Don Alessandro Barban, priore generale dell’ordine camaldolese, all’interno dell’eremo di Camaldoli. (Foto: Bruno Zanzottera)

Vita nell'eremo

La Riserva naturale integrale di Sasso Fratino è nella top 10 delle foreste decidue più antiche dell’emisfero nord. In questo quadro naturalistico suggestivo, da mille anni i monaci seguono la regola di San Benedetto — CLAUDIO AGOSTONI

Foreste, una selva di centinaia di migliaia di alberi, un ininterrotto manto vegetale che colora di verde uno dei tratti appenninici meglio conservati d’Italia. Un abbraccio naturale che salda la Toscana di Arezzo e Firenze alla Romagna di Forlì e Cesena. Una immensa cerniera di abeti e faggi che uniscono i rilievi morbidi del Casentino e dell’Alto Mugello, con le loro valli aperte e punteggiate di pievi e castelli medioevali, al rugoso versante romagnolo, con le case coloniche, i mulini, le chiese di campagna e le infinite cascatelle che danno origine al fiume Tramazzo, al Montone, al Rabbi e al nervoso Bidente. E sono proprio questi alberi il patrimonio ineguagliabile del “Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, monte Falterona e Campigna”, un’area di 36.426 ettari coperta per l’ottanta per cento da boschi. Un’area ampia in cui vivono  poche miglia di abitanti perché dagli anni Sessanta, con le sirene del benessere, ha vissuto un grande spopolamento. Alcuni lasciarono la montagna per andare a coltivare la terra nel piano. Qualcuno addirittura lasciò la terra per sempre, andando a fare l’operaio in fabbrica. In montagna per qualche tempo rimasero le donne e i vecchi. Poi se ne andarono anche loro. Oggi sono numerosi i borghi abbondati all’interno (o nelle immediate adiacenze) del Parco. Il signor Francesco, un vispo ottantenne, è stato uno degli ultimi a lasciare la montagna e il podere dove era nato.  «La mia infanzia è passata a Ca’ di Giorgio, nella parrocchia di Pietrapazza. Oltre alla mia famiglia,  nel podere vivevano anche le famiglie dei due fratelli di mio padre. In tutto,  eravamo in 17  nella stessa casa». La vita era dura, talvolta spesa in condizioni estreme. I pochi appezzamenti coltivabili dovevano essere strappati a una montagna sassosa e brulla. «Si lavorava la terra in piccoli appezzamenti:  grano, granoturco, patate... D’inverno il babbo tagliava un po’ di legna per pagare le tasse. E poi c’era da accudire un’ottantina di pecore, dieci capre e una quindicina di vacche».

Vigneti e foreste nei pressi di Camaldoli (Arezzo).

Foreste di faggi centenari
L’autosufficienza era la parola d’ordine. «Ogni anno macellavamo un paio di maiali. Per il latte c’erano le pecore e le capre. Per il vino avevamo una piccola vigna, da cui ottenevamo un vino dolce perché era prassi raccogliere l’uva quando era troppo matura. In casa c’era un solo portafoglio, utilizzato per tutte e tre le famiglie. Serviva per andare al mercato, giù a valle. Succedeva due o tre volte all’anno e si comprava una bottiglia d’olio e un po’ di sale. Poca roba perché avevamo tutto in casa». La “civiltà appenninica” in cui è cresciuto il signor Francesco era fatta di cultura, sapienza e ingegno acuto. A cui spesso si abbinava il geniale  riciclo del materiale originariamente destinato ad altro fine, proprio come oggi avviene negli slum delle metropoli del Sud del mondo. La conferma arriva, per esempio, dagli scarponi utilizzati per pulire le castagne, un frutto che ha salvato la vita alla gente della montagna perché ha impedito il diffondersi della pellagra.
Colonizzandolo, l’uomo aveva fatto la storia di questo territorio. Essendoci un collegamento tra paesaggio-uomo e natura, quando l’uomo se ne è andato il territorio si è preso una rivincita. La montagna ha vissuto un processo di rinaturalizzazione, non essendo più tagliati dall’uomo, sono aumentati gli alberi di grandi dimensioni e arbusti selvatici crescono tra i ruderi di case abbandonate. Ma all’interno del Parco c’è anche un segmento che non ha mai avuto contatti con l’uomo. È la Riserva naturale integrale di Sasso Fratino. Una foresta vetusta tra le più pregiate, intorno alla quale è nato il Parco. Nella maggior parte delle foreste il destino degli alberi è fortemente condizionato dalle azioni antropiche, quali tagli e incendi. A Sasso Fratino, dove gli uomini non possono accedere, gli alberi nascono, crescono e invecchiano per secoli seguendo le leggi della Natura. Qui i faggi possono superare i quattro e, addirittura, i cinque secoli di età. Sono alberi coevi di Cristoforo Colombo e Leonardo da Vinci. Il rinvenimento di faggi così vetusti, al limite della longevità per le latifoglie decidue, ha fatto entrare Sasso Fratino nella top 10 delle foreste decidue più antiche dell’emisfero nord.

Monaci in preghiera.

Mille anni di storia
Un eremo naturalistico a cui fanno da contrappasso eremi che come Sasso Fratino sono luoghi dello spirito, ma sono abitati da uomini che danno valore all’ascolto, alla riflessione, al dialogo personale non finalizzato agli obiettivi immediati da raggiungere. Coltivano il silenzio e da sempre sono e vivono in armonia con la natura. Uomini che trascorrono molte ore della giornata nella preghiera, talvolta in rigorosa solitudine, ma conservano l’antica regola di dare ospitalità a chi cerca una pausa di pace nella loro cittadella dello spirito. Il più famoso di questi avamposti religiosi è a Camaldoli ed è costituito da un grande monastero e da un piccolo eremo.  Gli abitanti sono monaci della Congregazione camaldolese dell’ordine di San Benedetto, che per simbolo ha due colombe che si dissetano allo stesso calice. «È un’immagine antica di mille anni, rappresenta le due comunità dell’eremo e del monastero che si nutrono alla stessa fonte, che è Cristo» spiega il priore generale dei
Camaldolesi, don Alessandro Barban. Fu San Romualdo, il monaco ravennate che tra il 1023 e il 1027 venne qui a riformare l’ordine benedettino, a fondare l’eremo insieme all’ospizio, poi divenuto il monastero di Camaldoli. Le celle costituiscono la sua ossatura più medioevale.   «Ogni cella – ci dice don Alessandro – è un piccolo eremo che consente al monaco di trascorrere gran parte della giornata nella preghiera, nel lavoro e nello studio. Perché il silenzio esteriore aiuta a cercare quello interiore. Così seguiamo le regole benedettine, vivendo il cristianesimo e mettendo in comune ciò che facciamo, studio e lavoro». Alla domanda se i giovani sono ancora attratti dalla vita monastica camaldolese il priore ci spiega che «numericamente le vocazioni sono calate, ma il discernimento ci aiuta a scorgere la qualità delle persone. La motivazione per farsi monaco è cambiata in questi ultimi vent’anni. Se negli anni Novanta diversi candidati volevano fuggire dalla società o dalla famiglia e cercavano nel monastero un bisogno individuale di pace interiore, oggi la domanda va oltre i bisogni individuali e psicologici e si è ritornati a una ricerca che ha motivazioni più religiose ed evangeliche». La ricerca di una pace spirituale che si coniuga con quella di una natura che i camaldolesi hanno sempre difeso. Intorno al 1080 il beato Romualdo scrisse: «Se saranno gli Eremiti  studiosi veramente della solitudine, bisognerà che habbiano grandissima cura, et diligenza, che i boschi, i quali sono intorno all’Eremo, non siano scemati, nè diminuiti in niun modo, ma più tosto allargati, et cresciuti...». Una regola che aiuta a intuire il segreto della bellezza di questi luoghi...

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Pubblicazione:
lunedì 18.09.2017, ore 00:00


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