Leo Luminati: «Non è uno sport che si pratica per soldi».

Col cavallo e gli sci

Leo Luminati, di origini ticinesi, è uno dei pochissimi atleti che praticano lo skikjöring.

Ha gli sci ai piedi e si fa trainare da un cavallo sul lago ghiacciato. È Leo Luminati, 25enne di San Moritz, in Engadina. Di origini ticinesi, Leo pratica uno sport tutto da scoprire: lo skikjöring. Ogni anno sull’arco di tre domeniche di febbraio, ben 80mila spettatori si danno appuntamento ai bordi del lago di San Moritz per assistere al Gran Prix Credit Suisse San Moritz. «Un vero evento. Particolarissimo. In gara, una dozzina di atleti. Tra i quali ci sono anche io».

È un ragazzo umile e simpatico, Leo Luminati. Nella bella stagione lavora nella ditta di serramenti del papà, in inverno fa il maestro di sci. E poi c’è quella passione strana. Per quella folle corsa. «La vedevo già da bambino, ormai sono cresciuto da queste parti, è un’esclusiva di San Moritz. In più mi piacevano i cavalli. Insomma, tutto è stato automatico».

Un tracciato di due chilometri e 700 metri da percorrere due volte e mezzo. Il tutto per tre domeniche consecutive. Mese «caldo», quello di febbraio, per il popolo engadi-nese. «Le sfide sono sempre combattute e spettacolari. Io ho avuto la fortuna di vincere il Gran Prix nel 2008. Non è stato assolutamente facile. Per riuscire a fare bene devi avere tanta coordinazione, conoscere bene i cavalli e sapere sciare a un certo livello. Lo skikjöring non lo può praticare chiunque».

Il ghiaccio? Deve avere uno spessore di almeno 50 centimetri. Questioni di sicurezza. «E, proprio per questo, è ovvio che non ti puoi allenare tanto sul lago. In queste settimane mi esercito soprattutto sulle piste di sci di fondo. È uno sport che puoi praticare solo per un paio di mesi all’anno». Lo skikjöring ha origini nordiche e, tradotto dal norvegese, significa «sci da guida». «Lo sciatore può essere trainato anche da cani o da un veicolo a motore» precisa Leo. Le gare più note? Soprattutto la Kelevala in Russia, lunga oltre 400 chilometri, e la Road Runner 100, in Canada. «Ma non è uno sport per ricchi – fa notare Leo –. Almeno alle nostre latitudini siamo tutte persone normalissime. L’ambiente è molto bello, ci conosciamo praticamente tutti. Gli spettatori, invece, sono spesso benestanti, questo sì. I premi? Somme in denaro che bastano a malapena per dare da mangiare al cavallo. Non è una disciplina che si pratica per soldi».

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Testo: Patrick Mancini

Foto: Sandro Mahler

Pubblicazione:
giovedì 19.12.2013, ore 15:33


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