Valentino Belotti con una Triumph Roadster 2000 del 1948 (a sin.) e un’Amilcar CGSS Compressore del 1927.

«Noi, nati con i motori nel sangue»

Valentino Belotti, presidente del Top Club Ticino, ci spiega la differenza tra un’auto d’epoca e una vettura moderna. E ci parla della sua passione. — PATRICK MANCINI

Le mani sporche di grasso, l’odore di benzina. E il fascino di un serbatoio in alluminio vecchio di 80 anni. Valentino Belotti chiude il cofano della sua Amilcar azzurra del 1927. «Adesso è pronta per nuove avventure» sospira. È un legame forte, quello che unisce Valentino alle auto d’epoca. Siamo a Verscio, nel suo garage di famiglia. Qui è maturata la piacevole ossessione di questo 55enne, oggi presidente del Top Club Ticino, la principale associazione di appassionati di auto d’epoca della Svizzera italiana. «Sono cresciuto in officina – ammette – respirando aria di motori».

Ridare vita al passato
Una storia nella storia. Quella di un uomo che, nel corso degli anni, si è specializzato nel restauro e nel recupero dei veicoli d’epoca. Delle cosiddette “oldtimer”, macchine con più di 30 anni di vita. «Papà Gianni ha inaugurato questo garage nel 1972 – dice –. Abbiamo sempre avuto una clientela speciale. Da qui passavano Porsche, Lamborghini, Alfa Romeo. Mia madre, Olga, che era una sergente di ferro, un giorno d’estate mi disse: “Non penserai di stare tutto il tempo a casa a fare niente. Corri in officina a dare una mano a tuo padre”. Io andai. E lì mi resi conto di quanto fosse emozionante prendere in mano un pezzo di motore, tutto sporco, e ridargli vita».

«Quando guidi un’oldtimer, la senti dentro»: Valentino Belotti al volante della sua Amilcar CGSS Compressore.



Il tempo che si ferma
Valentino sospira. E alza gli occhi al cielo. «Le auto moderne non ti trasmettono più nulla. Quando c’è un guasto, prendi il pezzo dal motore e lo butti via, per poi sostituirlo. Con un auto vecchia questo ragionamento non lo puoi fare. Per sistemarla devi entrare nel motore, ingegnarti, trovare una soluzione concreta. Ci metto 140 ore a rifare un motore di una Bentley, più di 1.000 per un restauro totale. La capite la differenza?». Anche per questo nell’officina di Verscio il tempo sembra essersi fermato. «Ho voluto dedicarmi a quei veicoli che mi davano sensazioni forti. E non mi sono arreso all’appiattimento totale in corso ormai da decenni. Prima ogni macchina aveva le sue caratteristiche. Il motore di una Bugatti non poteva essere uguale a quello di una Rolls Royce. Le panne erano all’ordine del giorno. Un comune mortale apriva il cofano e poteva cercare di intuire cosa non andasse, il contatto con l’auto era diretto. Adesso è tutto tristemente uniforme».

Auto con personalità
Parla col cuore in mano, Valentino. Anche da presidente del Top Club Ticino, che presiede ormai da 18 anni. «Prima – ricorda – il sodalizio si chiamava “Amici della Topolino Fiat 500 Ticino”. Poi ci si è aperti a tutte le categorie di auto. Oggi contiamo più di 200 membri. Ma non rappresentiamo di certo l’unico club di appassionati. La Svizzera italiana ne è piena. Ce ne sono a decine. Di medie e di piccole dimensioni. Senza contare tutti gli appassionati che portano avanti questo interesse individualmente. Negli ultimi 5 anni c’è stato un aumento generale del 20% di possessori di auto d’epoca».

«Per sistemare un’oldtimer devi entrare nel motore, ingegnarti, trovare una soluzione concreta» dice Valentino Belotti.


E c’è una spiegazione. «L’oldtimer è una macchina che ha personalità. Quando la guidi, la senti dentro. Sei tu a comandarla, non è lei a comandare te, si crea un legame forte con la psiche umana. Hai la consapevolezza di viaggiare a una determinata velocità. Quando sento parlare di auto silenziose, elettriche, o che addirittura viaggeranno da sole, mi viene il magone». Il problema è legato ai giovani. «I 20enni non sembrano interessati a questo mondo. Al massimo sono incuriositi dalle macchine degli anni ’80. Forse anche per-ché non hanno i soldi per permettersi auto del genere. Un’auto d’epoca, comunque, può anche costare relativamente poco. Bisogna essere bravi a trovare le occasioni giuste.

Nelle auto d’epoca, le cromature la fanno da padrone. Come per esempio in questa tromba da clacson.


Il vero appassionato va a caccia di colpacci». Il vuoto generazionale, in ogni caso, è oggettivo. E da tempo ci si interroga su come invertire la tendenza. «Ci sono le serate a tema e le rievocazioni storiche, certo. Così come le cacce al tesoro. Occasioni in cui sono coinvolte le famiglie, compresi i bimbi piccoli. Resta difficile prevedere come sarà il futuro».

Mura abbattute
Ma qual è l’identikit dell’appassionato d’auto d’epoca? Valentino non ha dubbi: «Ci sono persone che possiedono cento auto e che si accontentano di osservarle parcheggiate in un capannone. Altri ne hanno magari solo due o tre, ma le usano con regolarità, appena possibile. Altri ancora cercano il brivido della gara, iscrivendosi a corse di regolarità. Per non parlare di chi partecipa alle rievocazioni storiche. A me, ad esempio, piace molto l’Historic Gran Prix di Bergamo dove, per l’occasione, viene chiusa tutta la parte alta della città. Per non parlare del Vintage Revival a Monthlery, in Francia, a una ventina di chilometri da Parigi, rievocazione che ti catapulta negli anni ’20. Democraticamente. Se c’è una cosa che l’auto d’epoca sa fare, è abbattere i muri del pregiudizio sociale. Quando ci si trova attorno a un tavolo a parlare di “oldtimer”, il dirigente bancario è sullo stesso piano dell’operaio di fabbrica».


La parte anteriore di una MG TC del 1949.


La rivoluzione del web
Il collaudo ogni sei anni. Un massimo di 3mila chilometri all’anno da percorrere. E il desiderio, costante, di vedere splendere, luccicare, la propria creatura. «L’appassionato vuole che la propria auto sia la più bella. E allora va alla ricerca di dettagli per migliorarla. Quindici anni fa c’era una lotta infinita per accaparrarsi i pezzi più pregiati. I club e le esposizioni erano presi d’assalto. Internet ha cambiato tutto. Sono nati parecchi siti specializzati che permettono di ordinare dettagli da qualsiasi parte del mondo». Valentino ci accompagna negli angoli più segreti del suo regno. In penombra si nota una DKW del 1954. «Un appassionato tende sempre a nascondere il luogo in cui custodisce i propri gioielli. Un po’ per orgoglio, un po’ per malfidenza. Il mio desiderio mai realizzato? Avere una Bugatti Grand Prix tipo 35C tutta per me. Però servono 3 milioni di franchi solo per acquistarla. Una cifra proibitiva. Mi accontento della mia Amilcar azzurra, la Bugatti dei poveri. In fondo, a noi appassionati, basta sedersi al volante e accendere il motore per iniziare a sognare».

Commento (3)

Grazie per il vostro commento.

Questo commento ha un contenuto sgradevole?

Il testo sarà controllato ed eventualmente modificato o bloccato.

Il vostro commento

Non avete ancora scritto il commento.

Questo campo deve essere compilato. Grazie.

Campo obbligatorio
Questo campo deve essere compilato. Grazie.










Si prega di commentare nel rispetto della nostra netiquette e degli altri utenti.


ARTICOLI IN EVIDENZA



Un operatore sociale
con la videocamera

Il documentarista luganese Olmo Cerri ci parla del suo particolarissimo lavoro di ricerca sull’immigrazione italiana in Ticino.


*****

Il figlio di Ivan Graziani
si fa strada

Ecco Sala Giochi, il secondo album di Filippo, 36enne che cerca di seguire le orme del papà. Con discreto successo.

*****





Login con il profilo di Cooperazione

Chiudere
Fehlertext für Eingabe

Fehlertext für Eingabe

Dimenticato la password?