benessere delle persone omosessuali.

In Svizzera romanda e tedesca ci sono anche associazioni specialmente dedicate ai genitori, soprattutto per sostenerli nel momento del coming out dei loro figli, Parents d’homos e Fels.

Servizio di: Raffaela Brignoni       Foto: Fotolia, Sandro Mahler, Ti-Press.

Pubblicazione:
lunedì 13.11.2017, ore 11:00