Il critico cinematografico Marco Zucchi animerà un atelier per i ragazzi di Castellinaria, manifestazione che si svolgerà dal 12 al 19 novembre. (FOTO: Sandro Mahler)

Cinema giovane: «Molti ragazzi sanno già fare un film»

Marco Zucchi, critico cinematografico della RSI, sulla sua professione e sulla rassegna Castellinaria, dove animerà un work-shop per ragazzi. — GERHARD LOB

Lei terrà, per la prima volta all’interno della rassegna di Castellinaria, un «atelier di formazione al linguaggio cinematografico». In che cosa consiste ?
Desidero dire che questo atelier è stato proposto dai giovani, attraverso la tribuna dei giovani cinefili, un gruppo di ragazzi che una volta al mese vanno insieme al cinema, di solito per vedere un lungometraggio sul quale si confrontano e sul quale scrivono delle critiche. A Castellinaria invece, per motivi di tempo, analizzeremo e discuteremo un cortometraggio.

Come si procederà?
Vedremo il film due volte da due punti di vista. La prima volta parleremo dei dati oggettivi, della scrittura e del linguaggio, degli errori di un prodotto video. In un secondo tempo ci occuperemo dei dati soggettivi, di aspetti più vicini al lavoro di un critico cinematografico, lo stile, il contenuto, l’aspetto emotivo. Il critico cinematografico è uno spettatore appassionato.

Non sarà facile...
Sono giovani molto interessati che hanno già scritto recensioni su dei film e fanno parte della giuria di Castellinaria, non partono da zero.

Lei ha lavorato anche con studenti della scuola media per avvicinarli al cinema, ad esempio a Chiasso. Cosa può dirci di queste esperienze?
Ho provato una grande soddisfazione e una grande emozione. Nei confronti di un film i ragazzi sono spesso molto più smaliziati di quello che gli adulti immaginano. Capiscono i dettagli, fanno letture di un film a cui un adulto non pensa. È molto interessante confrontarsi con loro. Mi è capitato regolarmente di mostrare dei film – lungometraggi – e di discutere con i ragazzi anche in presenza dei registi. L’interesse è sempre molto grande. Il grado di conoscenza storico dei contenuti è spesso basso ma il grado di conoscenza tecnico è forse più alto di quello della mia generazione. Molti ragazzi sanno già fare un film.

Qual è la differenza principale tra un adulto e un ragazzo nel modo di vedere e percepire un film ?
La visione del ragazzo è meno influenzata da retropensieri. L’adulto guarda un film paragonandolo con film che ha già visto, mette il suo vissuto. In altre parole: i giovani vanno più direttamente al punto. Ragazzi di 11 o 12 anni sono in grado di dire in poche parole quello che hanno visto in un film in modo quasi più compiuto di un adulto.

Da giovane era appassionato di cinema ?
Sì, assolutamente. Come ha detto Jovanotti alcuni giorni fa a Roma, la mia generazione non può prescindere da Bud Spencer, da quel tipo di cinema che ci faceva ridere e sognare da bambini. Ma devo dire che pure la televisione mi ha influenzato. Si tende a demonizzare la televisione ma al piccolo schermo ho visto molti film interessanti, Eisenstein, Woody Allen. Penso che nel mio caso sia stato un amore a prima vista con il cinema.

Dalla passione alla professione c’è tanta strada da percorrere. Come è arrivato a fare della sua passione il suo mestiere ?
La passione è un elemento importante per esercitare qualsiasi professione, nello specifico si diventa critico cinematografico studiando i film e la storia del cinema che pur essendo meno lunga di quella di altre arti ha ormai comunque più di 100 anni.
Quanti film vede in un anno?
Potrà sorprendere, ma credo di guardare circa 300 film all’anno. Dico potrebbe sorprendere, perché ci sono ragazzi che probabilmente ne guardano di più.

Guarda sempre i film per intero, oppure lascia la sala quando si annoia?
Credo che non mi sia capitato più di 10 volte di lasciare la sala prima della fine di un film. In un paio di occasioni mi sono detto: c’è un limite a tutto, vado via. Ma non si trattava di film che dovevo valutare professionalmente. I film si vedono dall’inizio alla fine. Come diceva Woody Allen: «Se sono già passati i titoli di testa io non entro».

Come critico cinematografico incontra tante star, registi, attori. Qual è l’incontro che le è rimasto più impresso?
Col cuore rispondo Bud Spencer, a Locarno nel 2003. Una grande emozione e l’unico di cui conservi una foto in ufficio. Ma anche la prima volta che ho incontrato Greenaway è stata appassionante. E poi Natalie Portman, Halle Berry, Jude Law, Morgan Freeman, Tim Roth e tantissimi altri... Quest’anno l’incontro più bello è stato quello con Ken Loach. In assoluto l’intervista indimenticabile è stata quella con Luise Rainer, che aveva quasi 100 anni e aveva vinto due Oscar settan’anni prima.

Ha mai voluto cambiare mestiere e diventare attore oppure regista?
A me non è capitato. Ma ad altri succede. Pensiamo alla «Nouvelle vague» dove molti giovani sono passati da critici ad autori e registi. Io preferisco andare a vedere i film.

Torniamo a Castellanaria, un festival che è molto cresciuto e che è sempre più apprezzato. Quanto sono importanti simili eventi per avvicinare i giovani alla settima arte?
Sono molto importanti, pensiamo non solo a Castellinaria ma anche alla giuria dei giovani al Festival di Locarno e eventi simili. Ho visto tante volte quanto plusvalore di passione e di partecipazione può dare una proiezione fatta davanti a 500 bambini. Nell’infanzia ci si appassiona. Il livello dei film proposti a Castellinaria è alto e questo è importante. I bambini non sono abituati a vedere certe pellicole semplicemente perché non vengono proposte nelle sale.


Si dice che i giovani d’ oggi non vadano più al cinema, che preferiscano vedere i film in streaming a casa oppure viaggiando in treno. È vero?
È sicuramente vero che la gente va meno al cinema, lo dicono le statistiche. I bambini e i ragazzi sono però sicuramente tra gli spettatori più assidui anche se le sale cinematografiche sono meno piene che anni fa. Poi arriva l’età in cui i giovani smettono di andare al cinema, ma non vuol dire che non guardino più film, anzi, a mio parere, visto che esistono lo streaming e altri mezzi, guardano molti più film che una volta. Forse non vanno al cinema perché non vogliono pagare il biglietto.

Ma non basta vedere un film. La cultura cinematografica è anche una cultura di condivisione, cioè andare insieme al cinema. Cosa si può fare per coltivare questa cultura?
Per i bambini e le famiglie questa funzione esiste ancora ma è vero che tra i giovani e gli adulti è diminuita. Sono soprattutto gli adulti che hanno smesso di andare al cinema e guardano i film a casa.

Cosa può dirci della programmazione delle sale cinematografiche?
Abbiamo due problemi. Il primo è che nelle sale cinematografiche viene proposto ciò che è più vendibile al momento. Il secondo problema è che siamo l’unica regione italofona fuori dall’Italia e che la nostra è una regione molto piccola pertanto in molti casi costa troppo importare film italiani in Svizzera per distribuirli solo in Ticino.

Ultima domanda. Quale è il suo film preferito?
2001. Odissea nello spazio di Stanley Kubrick.

Marco Zucchi è nato nel 1970 a Mendrisio. Cresciuto a Chiasso, ha visto il primo film nel glorioso cinema Excelsior. Da oltre vent’anni si occupa di trasmissioni cinematografiche alla RSI e scrive come critico anche per il Giornale del Popolo. Inoltre, si occupa di didattica cinematografica con i ragazzi delle scuole. Ha collaborato al libro sulle sale cinematografiche svizzere Rex, Roxy, Royal (Merian Verlag) uscito pochi giorni fa.

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