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Odiava la musica alta: adesso è una popstar

L'INCONTRO — Quella di Aris Bassetti non è la classica storia del bimbo prodigio. La musica la scopre tardi, ma brucia le tappe e ci si butta a capofitto.

http://peterkernel.tumblr.com/
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Fare baldoria mi faceva quasi paura»

Lo vedi sul palco durante un concerto ed è lì, con i capelli lunghi che frusta l’aria, la chitarra che spreme i suoni più aggressivi e il respiro di chi affronta di petto le sue canzoni. Ma come spesso accade, un conto è il momento dello spettacolo, un conto la vita di tutti i giorni. Perché lui, Aris Bassetti, classe 1977, di Arbedo, uno dei più quotati musicisti svizzeri del momento, spenti i riflettori, è sempre stata una persona timida. Fin da adolescente, quando persino alle feste andava malvolentieri, per il frastuono della musica troppo alta. «Sono sempre stato un ragazzo schivo, parlavo poco, preferivo starmene in disparte e fare baldoria mi faceva quasi paura». Qualcosa che sembra un paradosso, se si considera la carica di decibel che adesso Aris è capace di produrre.

Un talento che è riuscito a giganteggiare anche su alcuni dei palcoscenici più importanti, come l’estate scorsa al Paléo di Nyon. Ma chi l’ha detto che tutti i percorsi debbano essere lineari? «Per me, la passione per la musica è arrivata tardi, fino ai 14 anni non la ascoltavo nemmeno. Prima c’è stato giusto un avvicinamento nei confronti della radio grazie alle commedie dialettali che trasmettevano nel weekend». I suoni sì, ma prima di tutto le parole. Parole per cercare di capire se stesso e gli altri che lui vedeva così diversi da sé. Così, la scrittura per Aris è stato il primo mezzo espressivo per prendere contatto con i propri desideri più intimi e le proprie idiosincrasie


Aris Bassetti e Barbara Lehnhoff sono il duo Peter Kernel.

La miccia di una grande passione
«La cosa che ho capito subito era che non mi piaceva l’omologazione. Tanti miei coetanei erano spesso in preda alle mode del tempo. Tutti a voler sembrare diversi ma tutti uguali fin dal modo di vestire». In altre parole,  guardare per guardarsi. Con quello spirito d’osservazione che ha sempre spinto Aris ad andare nei boschi per scoprire la varietà di piante o prestare ascolto ai versi degli uccelli. «Ero solito passare tutte le estati in famiglia sul monte Laura a Roveredo e lì, stando in mezzo alla natura, ho imparato a fischiare con ogni tipo di foglie che incontravo». Un cammino, il suo, che anche nel periodo degli studi, è stato tutto fuorché una linea retta.  Dopo il liceo a Bellinzona, ecco la maturità artistica alla Csia di Lugano e il bisogno per Aris di affrontare subito altri tipi d’esperienza. Meno teoria, qualcosa di più pratico e quindi va bene anche fare l’apprendista disegnatore in un negozio d’arredamenti interni. Poi, nel 1991, la svolta. «Ero in montagna con mio cugino che ascoltava Radio Deejay. In mezzo a tanta musica commerciale dell’epoca, di colpo m’imbatto in un pezzo di Crystal Waters. S’intitola Gipsy woman e subito mi si spalanca un mondo». Una volta accesa la miccia, le cose arrivano una dietro l’altra. «Quando ho sentito per la prima volta Kurt Cobain dei Nirvana sono rimasto folgorato. Mi sono detto, caspita, questo sì che si sfoga con la musica ed era proprio quello che stavo cercando io. Trovare la mia valvola di sfogo per dare voce a un altro modo di collocarmi rispetto a ciò che mi stava attorno». Così, i mesi successivi li ha passati nei negozi di musica. È quello che uno definisce il proprio periodo delle scoperte, anche se poi c’è stato un ulteriore salto. «Un giorno, ero dai miei vicini di casa, prendo in mano una loro chitarra e per la prima volta mi metto a strimpellarla a casaccio. Poi tutto è andato in modo accelerato: mi sono iscritto a un corso dove sono andato solo a un paio di lezioni, perché, imparate due note,  sono andato avanti da autodidatta».

Un duo di successo
Ancora una volta una scelta non convenzionale così come la decisione di bruciare le tappe, provando a mettere su una propria band. Ma non solo, perché quando la passione chiama, Aris non si ferma più. Impara a realizzare tutte le cose che possono servire a creare un universo attorno al proprio gruppo: fotografie, video, stampare magliette, creare un’etichetta indipendente «On the camper» per promuovere altri musicisti ticinesi. Fino all’incontro con Barbara Lehnhoff alla Supsi. Lei studentessa, lui assistente alla comunicazione che inizia a insegnarle a suonare il basso anche se Barbara ha già stoffa di suo. Così ora, dopo 10 anni di sodalizio artistico e nella vita privata, sono il duo Peter Kernel. Fanno la musica che piace a loro, si gestiscono da soli e soprattutto hanno ormai un pubblico sempre più largo che li segue. «Non ho alcun rimpianto guardando indietro, della serie che se morissi adesso a 37 anni morirei contento perché ho realizzato quello che a un certo punto della mia vita è diventato un sogno. Tutto quello che faccio assieme a Barbara è dare libera espressione alla nostra parte più interiore. Sono rimasto un tipo più introverso che estroverso ma in scena mi trasformo, mi sento naturale ed è come se costruissimo tutte le volte una casa fatta di suoni».

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Testo: Gudrun De Chirico
Foto: Sandro Mahler
Pubblicazione:
lunedì 09.11.2015, ore 00:00

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