Berthe Beretta Boserup
«Ogni arazzo, una storia»

L'INCONTRO — La tessitrice d’arazzi intreccia fili per reagire alle avversità. Perché quando capita qualcosa di brutto, bisogna reagire con qualcosa di bello.

Un labirinto verde che si affaccia sul Verbano, diverse cucce per gatti nascoste tra la vegetazione, una casa immensa, piena di oggetti curiosi. E quella fenice di legno all’entrata, simbolo di una vita fatta di ripartenze. Perché l’esistenza di Berthe Beretta Boserup, 77enne di Ascona, originaria di Copenhagen, è stata segnata dalle sofferenze. Dal suicidio del figlio alla malattia che le porterà via il marito. Lo spartiacque è la morte del padre, nel 1978, seguita da quella del suocero. È lì che Berte decide di reagire alle avversità, gettando le sue energie nella creazione di arazzi. «Perché ogni volta che capita qualcosa di brutto nella vita – dice –, bisogna reagire facendo qualcosa di positivo». Berthe ci mostra l’enorme creazione che custodisce in un salone. Un arazzo in lana e seta che ricopre un’intera parete. «Ci ho messo oltre 20 anni a terminarlo». Lo guardi e ti perdi nei dettagli. «Ogni arazzo rappresenta una storia a sé. Non seguo una logica, mi lascio ispirare, non ci sono tante spiegazioni da dare. I gatti, però, non mancano mai. Con loro ho un legame indescrivibile». Poi c’è il telaio, in un angolo, tra il pianoforte e le piante d’appartamento. «Vi trascorro ore. Per fare un arazzo ci vuole una pazienza infinita. Prima si fa il disegno, in seguito si scelgono i colori. Intanto passano mesi, anni. Io ho imparato a fare gli arazzi a Ginevra e nel Giura, seguo la tradizione fiamminga e francese. Li ho esposti pubblicamente per la prima volta un anno fa, ad Ascona. È stato un successo inatteso».

Dalla Danimarca alla Svizzera
È una donna che parla con lo sguardo, Berthe. I suoi occhi chiari raccontano di una persona che ha dovuto più volte fare i conti con gli scherzi del destino. A partire dal giorno del suo trasferimento in Svizzera, a 10 anni. «Sono venuta a Ginevra perché i miei genitori dovevano lavorare lì. L’aereo che mi portò da Copenaghen fece scalo in Svizzera, dove io scesi. Poi proseguì verso Atene e, poco prima di atterrare, precipitò. I passeggeri morirono tutti. Me lo dissero solo diverso tempo dopo. Sapete, all’epoca non avevamo la televisione e io ero comunque ancora una bambina». Berthe ricorda il marito Efrem, conosciuto a una festa a Ginevra. Un giovane ticinese che «da grande» avrebbe fatto il giudice. «Non avevo ancora 18 anni. Rimasi subito affascinata da quel bel ragazzo. Quattro anni dopo lo sposai. Oggi posso parlarvi di 54 anni di matrimonio e di 3 figli messi al mondo. Uno ha deciso di togliersi la vita, il primo di maggio del 1981, in una bella giornata di sole. Aveva solo 19 anni. Ancora oggi non conosco i motivi di quel gesto». La 77enne fa un lungo sospiro. Il tono di voce cala. «A volte capitano cose inspiegabili. Nel 2010 mio marito scopre di avere il cancro. Un mese dopo, mi accorgo di averlo anche io. Solo che mio marito dopo due anni muore e io guarisco. Misteri. Inutile prendersela, ognuno ha la sua storia». E aggiunge: «Non lasciatevi ingannare dalle apparenze. Se mi guardo indietro mi accorgo che il mio percorso è stato meraviglioso, pieno di emozioni e di aneddoti particolari. Ho abitato in 11 case diverse. Da Copenhagen a Ginevra, da Locarno ad Ascona, passando per Intra. Lo trovo un arricchimento. E poi senza le tragedie non avrei mai realizzato questi arazzi. Ogni volta che ero triste e affranta mi mettevo al lavoro. E così faccio tuttora».

Sostiene di detestare le fotografie che la ritraggono, perché, a suo dire, non riuscirebbero mai a catturare l’attimo giusto. Berthe, con quel suo accento velatamente nordico, è dotata di una sottile ironia. Si prende in giro volentieri: «La gente mi conosce per i miei arazzi e basta. Prima ho fatto giardinaggio, ho fatto la mamma. Nulla di più. O sbaglio?». Berthe alterna le sue parole a lunghi silenzi. Di fronte ci si ritrova una donna riflessiva, a tratti misteriosa come la sua abitazione. «La mia casa sembra il set di un thriller», scherza. Poi ancora una pausa. E un sorriso appena abbozzato che fa capolino sul suo viso. Berthe accarezza uno dei suoi arazzi e riapre il cassetto dei ricordi. «Ma vi rendete conto che io sono stata battezzata, cresimata e sposata lo stesso giorno? Sembra una barzelletta. Il fatto è che sono cresciuta con un’educazione atea, i miei genitori non erano assolutamente credenti. Mia madre, anzi, si arrabbiava se si parlava di certe cose. Però io ho sempre sospettato che esistesse qualcosa al di sopra di noi. Oggi ne sono praticamente convinta, anche se in chiesa non ci vado quasi mai. È stata una maturazione graduale». Uno dei suoi gatti le sfiora le gambe con la coda. Si chiama Max, ha il pelo rosso. Berthe allunga una mano, lo accarezza. «Io amo questi animali, anche quando mi ignorano. Ma non chiedetemi perché». Un po’ come per gli arazzi. Un po’ come per l’amore che, nonostante tutto, Berthe nutre per la vita. Sì, a volte le parole sono superflue. E possono bastare due occhi chiari e profondi per raccontare.

Quattro date nella vita di Beretta Boserup

1937 Nasce il 24 dicembre in una famiglia di origini borghesi.
1947 Viene ad abitare in Svizzera, i genitori si trasferiscono a Ginevra per lavoro.
1954 A una festa incontra un giovane ticinese di nome Efrem. Dopo 4 anni lo sposerà.
1978 Muore il papà Mogens. Da quel momento inizia a creare arazzi. Nel 2013 li espone per la prima volta

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Testo: Patrick Mancini
Foto: Massimo Pedrazzini
Pubblicazione:
lunedì 10.11.2014, ore 00:00


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