Il riscaldamento climatico non è il solo responsabile del declino di alcune specie di alberi. In alcune vallate del Vallese, interi boschi sono decimati dal bostrico.

Bosco svizzero: mutazione secolare

Natura Il bosco svizzero si trasforma. Principale responsabile di questo cambiamento: il riscaldamento climatico. Che aspetto avrà il bosco alla fine del secolo? Alcuni esperti si sono interessati alla questione. Ne sapremo di più a fine novembre. — JEAN PINESI

Da lontano, il bosco sembra immutato. Il suo bollettino medico induce comunque all’ottimismo: nel complesso progredisce, diviene più fitto, guadagna terreno in altitudine, si arricchisce in termini di biodiversità. Insomma, la situazione assomiglia a quella registrata poco più di un anno fa, al momento della pubblicazione del Rapporto forestale 2015 a cura dell’Ufficio federale dell’ambiente (Ufam) e dell’Istituto federale di ricerca per la foresta, la neve e il paesaggio (Wsl). Inoltre, dalla presentazione del precedente rapporto nel 2005 – lo stato di salute del bosco e la sua evoluzione vengono valutati ogni 10 anni –, si è avuto un decennio stabile, senza grossi sconvolgimenti. Dal 2005 il suo effetto protettivo è migliorato dal punto di vista delle acque sotterranee e dei pericoli naturali. Il bosco, però, si trova probabilmente a dover affrontare una delle sue maggiori sfide.

Questo importante ecosistema, che copre circa un terzo della superficie del paese, dovrà adattarsi a grandi cambiamenti. Sebbene i rischi di catastrofi naturali, come l’uragano Lothar nel 1999, e di incendi non possano essere mai esclusi, il bosco in futuro potrebbe subire gli effetti del riscaldamento climatico. Per non parlare degli attacchi di organismi esotici nocivi. Sotto l’effetto congiunto di estati molto calde e siccità prolungate, alcune specie forestali potrebbero perdere terreno a vantaggio di altre. «L’estate 2015, con una siccità che è durata quasi fino a Natale, ha creato molti timori» conferma Christian Küchli, 63 anni, ingegnere forestale e membro del comitato del Programma nazionale di ricerca sull’adattamento del bosco ai cambiamenti climatici. «Ma le piogge di gennaio e la primavera umida hanno fatto ripartire la vegetazione» continua l’esperto dell’Ufam. «Per fortuna, altrimenti il bosco avrebbe avuto gravissimi problemi.»

Nel Basso Vallese, il pino silvestre viene sostituito progressivamente dalla quercia. Roland Métral, ingegnere forestale, rileva lo stato della vegetazione nei pressi di Martigny.


Ma, ci rassicura, il bosco svizzero non è sul punto di scomparire. Perfino dove il riscaldamento climatico sembra aver già fatto seri danni. Gli esperti prevedevano mediamente un aumento delle temperature annuali tra il 1960 e il 2010 tra 1 e 2 °C. «I rilevamenti attuali indicano che siamo più vicini agli 1,5 – 2°C» constata Roland Métral, 61 anni, ingegnere forestale e responsabile della gestione delle aree boschive del Basso Vallese. Facendo riferimento a un rapporto sui boschi del Vallese e ai cambiamenti climatici, l’ingegnere sottolinea che, secondo gli stessi esperti, in futuro le condizioni climatiche estreme dovrebbero intensificarsi: «Le condizioni delle estati torride del 2003 e del 2015 dovrebbero diventare una consuetudine a partire dal 2050.»
«È molto difficile, al momento, fare previsioni su ciò che succederà nell’arco dei prossimi decenni o verso la fine del secolo» ammette Christian Küchli. «Mappe elaborate, partendo da vari modelli di possibili climi ipotizzabili, dimostrano che ci saranno dei cambiamenti per la maggior parte delle specie forestali. Alcune troveranno il proprio clima ideale ad altitudini diverse da quelle in cui erano presenti da tempo.» Così, ad esempio, rovere e roverella potrebbero guadagnare terreno. Il faggio comune, invece, potrebbe perderne. L’abete rosso comune, dal canto suo, potrebbe diradarsi o sparire dall’Altopiano svizzero, così come il pino silvestre sui versanti del lato vallesano, lungo le rive destra e sinistra del Rodano. «Dovremmo saperne di più verso la fine di novembre, quando saranno presentati al pubblico i risultati del Programma nazionale di ricerca Foresta e cambiamenti climatici» aggiunge l’esperto dell’Ufam.

La bussola solare indica il quantitativo di ore di sole per una determinata stagione.


La sfida che i forestali devono affrontare è sapere come strutturare il bosco affinché possa adattarsi alle condizioni climatiche di domani. La questione è oggi di cruciale importanza, dato che gli alberi che raggiungeranno la loro pienezza alla fine del secolo stanno già germogliando. «Lo stato di un popolamento di alberi non dipende solo dal clima, ma anche dalla qualità del suolo, dalle sostanze nutritive e dalla disponibilità d’acqua» spiega Christian Küchli. «Anche una volta in possesso di questi dati, comunque, il forestale non è in grado di stimare in che modo evolverà il popolamento o in quale misura saranno interessate le prestazioni del bosco».
Il mantenimento delle caratteristiche multifunzionali del bosco rappresenta l’elemento centrale della «Politica forestale 2020» della Confederazione. Infatti, oltre a offrire un’oasi di relax per la popolazione, il bosco svolge anche funzioni protettive contro le valanghe, le cadute di massi o le colate detritiche. Riveste un ruolo importante in materia di filtraggio dell’acqua potabile e di regolazione del clima – «è una vera e propria sorgente di CO2» ricorda l’esperto, «oltre che di biodiversità». Infine, fornisce legname per l’economia forestale.


«La nostra strategia consiste nel puntare sulla rigenerazione naturale dei boschi» dichiara Roland Métral. In Svizzera, grazie a una silvicoltura rispettosa della natura, solo una ridotta percentuale di rigenerazione è frutto di messe a dimora. Oltre a completare la rigenerazione naturale tramite la messa a dimora di alberi perfettamente adatti alle condizioni locali, l’intervento umano mira a favorire le specie che si sviluppano in modo ottimale. Ad esempio, dando loro spazio per evitare che la loro crescita sia soffocata da specie meno resistenti al riscaldamento climatico. «Se non facessimo nulla, l’evoluzione potrebbe orientarsi verso popolamenti mono-specifici più vulnerabili alle malattie e agli attacchi di organismi nocivi» continua l’ingegnere forestale vallesano.


Nel bosco che Roland Métral ha scelto per illustrarci i suoi propositi, l’evoluzione naturale indica chiaramente che le latifoglie stanno prendendo il posto delle conifere. Ci troviamo in un querceto di un centinaio di ettari, ricco di varietà di alberi, arbusti e cespugli, su una collina sopra il paese di Charrat, a circa 650 metri di altitudine, a 5 km da Martigny. Qui il pino silvestre declina inesorabilmente, soppiantato poco a poco da rovere e roverella, che si adattano meglio alle nuove condizioni climatiche. «Nella regione sul gomito del Rodano tra la pianura e il limite altitudinale dei boschi, abbiamo rilevato la presenza di 84 specie forestali differenti» indica Roland Métral. «Il vantaggio di questa diversità è che, se una specie risulta minacciata, esiste comunque un numero sufficiente di altre varietà che potranno prenderne il posto.»
In un luogo come questo, esattamente sopra un villaggio, l’importanza della funzione protettiva del bosco è fuori discussione. «Deve essere abbastanza fitto per arrestare la caduta di massi» precisa l’ingegnere forestale. «Se prendiamo in considerazione il Vallese, il bosco riveste un ruolo di protezione sull’87% della sua superficie». Proprio per questo motivo, il Cantone e la Confederazione destinano 10 milioni di franchi all’anno per la manutenzione di 1.500 ettari (su 110.000) di bosco protettivo. Per i pericoli naturali, a livello nazionale, la Confederazione assegna per il 2016 ai Cantoni e ai proprietari la somma di 113 milioni di franchi, 73 milioni dei quali sono devoluti a boschi di protezione, alla tutela delle foreste (ad esempio dagli organismi nocivi) e alla manutenzione delle infrastrutture.

Con la lente e le sue schede, Roland Métral stabilisce a che tipo di quercia appartengono le foglie che ha in mano.


«Si tratta di ingenti somme di denaro e si spera perciò che non servano soltanto a nutrire la fauna» dice Roland Métral, ponendo l’accento su un grave problema che compromette gli sforzi dei forestali per favorire la rigenerazione dei boschi: la brucatura. Cervi, caprioli, camosci si dilettano a nutrirsi dei giovani alberi che crescono nei boschi. «E la loro preferenza va ovviamente alle specie forestali che vorremmo favorire, poiché resistono meglio al riscaldamento climatico» lamenta Roland Métral. Disponiamo di una sufficiente quantità di essenze differenti per raggiungere i nostri obiettivi, ma non otterremo mai risultati soddisfacenti senza un corretto equilibrio tra bosco e fauna. Attualmente i cervi sono troppo numerosi nella nostra regione. I cacciatori dovrebbero avere il diritto di trarne vantaggio».

Commento (0)

Grazie per il vostro commento.

Questo commento ha un contenuto sgradevole?

Il testo sarà controllato ed eventualmente modificato o bloccato.

Il vostro commento

Non avete ancora scritto il commento.

Questo campo deve essere compilato. Grazie.

Campo obbligatorio
Questo campo deve essere compilato. Grazie.










Si prega di commentare nel rispetto della nostra netiquette e degli altri utenti.

LEGGI ANCHE…


L'appuntamento quindicinale

Le analisi e le opinioni di Ceroni su Cooperazione



Login con il profilo di Cooperazione

Chiudere
Fehlertext für Eingabe

Fehlertext für Eingabe

Dimenticato la password?