«Sì, il cinema svizzero è da Oscar»

Il 26 febbraio, in lizza per le ambite statuette ci saranno pure tre pellicole rossocrociate. Discutiamo con Seraina Rohrer, direttrice delle Giornate cinematografiche di Soletta, sullo stato del cinema elvetico. — ISABELLA VISETTI

Gli Oscar 2017 saranno assegnati a Los Angeles il 26 febbraio. In lizza per una statuetta anche tre film svizzeri, o meglio 2 e mezzo, perché uno è una co-produzione: “Ma vie de Courgette” di Claude Barras, candidato nella categoria “Miglior film d’animazione”; “La femme et le TGV” di Timo von Gunten nella categoria “Miglior cortometraggio” e “I am not your negro” del regista haitiano Raoul Peck nella categoria “Miglior documentario”.

Tre nomination agli Oscar per il cinema svizzero: è la punta di un iceberg o è una casualità?
Spero che questo risultato segni l’inizio di un nuova fase per la cinematografia svizzera. Anche se è vero che nel cinema il successo non si può pianificare, perché c’è sempre un fondo di casualità, mi auguro che queste tre nomination agli Oscar favoriscano un rilancio del cinema d’autore in Svizzera, un po’ come accadde negli anni ’70 con Alain Tanner, Claude Goretta e altri, perché un cinema di qualità è molto importante per un piccolo Paese come il nostro.

Si aspettava il grande successo di “La mia vita da Zucchina”? 
Quando l’ho visto ho subito pensato che fosse un film bellissimo, sia per come è stato realizzato, sia per la storia che racconta. Alla fine non mi ha stupito troppo che fosse in lizza per aggiudicarsi una nomination.



Una prima svizzera per il cinema d’animazione...
Il cinema d’animazione svizzero ha sempre avuto buoni riconoscimenti dalla critica, ma quasi sempre solo nei corti, perché questo è il tipo di produzione che c’è stato finora. Con “La mia vita da Zucchina”, il successo è ora su un altro livello.

Qual è lo stato di salute del cinema svizzero?
Da alcuni anni la sua forza è nei documentari, molto apprezzati e visti anche all’estero. Questo fenomeno si ripete. L’ultimo esempio è “Raving Iran” di Susanne Meures, che ha viaggiato molto nel mondo. I documentari sono diventati un fiore all’occhiello della cinematografia elvetica.



E nel settore della fiction?
Nella fiction, il cinema svizzero non è finora riuscito a creare un marchio di qualità e fa fatica ad affermarsi, non solo sul piano internazionale. Quando esce un film, a volte ha successo, altre no, ma più in generale non è un richiamo per il pubblico, gli spettatori non corrono al cinema per vedere la nuova uscita. Spesso il successo di queste pellicole è solo regionale, molti film non sono nemmeno distribuiti nelle sale, per esempio in Romandia o in Ticino. Accade anche l’inverso: l’ultimo caso è  “Il nido” di Klaudia Reynicke, un film che viene dal Ticino e che malgrado l’ottima accoglienza all’estero non si sa ancora se uscirà nelle sale svizzero-tedesche. Questo è un peccato, perché credo che la cultura cinematografica possa avere una funzione di coesione nazionale e possa essere un importante strumento grazie al quale le regioni linguistiche mostrano qualcosa di sé e imparano a conoscersi meglio. 

La distribuzione è l’anello debole nel nostro paese?
In un certo senso sì, perché – a differenza di altre nazioni – in Svizzera l’industria cinematografica ha tre mercati nazionali, ciò significa che la distribuzione deve esser fortemente sovvenzionata affinché i film circolino nelle differenti regioni linguistiche. A volte poi i distributori decidono, per ragioni finanziarie, di non sottotitolare alcuni piccoli film, soprattutto quando  intuiscono che non avranno un successo enorme. Bisogna anche considerare che le entrate nelle sale negli ultimi anni hanno registrato una flessione e questo calo di pubblico non aiuta la distribuzione.

Quale soluzione si può intravedere?
Occorre puntare sui festival e sulle rassegne cinematografiche che creano degli eventi nei quali i film possono essere mostrati, anche in presenza dei registi. Bisogna andare di più verso gli spettatori e creare momenti di fruizione cinematografica coinvolgenti ed emozionanti, ma anche più informativi, grazie a spiegazioni e dibattiti sui film.

Quanto pesa l’esclusione della Svizzera dal programma Media dell’Unione europea? 
Dal 2014 la Svizzera non fa più parte di Media e questo ha avuto un influsso negativo sulle uscite nelle sale europee dei nostri film e sulla presenza della Svizzera negli eventi e negli incontri organizzati per tessere reti di collaborazione e contatti. L’essere tagliati fuori da questa rete è grave per la produzione cinematografica a lungo termine, perché la nascita di un film, soprattutto di questi tempi, può avvenire solo in un contesto internazionale. Ora si sopperisce a questa mancanza facendo delle co-produzioni, perché ciò permette di far ancora parte di Media. Non è solo una questione finanziaria, perché l’Ufficio federale della cultura compensa con fondi propri l’esclusione dal programma Media, ma soprattutto di esclusione degli operatori del cinema svizzero da una rete professionale molto importante e utile.

Cosa ha spinto Seraina Rohrer a studiare cinema?
Sono cresciuta senza televisione e quando ho scoperto il mondo dell’audiovisivo, ho cominciato ad andare al cinema e sono rimasta incantata dalla narrazione sul grande schermo. Ho deciso di seguire questa direzione anche negli studi e la mia grande passione è diventata la mia professione.

Non ha mai avuto il desiderio di andare dietro la cinepresa?
Finora non sono mai stata tentata dalla carriera da regista. Vedo la mia funzione come una mediatrice tra professionisti del cinema e il pubblico ed è quello che faccio come direttrice delle Giornate cinematografiche di Soletta. In fondo, non mi dimentico di essere prima di tutto una spettatrice, una spettatrice che ama i film e che piange spesso al cinema.

Lei è la prima donna a dirigere le Giornate cinematografiche di Soletta: ha portato un tocco femminile?
È difficile da dire, ho portato la mia persona nel suo complesso, al di là del genere. In questi anni come direttrice ho però richiamato l’attenzione sul fatto che le donne sono ancora sottorappresentate nella produzione e hanno il problema di dover lavorare con budget inferiori rispetto ai loro colleghi uomini. In questo ambito c’è ancora molto da fare: tante ragazze frequentano le scuole di cinema, ma poi non riescono a intraprendere una carriera in questo ambito. Sono necessari dei cambiamenti a livello strutturale. Prima di tutto è importante avere dati concreti e non solo impressioni per valutare la situazione, per esempio sapere quante donne hanno inoltrato un progetto per un film e quante l’hanno potuto realizzare. Questa raccolta dati è ora fatta sistematicamente ed è inserita nel messaggio sulla cultura 2016-20.

Se dovesse spiegare la Svizzera con tre film quali sceglierebbe?
“L’ordine divino” di Petra Volpe, il film di apertura dell’ultima edizione delle Giornate cinematografiche di Soletta, perché racconta come la Svizzera non arriva sempre prima; “More than honey” di Markus Imhoof, perché ci dice che la salvaguardia dell’ambiente non si ferma ai confini nazionali e “Neuland” di Anna Thommen, perché fa vedere come la nostra idea di migrazione sia in continuo mutamento e dimostra come la Svizzera sia un paese dove si può avere una chance per rifarsi una vita.

In conclusione un pronostico: “Ma vie de courgette” riuscirà a sbaragliare la concorrenza della Walt Disney con Zootropolis?
Sarà molto difficile, basta confrontare il budget di promozione di questi due film... Credo però che la nomination valga già come una vittoria.

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