«La mia vita da zucchina»
acclamato da critica e pubblico

Dopo essere stato celebrato in numerosi festival cinematografici, il film del regista romando Claude Barras approda nelle sale ticinesi. — RAFFAELA BRIGNONI

In questi giorni esce nelle sale ticinesi La mia vita da Zucchina, il film d’animazione  a passo uno (o stop motion: tecnica con cui i disegni sono sostituiti da pupazzi, filmati fotogramma per fotogramma) del regista vallesano Claude Barras.

Il regista Claude Barras all’opera sul set con una marionetta del film, un lavoro da certosino per ogni scena.

È la storia del piccolo Icare, soprannominato Zucchina, che dopo la perdita della madre viene mandato a vivere in un istituto. Qui il suo destino si incrocerà con quello di altri bambini dai vissuti tormentati, con cui imparerà a crescere e ad affrontare con slancio il futuro.


Il suo film è stato acclamato da critica e pubblico a livello internazionale. Se l’aspettava?
Non proprio. È vero che sin dall’inizio avevamo mirato ad un pubblico molto vasto, dai bambini agli adulti, ma il processo di realizzazione prima di presentare il film è stato talmente lungo e complesso che alla fine non sapevamo bene come sarebbe stato accolto.

Come spiega tutto questo successo?
Credo che i valori che il film veicola, come l’amicizia e l’aiuto reciproco per superare i momenti difficili, abbiano reso la storia toccante, dato anche il periodo specifico che stiamo vivendo in cui ci sono molta tensione e molto cinismo.

È un nostalgico dell’infanzia? Girare questo tipo di film è un modo per restare bambini?
L’infanzia è un momento privilegiato in cui si scopre il mondo, si è molto curiosi e non si hanno responsabilità. A differenza dei personaggi del film, io sono cresciuto in una famiglia molto affettuosa, la mia infanzia è stata felice e ne ho un ricordo un po’ nostalgico. Ma girare questo film è stato per me piuttosto un passaggio all’età adulta. Ho dovuto dirigere dei bambini (nell’edizione originale in francese la registrazione delle voci dei bambini ha preceduto le riprese, ndr), un po’ come un genitore. Come regista ho dovuto prendere delle decisioni e guidare una squadra verso un risultato coerente. Ho fornito all’équipe una direzione ma ho lasciato loro molto spazio. Questo lavoro di accompagnamento mi ha fatto maturare.

Il film è tratto dal libro di Gilles Paris Autobiographie d’une Courgette (La mia vita da Zucchina, ed. PIemme).  Che cosa l’ha colpita da acquisirne i diritti?
Da bambino mi aveva molto segnato il film Senza famiglia, la storia di un orfano ambientata nell’800. Mi aveva fatto molto piangere ma al tempo stesso volevo lottare assieme a questo bambino. Avevo vissuto la stessa cosa con il cartone animato di Heidi. E io volevo offrire ai bambini di oggi questo tipo di esperienza. Quando Cédric Louis, con cui avevo già realizzato alcuni cortometraggi, mi ha fatto leggere il libro di Paris, ho subito pensato che fosse adatto per il mio primo lungometraggio. Mi era piaciuta l’idea che la storia iniziasse male ma che andasse verso la luce, che fosse la storia di un bambino in un gruppo, di come ci si posizioni, come ci si possa sentire rifiutati ma poi tendere la mano e capirsi.
Il film abborda temi delicati, i bambini dell’istituto hanno delle storie dure alle spalle. Ha consultato degli specialisti dell’educazione?
Ho degli amici educatori e un’amica che lavorava in un istituto mi ha permesso di fare uno stage nel suo foyer. Questo mi ha legittimato ad affrontare un tema che conoscevo solo in modo indiretto. Anche Gilles Paris  aveva lavorato un anno in un istituto per poter scrivere il libro. Inoltre, ho fatto leggere la sceneggiatura a insegnanti ed educatori. Per me era importante che il film fosse realista e documentato.

Lei è illustratore. Come mai ha scelto la tecnica del passo uno?
Durante i miei studi di illustrazione a Lione ho avuto un corso di scultura che mi aveva appassionato. Quando sono tornato in Svizzera ho incontrato Cédric Louis e i fratelli Guillaume che stavano preparando il loro lungometraggio Max&Co (film d’animazione romando del 2008). Avevo fatto per loro il design dei personaggi e mi avevano chiesto se volessi occuparmi anche dell’animazione in stop motion, e mi era piaciuto molto.

Ci spieghi come ha proceduto per La mia vita da Zucchina.
La stop motion è un ibrido: da un lato è animazione e dall’altro è quasi un film classico ma al rallentatore. L’animatore prende il posto dell’attore in un certo senso. Recita il ruolo del personaggio tramite la marionetta e può girare 3-4 secondi di film al giorno. Abbiamo filmato parallelamente su 15 set con 10 animatori.

Ci sono stati momenti in cui avete rischiato di gettare la spugna nei 10 mesi di riprese?
Io no! (Sorride). Ho già prodotto dei cortometraggi ma per questo film ho avuto dei produttori. Quelli svizzeri provenivano dal film classico, quelli francesi dall’animazione 3D. Tutti avevamo una parte di savoir-faire ma nessuno aveva mai fatto un’animazione in stop motion e quindi dall’inizio, fare il budget, organizzare la fabbricazione dei personaggi, dei set, delle riprese, è stato abbastanza complicato. Quando siamo arrivati a metà delle riprese, ci siamo resi conto che i soldi non bastavano per terminare il film. Quindi abbiamo cercato soluzioni per lavorare più rapidamente, io ho accorciato il film e semplificato alcune scene, e i produttori hanno trovato dei fondi supplementari.
Lavorare così a stretto contatto dev’essere stata un’esperienza particolare…
Sì, abbiamo vissuto uno «spazio-tempo» molto speciale. Innanzitutto perché abbiamo lavorato a Lione, dove ci siamo trasferiti per quasi un anno di preparazione e per i 10 mesi delle riprese. Abbiamo vissuto fuori dalla vita normale, quasi come una piccola tribù autonoma e i nostri personaggi sono diventati dei compagni di cui in un certo modo abbiamo vissuto le avventure. Una cosa ancora più strana che abbiamo constatato è che nell’équipe si sono verificate le stesse cose che raccontiamo nel film.

Cioè?
Le difficoltà nella preparazione del film o i conflitti che a volte ci sono stati con i produttori sono situazioni che ci hanno portato a creare dei legami di solidarietà eccezionali per superare gli ostacoli. E poi alla fine ognuno è partito per la sua strada. Eravamo un po’ tristi ma non si può vivere sempre sui set, così come i bambini del film non resteranno sempre in un foyer.

Un grande cantiere si è concluso. A che cosa sta lavorando ora?
A due progetti di lungometraggi. Uno è un’adattazione, e di questo non posso parlare perché non abbiamo ancora acquisito i diritti. L’altro è un film d’animazione in stop motion per bambini che sto scrivendo io. Lo spunto mi viene dalla storia dei miei nonni, che erano degli agricoltori semi nomadi: voglio parlare dell’esperienza del passaggio da uno stile di vita tradizionale alla modernità, ma senza raccontare del passato. Ho cercato quindi un’ambientazione che potesse richiamare questo aspetto e mi sono interessato ai popoli autoctoni, in modo particolare a Bruno Manser, un attivista svizzero scomparso nelle foreste del Borneo circa 10 anni fa e che difendeva i Penan. L’eroina della storia è una bambina che vive in questa tribù, in un mondo in pieno cambiamento.

La mia vita da Zucchina (Ma vie de Courgette in originale) è il primo lungometraggio di Claude Barras. Questa coproduzione franco-elvetica è stata presentata in anteprima mondiale al Festival di Cannes nel quadro della Quinzaine des réalisateurs. La pellicola ha ricevuto premi ad Annecy, Namur, Angoulême, San Sebastian e Zurigo ed è stata scelta per rappresentare la Svizzera nella corsa all’Oscar.

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