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Claudia Crivelli
ha scritto il 13.11.2017


Ancora a proposito di cura…

Nella situazione terapeutica, il tempo che paziente e terapeuta si dedicano reciprocamente è di per sé un dono che ha qualcosa di amoroso, una sorta di appuntamento…

Anche se non romantico! C’è molto bisogno di ascolto, nel mondo. Molto bisogno di pace, di tranquillità, di un luogo dove essere al centro dell’attenzione benevola di un altro essere umano. Terapeutico di per sé è il senso profondo e sincero di essere accolti, compresi, o perlomeno non giudicati. Nel nostro mondo improntato al narcisismo vi è molta esposizione di sé, non disgiunta da un perenne e logorante confronto con gli altri. Il confronto, inevitabilmente, genera sofferenza: ci sarà sempre qualcuno che incarnerà qualità che a noi mancano, la cui mancanza si fa particolarmente dolorosa in momenti sensibili della vita. Pensiamo al vedere le donne in gravidanza da parte di una giovane sposa che non riesca a concepire; oppure al confronto con le “famiglie felici” per chi è alle prese con una grande delusione amorosa; oppure ancora al confrontarsi con lo splendore della giovinezza nella fase in cui si avverte che il proprio arco vitale stia definitivamente volgendo verso la vecchiaia. Inoltre il confronto, enfatizzato dai media, dai social, dallo stile di vita imperante, ci distoglie dalla nostra propria vita, da quello che è il nostro destino, dalla costruzione della vita che vogliamo profondamente e intimamente, spesso in modo confuso, fuggevole, non immediatamente comprensibile. Il disegno di una vita risulta chiaro soltanto al termine della stessa, ma spesso sfugge mentre la stiamo vivendo. Per questo, è di estrema importanza fermarsi a riflettere, e confrontare le proprie sensazioni con una persona che sia equilibrata e benevola. Equilibrata perché il mondo porta con sé molti motivi per perdere l’equilibrio, naturali o indotti, e confrontarsi con qualcuno che abbia trovato un proprio centro di gravità, in grado di tenerlo saldo anche mentre la tempesta infuria, è essenziale nei momenti di sofferenza. E’ inoltre necessario che il terapeuta sia una persona benevola, ovvero che abbia un atteggiamento autenticamente aperto, amichevole, non giudicante. La nostra personalità si è difatti sviluppata a contatto e in reazione con le figure genitoriali che inevitabilmente abbiamo sentito, almeno in alcuni momenti sensibili dello sviluppo, contenitrici (siccome il loro ruolo era quello di dare dei limiti) e giudicanti, ovvero diverse da noi, incarnanti modelli e stili di vita dai quali, pur con tutto l’amore del mondo, sentivamo di doverci staccare, evolvendo alla ricerca della costruzione della nostra propria vita: che ha radici nella famiglia di origine, ma i cui rami debbono protendersi verso il cielo per poter crescere armoniosamente. Questo è il punto: l’amore è sempre sofferenza. La lacerazione nel riconoscere che una parte di noi è ancorata in qualche luogo (la famiglia d’origine, e più avanti un amore adulto e la famiglia che abbiamo costruito), e che un’altra parte aspira ad un altrove che ci sfugge, che non conosciamo ancora ma che, senza conoscerlo, ci attrae. E quest’aspirazione, questa nostalgia per un luogo spirituale che non sappiamo ci dilania, perché sentiamo la pesantezza delle nostre radici, squarciati tra terra e cielo. Vorremmo essere angeli, o almeno uccelli che si librano leggeri in volo, e invece siamo alberi ancorati alla terra.


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