Rosemarie nel suo paese delle meraviglie.

Per lei i sogni non devono finire mai

Rosemarie Baehler Cassinari colleziona gli oggetti più svariati fin da bambina. Qualche anno fa ha deciso di aprire gli scatoloni e mettere in vetrina i suoi tesori. – GUDRUN DE CHIRICO

Camicie, giacche e guanti d’epoca. Ma anche vecchie bambole, marionette, tavoli liberty, mappamondi d’antiquariato e bussole. Varchi la porta d’entrata ed è come finire nella tana del Bianconiglio di Alice. Un paese delle meraviglie fatto dai più disparati oggetti usati. Esposti in ogni angolo del locale, tutti di seconda mano, come recita l’insegna del negozio che Rosmarie Baehler Cassinari, da quando è andata in pensione qualche anno fa, ha aperto al pubblico.

Una storia di famiglia
Un posto che ti aspetteresti a Berlino, Parigi o Londra e invece te lo ritrovi lì, sotto i portici di Vico Morcote, come un tesoro nascosto. «Nella mia famiglia ci sono tante persone che durante la loro vita hanno accumulato oggetti di vario tipo e li hanno passati di generazione in generazione, fino ad arrivare a me. Ma anch’io ho sempre avuto questa stessa passione e così, frequentando i mercatini dell’usato, alla fine ho arricchito e ampliato questo patrimonio in cui dentro c’è la lunga storia dei miei antenati». Un materiale sterminato che per anni è rimasto accantonato in pile di scatoloni e che ora ha trovato una sua vetrina.

Una Wunderkammer
«Sono nata a Olten, da mamma sarta e da un papà restauratore, pittore di sale teatrali e chiese. Ma ho passato molto tempo nelle case di entrambe le mie nonne e tutte e due erano delle grandi collezioniste di cose strane che ho avuto la fortuna di ereditare». Una sensibilità nei confronti di questi mondi fantastici, assorbita fin da bambina ma poi sviluppata negli anni successivi. «Seguendo le orme materne, ho fatto l’apprendistato di sarta e così mi sono ritrovata a lavorare presto in un atelier di moda a Basilea, dove ho conosciuto tanta gente bizzarra. C’era chi andava in giro con un’oca al guinzaglio, chi dormiva in una bara. È stato in quel periodo che ho incominciato ad adorare paillettes, stoffe, abiti del passato e tutte quelle sensazioni tattili legate ai colori e ai profumi».

Ogni oggetto nel negozio di Rosy ha una storia da raccontare.

Nasce da lì il sogno, per Rosmarie, di diventare stilista.
I suoi vent’anni sono una promessa di strade aperte ed è allora che si trasferisce a Lugano, dove inizia a lavorare in una sartoria di via Motta. «Poi mia nonna a Berna muore. Per anni mi aveva detto di non toccare nessuno di quegli oggetti rari che custodiva, per paura che si rompessero. Con una promessa però: il giorno che io non ci sarò più, tutto questo sarà tuo». E così succede. Il resto lo fa il destino, perché Rosy – così la chiamano tutti – è solare, estrosa, sa quattro lingue e inizia a fare una serie di lavori che la mettono in contatto con persone creative, musicisti, sportivi e gente del giro della moda. «E visto che i sogni non devono finire mai, inizio anch’io a collezionare vestiti. Non abiti qualsiasi, ma capi firmati. Per di più, spargendosi la voce di questa mia febbre per il vintage, in tanti mi fanno regali di questo tipo, dai guanti ai cappelli, ogni cosa che entrava diventava un tassello di un mosaico sempre più prezioso». Un universo da capogiro che si è espanso fino a diventare una vera e propria Wunderkammer. «È stato quando sono andata in pensione che ho sentito dentro di me montare l’urgenza di trovare sistemazione a tutto questo bendidio. Mi sono detta, basta stipare tutto in soffitte e cantine stracolme, ora è arrivato il momento di far trovare un tetto comune a quello che avevo raccolto». E così, sotto la casa di Rosy a Vico Morcote, in via Strecia da Mezz, c’era un ex-grotto che lei piano piano trasforma in quello che è adesso. «Un negozio di seconda mano, su più piani, capace di abbracciare le memorie di un’intera vita. La mia, anche quella dei miei genitori e dei miei nonni». Qualcosa capace di attirare lo sguardo della gente del posto, ma anche dei turisti che passano, sbirciano e si incuriosiscono. «Certo, io conosco la storia di ognuno di questi oggetti e a molti sono affezionata, ma a questo punto della mia vita non sono dispiaciuta che passino nelle mani di qualcun altro. È come una staffetta, un passaggio di testimone».
Tra spille, pentole, sedie, crocifissi, tutto ruota come in un museo dove lei, Rosy, se ne sta al centro, con una presenza bella e potente alla Marlene Dietrich. E alla domanda se dovesse tirar fuori da questo pozzo di storia un oggetto del suo cuore, la risposta che ti arriva è qualcosa che sembra ancora una volta riassumere un percorso fatto di anni e anni. Rosy si china, prende tra le braccia un vecchio teddy bear. «Vedi, questo è l’orsacchiotto che mi hanno messo dentro alla culla quando sono nata. Rappresenta la mia infanzia e ormai mi accompagna da sempre. In mezzo, ci sono stati traslochi, viaggi, spostamenti, ma lui non è mai andato perso».

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