La presidentessa di Unitas Corinne Bianchi posa per la nostra foto simbolo. Quando serve, in sala, nemmeno questo barlume è concesso. (Foto: Alain Intraina)

Avete mai mangiato nel buio più totale? 

Da quattro anni, Unitas, l’associazione dei ciechi e ipovedenti della Svizzera italiana, organizza cene a luci spente per avvicinare alla realtà di chi è privo dell’uso degli occhi. Il servizio dalla Sala Moscacieca di Casa Andreina, a Lugano. — GIORGIA VON NIEDERHAUSERN

Non trovo il pomodoro. L’avevo sulla forchetta, e quando l’ho portata alla bocca non c’era più», confesso agli altri commensali mentre gustiamo l’antipasto della nostra cena. «Sapete come faccio a riempire il mio bicchiere senza farlo traboccare? Ci metto un dito dentro mentre verso l’acqua», replica Marco, seduto di fronte a me. Non so bene quanto sia largo il tavolo che ci divide, così come non sono certa di quanto sia rimasto ancora nel mio piatto, dove siano piazzati gli altri tavoli e da dove provengano le voci e i tintinnii delle posate attorno. Arrivati al primo, invece, so per certo che il profumo della salvia abbrustolita nel burro non è mai stato più delizioso e imparo che le punte delle mie dita sanno riconoscere immediatamente le rotondità lisce di una michetta.
Esperienze che si fanno quando ci si ritrova a pasteggiare nel buio totale. Mi trovo, infatti, insieme a una quindicina di persone, nella Sala Moscacieca di Casa Andreina, a Lugano. Stiamo partecipando a una delle cene organizzate da Unitas, l’associazione dei ciechi e degli ipovedenti della Svizzera italiana, che quest’anno compie 70 anni. Scopo principale del progetto Moscacieca: unire sensibilizzazione e integrazione professionale: «Ai clienti – spiega Corinne Bianchi, presidentessa di Unitas e membro del personale non vedente in sala – è presentata l’opportunità di mettersi nei panni di una persona cieca nell’ambito di un’attività quotidiana come la consumazione di un pasto. Al contempo, ai nostri soci è data la possibilità di lavorare e, a volte, scoprire capacità che non sapevano di avere». 

Camerieri speciali
Gli undici camerieri che, a turno, sono impiegati qui, sono stati preparati da Michelangelo Petrolo. «Alcune delle sfide che il personale affronta – spiega –sono, ad esempio, imparare a riempire i bicchieri al punto giusto, capire quando e come intervenire con la voce, non sbattere con il carrello con cui portiamo le pietanze contro i tavoli e orientarsi nella sala, che a dipendenza del numero di clienti e della grandezza dei tavoli necessari cambia formazione». Prima di ogni cena, i camerieri fanno un giro nella stanza e, posando tappeti a terra, formano un corridoio che li aiuterà a raggiungere gli ospiti e la cucina. Qui, lo chef Sandro Rossi e volontari normodotati aiutano a caricare sul carrello le vivande, sempre coperte da una campana. Questa, dotata di un segno percepibile al tatto, indica la disposizione del cibo sui piatti. Anche in questo ristorante, come richiedono le regole del servizio, la carne è presentata verso il cliente. Il menu della serata, come sempre, è lo stesso per tutti i partecipanti. Questa sera lo chef ci delizia con ... Chi soffre di allergie o segue diete particolari ha potuto chiarirle al momento della prenotazione. I camerieri devono avere capacità mnemonica e sistematicità: «Ai volontari – spiega Petrolo – indico come organizzare i piatti sul carrello. Così, quando torno in sala, so di consegnare la vivanda giusta». 

Insdispensabili dritte per la serata
E ad avere bisogno di istruzioni, a inizio serata, sono soprattutto i clienti. Molti immersi per la prima volta in una esperienza sensoriale del tutto nuova. Prima di essere accompagnati al tavolo, si ricevono indicazioni sulla disposizione delle posate, dei bicchieri o del cestino del pane in tavola. Dritte semplici, ma essenziali per cavarsela nell’oscurità, dove l’uso di fonti di luce come telefonini o orologi sono vietati. Una volta pronti, in fila indiana, le mani posate sulla persona davanti, si oltrepassa una tenda, si attraversa un corridoio e si giunge, infine, nel buio. «Ogni tanto qualcuno si sente a disagio – racconta Corinne Bianchi –. In qualasiasi momento i nostri ospiti possono chiederci di riportarli alla luce. Di solito, dopo una breve pausa, tornano al tavolo». La nostra serata, per fortuna, prosegue serenamente. Si conversa, si ride, si ordina un altro bicchiere di vino e si mettono anche le dita nel piatto: un po’ per aiutarsi, un po’ perché qui, per una volta, lo si può fare senza essere visti. Dopo il dessert, compare una candela. Poco a poco gli occhi si riabituano ai colori. Finalmente so quanto Marco è distante da me, dove sono gli altri ospiti, come sono disposti i tavoli… E tiro un sospiro di sollievo: su vestiti e tovaglia nemmeno una macchia. 

Moscacieca riapre il 16 settembre. Cene ogni venerdì e sabato. Per avere tutte le informazioni clicca qui sotto:


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