Il corrispondente da Londra dalle mille cravatte

Il giornalista Antonio Caprarica è rimasto legato all’Inghilterra, che considera la sua seconda patria. A giugno uscirà il suo ultimo libro, sulla morte di Lady D. — GINO DRIUSSI

Molti lettori lo ricorderanno per la sua eleganza, per le sue cravatte e per quel filo di sottile e brillante ironia, accompagnato da un “aplomb” tipicamente inglese, con i quali condiva i suoi servizi per la Rai nel periodo in cui è stato corrispondente da Londra. Stiamo parlando del giornalista e saggista  Antonio Caprarica, che ha scelto  Ruvigliana per trascorrervi parte della sua vita da “pensionato attivo” (ha compiuto 66 anni il 30 gennaio). Lugano come “buen retiro”, dunque? «No, non è il termine più appropriato, in quanto non sono affatto in ritiro. Mia moglie, la pianista russa Iolanta Miroshnikova, ha acquistato un po’ più di 10 anni fa una casa in questa città ed è uno dei luoghi che frequentiamo, alternandolo a Londra e, in estate, al mare di  Puglia, dove sono di casa essendo nato a Lecce. Lugano è un posto meraviglioso  dove appartarsi per scrivere, per riflettere, per riposare e ha il vantaggio di essere vicino all’Italia, dove mi reco ancora spesso per svolgere la mia attività giornalistica».
Laureatosi in filosofia all’Università La Sapienza di Roma, Caprarica  si appassiona presto al giornalismo e,  dopo aver lavorato nella carta stampata, approda alla Rai nel 1988. «Fui assunto in Rai da Biagio Agnes, un grande uomo di televisione e il  mio primo servizio importante fu dall’Afghanistan, dove fui inviato a coprire la ritirata dei russi da Kabul. Noi della Rai fummo gli unici a salire sui carri armati sovietici, per cui  il nostro  reportage venne ripreso da tutte le televisioni europee».

Londra: un ritorno a casa
Dopo l’Afghanistan, ci furono l’Iraq, il Medio Oriente, Mosca, ma non c’è dubbio che a marcare la carriera di Antonio Caprarica furono gli anni  trascorsi a Londra, dapprima dal 1997 al 2006 e poi dal 2010 al 2013. «In qualche modo è stato una specie di ritorno a casa, il che può sembrare strano, in quanto io sono italianissimo e orgoglioso di esserlo, ma ho sempre considerato  l’Inghilterra come la mia  seconda patria, perché l’ho conosciuta da giovanissimo. Il mio primo viaggio nel Regno Unito risale a quando avevo 14 anni: i miei genitori mi ci spedirono per imparare l’inglese. In realtà, l’inglese non lo imparai, invece appresi a rollarmi una canna, a bluffare a poker e a baciare le ragazze, ossia tre attività importanti, oltre al rispetto delle code e alla buona educazione. Tutto ciò credo che abbia orientato il resto della mia vita, compresi i valori del liberalismo e della libertà. Inoltre mi ha sempre appassionato  e incuriosito quella che può sembrare  una contraddizione, cioè un Paese che è tra i più avanzati del mondo che convive  benissimo con una istituzione  apparentemente anacronistica come la monarchia». E tra la ventina di libri scritti da Caprarica, molti  sono dedicati proprio alla Gran Bretagna, tra cui l’ultima sua fatica. «Sì, il libro, che uscirà in giugno per le edizioni Sperling & Kupfer, si intitola “L’ultima estate di Diana” ed è una ricostruzione  delle settimane che hanno preceduto la tragica morte della principessa del Galles, di cui ricorre quest’anno il ventesimo anniversario. Ho voluto scriverlo soprattutto per i ventenni di oggi che non l’hanno conosciuta, perché secondo me Diana è stata la prima celebrità globale. Questo suo status quasi “semi-divino” e la sua morte fin troppo umana e  banale sono sempre stati difficili da conciliare e questo ha alimentato tutte le teorie complottistiche ben note».

Un migliaio di cravatte
Chiudiamo il nostro ritratto di Antonio Caprarica con un argomento più leggero: la sua passione per le cravatte, di cui è un collezionista da Guinness dei primati, poiché ne possiede un migliaio. «Deve essere un fatto ereditario: anche mio padre era un grande cultore delle cravatte. Essendo un buon sessantottino, io ho attraversato la fase giovanile, rivoluzionaria, in cui la cravatta era bandita. Finita la “rivoluzione”, mi sono rimesso la cravatta (che avevo già portato, come si usava, quando andavo al liceo) e da allora non me la sono più tolta per una serie di ragioni:   intanto  perché mi piace, poi perché l’abbigliamento maschile, rispetto a quello femminile, è piuttosto triste e indistinto, per cui la cravatta è l’unica concessione alla fantasia  che gli uomini si possono permettere. Lord Chesterfield diceva,  nel  ‘700, che l’abito è lo stile del pensiero. Ebbene, io uso le cravatte per segnalare come sta il mio pensiero in quel momento: se è più serio, più allegro, più giocoso, a dipendenza del colore della cravatta che indosso. E poi  mi sembra che presentarsi con la cravatta  nelle trasmissioni televisive cui collaboro ancora, tra cui quelle della  7 e  di Sky, sia una forma di rispetto nei confronti della gente  che ti apre la sua casa attraverso il piccolo schermo».

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