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Musicisti e danzatrici delle scuole di samba e dei gruppi di batucada sfilano per le vie del centro storico di São Luis nei giorni del carnevale.




Carnevale in Amazzonia

IL VIAGGIO — Chi non ha presente il carnevale di Rio, frequentato ogni anno da milioni di turisti? Ma il carnevale in Brasile si declina in altre forme come qui, a São Luis.

Si chiamerebbe Rogério do Maranhão, ma per tutti è Rogéryo du Maranhão. È un prolifico musicista di São Luis, autore di 3 libri e ben 20 cd Rogéryo ci riceve nella scuola dove insegna musica a 350 tra bambini e adolescenti. «Voi europei, quando parlate di musica brasiliana, pensate a Rio, o al massimo a Bahia. Ma è nel Maranhão che convivono tesori musicali in grado di produrre festività originali. Il nostro carnevale, per esempio, balla ritmi variegati. Figli della storia di questa regione…».

Grande quasi quanto l’Italia,
il Maranhão  – una scheggia di Brasile che inizia dove terminano le ultime propaggini della foresta amazzonica – è popolato da poco più di sei milioni di abitanti. São Luis, la capitale, è sonnolenta e misteriosa. È l’unica città, tra quelle brasiliane, ad essere stata fondata dai francesi, ma quello che la storia ci ha lasciato in eredità è una delle capitali più lusitane del Brasile, con un’impronta architettonica tipicamente portoghese. Oggi è una città ancora più nera di Salvador da Bahia. Per sincerarsene basta passare dalle parti del Mercado da Praia Grande, i giovedì sera, dove il primo buio della sera viene rischiarato da un fuoco utilizzato per scaldare le pelli dei tamburi utilizzati per un rito originariamente dedicato a San Benedetto, un santo cattolico sincretizzato con Toy Averekête, divinità del candomblè. È la tradizione dei Tambor-de-Crioula, una danza sensuale che è una sorta di antipasto sonoro dei ritmi che esplodono nei giorni del carnevale. Giorni in cui a São Luis regna l’improvvisazione, di chiara marca africana, ereditata dagli abitanti dei quilombos, le comunità formate dai discendenti degli schiavi africani fuggiti dalle piantagioni in cui erano prigionieri all’epoca della schiavitù.

Per preparare il carnevale, quattro giorni in cui un intero popolo decide di lasciarsi le spalle tutte le preoccupazioni, i brasiliani lavorano per dodici mesi,  investendo una parte considerevole dei loro risparmi, nella preparazione di costose fantasias, gli sgargianti costumi delle scuole di samba.  «La miseria interessa agli intellettuali, al popolo piace il lusso», ci spiega il titolare di un laboratorio sartoriale di Madre Deus, il barrio più culturale e bohémien della città.

È qui che hanno la loro sede alcune delle scuole di samba cittadine, tra cui quella di Tourma do quinto, che talvolta prova musiche e danze di notte, davanti alle mura del cimitero. Vita e morte entrano così in contatto, in una delle tante contraddizioni che caratterizzano un paese ricco ma povero, triste ma allegro. Le canzoni del samba sono gaie, ma raccontano le sofferenze quotidiane, gli amori falliti, i problemi politici e sociali… In pratica la quintessenza della vita. È per questo che durante il carnevale nelle strade di São Luis, come in quelle di tutto il Brasile, si riversa un’intera umanità. Per alcuni sarà l’ultimo carnevale, per qualche ragazzina la prima occasione per mostrare al mondo che si sente già donna. Si può incontrare una nipotina quattordicenne, agghindata con un cappellino griffato per ripararsi dal sole, che accudisce la nonna che balla come una indemoniata. Una ballerina disperata per aver rotto un tacco e una che deve compiere acrobazie inenarrabili per infilarsi la scarpa persa per strada. Una che sfoggia una fantasia che gli è costata un impegnativo  deposito al banco dei pegni, e una che l’abito se l’è cucito da sola, usando modesti scampoli di stoffa. Un cantante che ha una ruga per ogni samba del suo repertorio e una ragazzina che balla, sognando il sambodromo di Rio.  Un bloco (gruppo di percussionisti) che indossa abiti che sembrano la divisa d’ordinanza degli addetti alle pompe funebri, seguiti da un bloco che sfoggia i colori della bottega di un sarto di Bamako. Una follia contagiosa, che si può fronteggiare con due mosse. La prima:  rivolgersi a un venditore di Guaranà De Amazonas, una energetica ed eccitante bevanda scoperta dagli indios d’Amazzonia e ora diffusa in tutto il Brasile (mezzo euro per un bicchierone che sazia quasi quanto un pasto). La seconda: ballare, ballare, ballare…

L’altra festa
Bumba meu Boi

Mestre Apolonio ha più di 90 anni. Ci riceve a casa sua, nel quartiere Floresta, periferia di São Luis. Da quasi un secolo è tra i protagonisti del Bumba meu Boi, l’unica festa che può competere con il carnevale. Si celebra a giugno ed è una sorta di commedia popolare tragico-satirica che coinvolge personaggi animali, umani e fantastici. «È la storia di un bue – ci spiega Apolonio – che viene rubato e ucciso dal marito di Catirina, una schiava gravida che ha voglia di mangiare una lingua di bue. Il marito viene però scoperto dai vaqueros, ma visto il movente del delitto viene perdonato. Il bue viene fatto tornare in vita, e poi al culmine di una grande festa popolare viene immolato e il suo sangue offerto ai presenti». Ovviamente tutto è finto e simulato: il bue è una struttura di legno decorato vivacemente con della stoffa colorata e brillantata, ed il sangue offerto in realtà è vino.

Claudio Augustoni

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Testo: Claudio Augustoni
Foto: Bruno Zanzottera
Cartina: Rich Weber
Pubblicazione:
lunedì 09.02.2015, ore 00:00


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