I piantatori di cacao intenti a potare le piante. È richiesta la massima cautela per non danneggiare la corteccia.

Cacao Arriba

La monocoltura nuoce agli alberi di cacao, ai piccoli contadini e all’ambiente. Chocolats Halba ha lanciato in Ecuador un progetto pilota che si prefigge di cambiare le cose.  – NICOLE HÄTTENSCHWILER

No, la piantagione di cacao di Manuel Salazar non rende del tutto giustizia al nome. Tra le piante di cacao crescono, infatti, anche alberi di papaia e di limoni; il terreno è ricoperto di foglie di zucca, fagioli, mais e manioca. Tronchi d’albero e rami semimarci scricchiolano sotto i nostri piedi. È un continuo alternarsi di alberi più o meno grandi, di cespugli e di piante che crescono a filo del terreno. Un paesaggio in contrasto abbastanza netto con la farm confinante, dove gli alberi di cacao si susseguono con monotonia uno dietro l’altro e l’unica cosa che ricopre il suolo è, al massimo, l’erbaccia.

Un giardino dell’Eden
Il fatto che la farm del contadino 63enne in Ecuador sudoccidentale assomigli a un caotico giardino dell’Eden sempreverde non è affatto un caso. La sfida ha un nome: si chiama agroforestazione dinamica e consiste nel piantare il cacao in un ambiente che replichi il più possibile quello della foresta vergine, l’habitat originario della pianta di cacao. Un’idea che non ha trovato ancora sufficiente eco in Ecuador. «Purtroppo, in diverse regioni, i grandi alberi a chioma larga che fanno ombra sono stati abbattuti e rimpiazzati da monocolture», spiega Petra Heid, responsabile sostenibilità e comunicazione di Chocolats Halba. I contadini speravano di ottenere così un raccolto più abbondante. Eppure, l’equazione «più alberi di cacao = più frutti» non c’è stata. «Poiché le radici della pianta di cacao sono corte, in una monocoltura il terreno ricco di humus va perso». Dopo pochi anni, in queste piantagioni non cresce più nulla senza concime. Le piante diventano più sensibili a malattie fungine, come per esempio lo scopazzo. Parecchi contadini rischiano poi l’indebitamento per acquistare concimi e pesticidi. «E quando, nonostante tutto, le rese calano, molti si danno alla coltivazione di mais o di banane anziché di cacao», racconta Petra Heid.

La fine della monocultura
Un produttore di cioccolato come Chocolats Halba non può non guardare al fenomeno con naturale preoccupazione. A maggior ragione se ha scelto di utilizzare cacao da commercio equo-solidale e sostenibile. Per questo Halba ha dato vita in Ecuador al progetto FINCA, finanziato dal Fondo Coop per lo sviluppo sostenibile. In collaborazione con la cooperativa locale UNOCACE e la fondazione Swisscontact, il progetto è partito nel gennaio 2016 e nasce con l’obiettivo di spingere il maggior numero di contadini della cooperativa UNOCACE a passare dalle monocolture alle colture miste, nelle quali, oltre al cacao fine «Cacao National Arriba», possono coltivare anche frutta, ortaggi e grano da rivendere al mercato locale o da consumare a uso personale. Ci sono poi i legni pregiati, che fanno ombra agli alberi di cacao e che, in un secondo tempo, generano ulteriori entrate. Alcune piante, invece, servono più che altro a creare biomassa: i contadini potano i rami, lasciano che si decompongano sul terreno, risparmiando così sui costi del concime. Tutto sembra favoloso, se solo non fosse per il fatto che i contadini ecuadoriani non ne possono più dei tanti buoni consigli che diverse persone provenienti dai più svariati paesi danno loro. «Una volta ogni tanto arriva un tizio diverso dall’America e dall’Europa e ci viene a dire come dovremmo coltivare la nostra terra», ci racconta un contadino, facendo un gesto sprezzante con la mano. Per questo il progetto FINCA ha deciso di avvalersi di formatori autoctoni, chiamati facilitadores. Si tratta di coltivatori di cacao del posto che, al termine di una formazione intensiva, possono fornire aiuto e consulenza ad altri contadini durante la fase di conversione alla coltura mista.


«La strada giusta»
Fino ad ora i facilitadores che partecipano attivamente al progetto sono dieci; ognuno segue trenta contadini. Manuel Salazar è uno dei dieci. L’unica donna che finora fa questo lavoro si chiama Margoth Borja. La 26enne gestisce con la madre 7,5 ettari di terreno. 5 ettari sono di cacao. Ogni giorno, alle 7 di mattina, parte con la sua motocicletta e va a visitare i contadini che le sono stati assegnati. Mostra loro come potare correttamente gli alberi, come innestare i rami di piante di cacao produttive su piante improduttive o come proteggere le giovani piantine dalla siccità. «Con un machete taglio a metà il tronco di un banano per lungo e metto le metà con la parte interna rivolta verso il basso, accanto a una piantina di cacao», spiega. Un metodo semplice ma davvero efficace. Mentre le farm convenzionali, in caso di siccità, hanno un tasso di mortalità delle piante pari al 50%, quello delle farm aderenti al progetto, non arriva neanche al 10%. Margoth Borja è convinta della validità dell’agroforestazione dinamica. «È la strada giusta», commenta. Per questo spera anche che il progetto si evolva. «Più persone sceglieranno di aderirvi, maggiore sarà il numero di contadini che, vedendo i vantaggi del metodo, vorranno provarlo».

Cliccate sul sito web per conoscere il  parere degli altri produttori di cacao: www.cooperazione.ch/arriba

www.fattinonparole.ch

 

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