Il senso di inadeguatezza dei genitori non deve prevalere, quando il bambino strepita.

I tuoi figli fanno troppi capricci? Caro genitore, ecco come ti puoi salvare

Il mestiere di genitore è complicato, ma è uno di quei lavori dove si impara ogni giorno. I consigli dello psicologo, Pierpaolo Matozzo su come superare l’inadeguatezza. — GUDRUN DE CHIRICO

Il senso di vergogna per un capriccio al ristorante. Una figlia che di colpo mette le mani addosso a un’altra bambina. La non riuscita del proprio bambino in un’attività in cui l’amico, invece, eccelle. È un mestiere difficile, il genitore, soprattutto perché spesso costretto a confrontarsi con un ineliminabile senso di inadeguatezza. «A me capita di provare questo sentimento – spiega Benedetta Cellini, madre di due bambini – addirittura quando sono in famiglia e ascolto zie e cognate parlare delle qualità dei loro figli. Inevitabilmente, faccio dei paragoni con i miei, mi sento in difetto e reagisco con l’ansia di spingerli a fare un sacco di cose».
Reazioni che si legano alle difficoltà di una sensazione di fondo, quella di sentirsi giudicati dall’esterno, come spiega lo psicologo e psicoterapeuta bellinzonese Pierpaolo Matozzo. «Tutti i genitori prima o poi si confrontano con questi problemi. A volte ci si sente inappropriati, perché incapaci di dire dei “no” ai nostri figli, quando invece quei “no” servono a crescere. Altre volte, il confronto con altri bambini si trasforma in una sorta di gara». Il timore di non essere valutati all’altezza, o più semplicemente di fare brutta figura agli occhi degli altri. Tanto che alla fine si può rispondere a questo disagio in due modi simili anche se opposti: pensare che sono gli altri a sbagliare tutto, oppure pensare che siamo noi a sbagliare tutto. «Faccio un esempio classico – spiega lo psicologo – a un parco giochi, una bambina più piccola si avvicina a un’altra più grande, ma questa non gradisce e la spinge, facendola cadere. Allora la mamma interviene, dando una sberla sulle mani della figlia». È la reazione di una madre che si sente in imbarazzo, perché sua figlia ha picchiato qualcuno, ma lei reagisce facendo la stessa cosa. «Tanto più che poi può capitare che la madre si penta dell’umiliazione data, chiami a sé la bambina e la baci, dandole un messaggio ancor più contraddittorio».

Il dilemma dei limiti
Sensazioni ambivalenti in cui si ritrova anche Benedetta, una mamma alla continua ricerca della giusta misura. «A volte mi sembra di sgridarli troppo ma subito dopo mi sembra di farlo troppo poco. Non so mai bene dove mettere i limiti». E ogni occasione è buona per riproporre gli stessi dilemmi. Come nel rapporto dei bambini con i fantastici mondi delle nuove tecnologie. Giocare sì, ma quanto? «Essendo mio marito informatico di professione, la mia casa è piena di dispositivi elettronici. Ma è una cosa da sfruttare oppure è qualcosa che devo limitare, continuando a mettere dei divieti?». Questa mancanza di certezze, però, non deve avvitarsi su se stessa, arrivando ad assecondare qualsiasi forma di tirannia che un bambino può avanzare nei confronti del genitore. «Come ad esempio, nel caso – prosegue Matozzo – di un bambino di 4 anni che tiene in scacco madre e padre, facendoli litigare tra loro, per la richiesta isterica di uno yogurt ai mirtilli che i genitori possono aver dimenticato di comperare». I bambini non sono angioletti, spesso sanno imporsi e se è vero che un figlio non può essere trattato come una piccola divinità, un padre e una madre non possono farsi guidare solo dall’istinto.

Sintonia e coerenza
«Dev’essere chiaro che i bambini non sono il prolungamento del nostro ego. Bisogna cercare di sintonizzarsi con loro perché ogni soggetto è un individuo unico, con i suoi tempi di apprendimento e di crescita». E quindi qualsiasi infortunio possa accadere al proprio figlio, anche il più banale, come cadere dalla bicicletta davanti a tutti, non deve venire vissuto con smacco dal genitore. «Altrimenti al senso di incapacità che il bambino prova si somma la reazione severa di un padre che ne amplifica le frustrazioni, mentre la soluzione deve andare proprio nella direzione opposta». L’empatia: accettare l’inciampo, consolare il bambino, cercando di spiegargli quali possono essere i trucchi migliori per restare in equilibrio. «In fondo è un principio che vale per i grandi, figuriamoci per i più piccoli: l’ansia da prestazione può solo diventare controproducente, non si cresce attraverso delle scadenze prefissate».

Il senso di inferiorità
Inutile quindi rammaricarsi o addirittura provare sensi di inferiorità se il figlio della vicina di casa parla in modo fluente e il nostro alla stessa età non ha la medesima dote. «Forse – ammette Benedetta – alla radice di tutto c’è l’apprensione di non essere accettati e alla fine concedi o togli più di quello che vorresti per non voler rimanere fuori dal gioco».Che è come dire: per farsi accettare dagli altri, il rischio è di non accettare il proprio figlio, con le sue inclinazioni, i bisogni e persino i pianti all’apparenza più bizzosi. «Perché è sempre indispensabile risalire alla radice di quelle lacrime – incalza Matozzo – imparando a calarsi nei panni dei propri figli. Magari anche solo chiedendosi: se io fossi mio figlio, cosa avrei voluto da mio padre o da mia madre?».

Sei suggerimenti utili del professor Pierpaolo Matozzo, membro dell’Associazione Ticinese Psicologi (ATP)

1. Non esistono genitori perfetti così come non esistono figli perfetti. Partendo da questo presupposto non ci si fa schiacciare dallo sguardo giudicante altrui. I sensi di colpa rischiano solo di inibire la volontà educativa.

2. Nessuna competizione con i ritmi di crescita degli altri bambini: ogni figlio ha valori, attitudini e caratteristiche sue proprie. Questi elementi non vanno mai dimenticati, per sentirsi più liberi e non in difetto.

3. Lasciarsi guidare dall’istinto, nei comportamenti con i propri figli, può diventare una trappola. La relazione tra genitori e figli è un bene comune dove far dialogare le diverse esigenze.

4. Qualsiasi sconfitta con sui ci si trova confrontati non deve mai essere drammatizzata in modo tranciante, ma al contrario, attraverso l’empatia, deve diventare lo stimolo per provare a dare nuovi insegnamenti.

5. Anche le reazioni emotive più disturbanti di un figlio devono essere interrogate per quello che sono, cioè risalendo all’origine di quella reazione per capire qual è la molla che la scatena.

6. Una parola-chiave riassume tutti questi atteggiamenti: accettazione. Accettare le proprie emozioni, anche quelle più negative, permette di cambiare la visuale e di ribaltare continuamente le prospettive.

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