Carla Juri in una scena del film “Blade Runner 2049”. (Foto: Stills Blade Runner 2049: SONY/mad)

Carla Juri: La sognatrice

Intervista esclusiva - La leventinese, classe 1985, ha sorpreso tutti con la sua interpretazione in “Blade Runner 2049”. Storia di una ragazza riservata, arrivata al successo. – PATRICK MANCINI

Dal piccolo villaggio di Ambrì, ai futuristici set di “Blade Runner 2049”. Lei è Carla Juri, classe 1985, attrice leventinese che nella pellicola firmata da Denis Villeneuve interpreta un ruolo chiave. Talmente importante che la produzione le ha imposto il silenzio assoluto prima dell’uscita del film nei cinema. Sullo schermo la si vede, in totale, per una decina di minuti. Relativamente pochi, ma decisivi ai fini della trama. A oltre un mese dalla “prima”, Carla, che oggi vive a Londra, si racconta. E lo fa con una premessa. Niente domande sulla vita privata. Una scelta, quella per la massima protezione della privacy, che la stessa attrice ticinese porta avanti da sempre.

Cosa significa tenere per mesi il segreto sul proprio ruolo in un film, quando tutto il mondo mediatico vorrebbe saperne di più?
Era la prima volta che mi capitava una cosa del genere. È stato davvero particolare. Mi dispiaceva rispondere negativamente a tutti i giornalisti che mi chiedevano informazioni sul progetto o sulla mia parte.

Ora che tutti sanno come stanno le cose, si sente più “sollevata”?
Sì, se uno ha visto o va a vedere il film capisce automaticamente le motivazioni di questo mio riserbo.

Come è arrivata, Carla Juri, a recitare in “Blade Runner 2049”?
Sono legata a un’agenzia, grazie alla quale partecipo a diversi casting internazionali. Un giorno mi è stato chiesto di recarmi a Montréal per un incontro con il regista Villeneuve.

E poi cosa è accaduto?
Dopo il nostro primo meeting, sono stata poi invitata a dei provini a Los Angeles. È stato un lungo processo.

Secondo lei perché è stata scelta?
Credo che a Denis (il regista, ndr) sia piaciuta la mia interpretazione del personaggio. Probabilmente avevamo una visione simile in merito all’essenza del mio ruolo.

Proprio Denis Villeneuve, in un’intervista a un quotidiano italiano, ha dichiarato di essere rimasto folgorato dal fatto che lei avesse un passato come giocatrice di hockey su ghiaccio. Cosa ci può dire a proposito di questo regista?
È una persona intuitiva e sensibile. Ammiro molto le sue opere, soprattutto perché trovo che, nelle sue pellicole, abbia un bellissimo senso per il ritmo e le atmosfere. Sul set dà fiducia agli attori. È un regista comunicativo.

Quando uscì il primo “Blade Runner”, nel 1982, diretto da Ridley Scott, lei non era neanche nata...
E pensare che inizialmente il film non fu particolarmente apprezzato. Dopo poche settimane venne addirittura tolto dalla programmazione dei cinema. La gente non riusciva a capirlo. Penso che lo vedesse come troppo distante dalla realtà. Probabilmente il pubblico non era pronto. È diventato un film “cult” solo con il passare degli anni


E lei cosa ha pensato dopo avere visto per la prima volta un film che parlava di replicanti e di un futuro tanto cupo?
Mi è subito venuta voglia di leggere il libro a cui la pellicola di Scott era ispirata. È stata una cosa spontanea.

Si riferisce a “Il cacciatore di androidi”, pubblicato nel 1968 da Philip K. Dick?
Esattamente. Sentivo il bisogno di saperne di più.  

E ci è riuscita?
Sì. Un film ha due, tre ore di tempo per raccontare tutto. Una pellicola, da un certo punto di vista, è per forza limitante rispetto al libro.

A un certo punto in “Blade Runner 2049” la vediamo in lacrime. Quanto è difficile per un’attrice piangere sul set?
In realtà non è né difficile né facile. È una questione di immedesimazione nella persona che si interpreta nella storia. E io ho cercato di immedesimarmi totalmente nel mio personaggio.

Come è stato recitare al fianco di un “mostro sacro” come Harrison Ford?
All’inizio è stato parecchio surreale. Ma bisogna sapere che lui è un uomo molto spiritoso. Quindi, dopo circa un quarto d’ora, ci si dimentica che quell’Harrison è veramente Harrison Ford.



È una carriera in costante ascesa, quella di Carla Juri. Nel 2016 l’attrice ticinese ha interpretato magistralmente la pittrice Paula Modersohn-Becker nel film “Paula”, diretto dal regista tedesco Christian Schwochow. Ma i primi grandi traguardi arrivano molto prima. Nel 2011, ad esempio, vince il Quartz del cinema svizzero come migliore interprete non protagonista, grazie alla performance in “180° - Wenn deine Welt plötzlich Kopf steht” di Cihan Inan. L’anno successivo, arriva il bis, stavolta come miglior attrice protagonista per “Eine wen iig, dr Dällebach Kari” di Xavier Koller. Nel 2013, eccola in “Feuchtgebiete” (Zone Umide), adattamento cinematografico del discusso romanzo di Charlotte Roche. Il film viene presentato al Festival di Locarno e la porterà a ricevere lo Shooting Stars Award alla Berlinale.

La domanda a questo punto sorge spontanea. Nel corso della sua carriera lei ha ricevuto diversi premi. Che rapporto ha Carla Juri con il successo?
Sono premi che mi fanno piacere e che mi danno coraggio. Questo però non cambia la realtà dei fatti. Ogni volta che mi affidano una parte, dentro di me ricomincio sempre da zero.  

Nel 2013 ha vestito i panni di una ragazzina trasgressiva nel film scandalo “Zone Umide”. La pellicola suscitò reazioni contrastanti. Che ricordi ha?
Ho vissuto la mia performance in “Zone Umide” come una bella esperienza. Mi piacciono le pellicole “scomode”, capaci di sollevare questioni che polarizzano e che aprono un dibattito, anche interiore.

Quali caratteristiche deve avere oggi un’attrice o un attore per farsi strada?
Non so se sono la persona giusta per rispondere a questa domanda. Perché non ho mai pensato di fare l’attrice. Credo che questo dettaglio sia stato importante.

Dobbiamo aspettarci un altro exploit anche per il 2018?
Per me è non è per forza fondamentale fare parte di un grande film. Mi piacciono anche i lavori più piccoli. L’importante è che la storia che mi viene proposta possa coinvolgermi. È sempre una bella sfida. Deve essere così.

La chiacchierata sta per concludersi. Tentiamo un ultimo affondo. Vorremmo parlare con Carla Juri della sua esperienza come giocatrice di hockey su ghiaccio, quando era ragazzina. Vorremmo sapere se tifa ancora per l’Ambrì Piotta. E se ha ancora un legame forte con la sua Leventina. Ci piacerebbe anche chiederle come reagisce la gente del “jet set”, quando lei racconta di essere cresciuta in una piccola valle del Ticino. Niente da fare. Carla è ermetica. E, ancora una volta, ci invita cordialmente a rispettare la sua scelta. La ringraziamo per il tempo che ci ha concesso e la salutiamo. Con un pizzico di amarezza.

-------------

CHI È CARLA JURI? – Nata nel 1985 a Locarno, Carla Juri è cresciuta in una famiglia bilingue (la mamma è lucernese) nel villaggio di Ambrì. Studia recitazione a Zurigo, Los Angeles e Londra. Tra il 2011 e il 2012 diventa la prima persona a vincere per due anni di fila il maggior premio cinematografico elvetico (Quartz del cinema svizzero). Nel 2013 recita in “Feuchtgebiete” (Zone Umide), pellicola che la proietta tra le giovani promesse del cinema europeo. Seguiranno diversi altri lavori. Fino alla recente performance in “Blade Runner 2049”.

-------------

DATA DI PUBBLICAZIONE: 14 novembre 2017


Commento (0)

Grazie per il vostro commento.

Questo commento ha un contenuto sgradevole?

Il testo sarà controllato ed eventualmente modificato o bloccato.

Il vostro commento

Non avete ancora scritto il commento.

Questo campo deve essere compilato. Grazie.

Campo obbligatorio
Questo campo deve essere compilato. Grazie.










Si prega di commentare nel rispetto della nostra netiquette e degli altri utenti.



Login con il profilo di Cooperazione

Chiudere
Fehlertext für Eingabe

Fehlertext für Eingabe

Dimenticato la password?