«Noi, malati di collezionismo»

Tesori nascosti. Con passione e tenacia nascono le collezioni più sorprendenti. Tre originali collezionisti ci hanno aperto le porte del loro universo.

Un tesoro nascosto! Nel piano interrato di un palazzo in Vallese sono custoditi su scaffali stracolmi migliaia di oggetti in stile Coca Cola, raccolti in tutto il mondo nell’arco di più di quarant’anni dall’appassionato collezionista Jean-Louis Foucqueteau. «Bisogna certo essere un po’ folli per raccogliere tutto questo! E questa è solo una parte della collezione. Ho oggetti anche da me a casa, in ufficio e da mio fratello», confessa e racconta Foucqueteau. «Sono tutti pezzi unici, tra questi diverse migliaia di bottigliette di Coca Cola». Jean-Louis Foucqueteau possiede oggetti come le lattine di Coca Cola che fluttuavano nella stazione spaziale Mir. «Per sviluppare un sistema che permettesse di bere in assenza di gravità è stato necessario un investimento di 250mila dollari».


Jean-Louis Foucqueteau con un furgoncino giocattolo anni Cinquanta della Coca-Cola.

Su uno scaffale si trovano le bottiglie firmate da celebrità come Charles Aznavour. Accanto ci sono i pin ricordo dei giochi olimpici con le firme dei diversi presidenti del Comitato internazionale olimpico (CIO); tra queste, quelle di  Jacques Rogge e di Juan-Antonio Samaranch. «Ho avuto l’onore di portare la fiaccola dei giochi olimpici di Pechino», afferma orgoglioso Jean-Louis Foucqueteau. «Colleziono anche le fiaccole! Ne ho già otto». Un furgoncino giocattolo molto carino degli anni Cinquanta è riposto accanto a un cimelio proveniente dall’Iran: «L’ultima bottiglia di Coca Cola prodotta prima della caduta dello scià». Per terra si trova un barilotto di legno del 1940: «Serviva a trasportare concentrato di Coca Cola», spiega il collezionista. «Prediligo le edizioni limitate, i pezzi rari. Nella mia collezione do molta importanza alla qualità».


La prossima borsa dei collezionisti Coca Cola si terrà ad agosto in Florida.

Affascinato dagli Stati Uniti
Da dove viene però l’entusiasmo per la mitica bevanda consumata in tutto il mondo? «Ognuno ha un proprio rapporto con la Coca Cola, ognuno ha già bevuto una coca. La Coca Cola è un prodotto simbolo degli Stati Uniti più di ogni altro oggetto. Il sogno americano, la musica di Elvis … Sono cose che mi hanno sempre affascinato. Già da bambino ero appassionato degli Stati Uniti», dichiara il responsabile food & beverage dell’Hotel Palace di Losanna. Ma lei beve Coca Cola? «Quando ero giovane ne bevevo molta. Ora solo quando sono negli Stati Uniti. In Svizzera preferisco l’acqua».

Dal boss di Coca Cola
Jean-Louis Foucqueteau gestiva un’azienda ad Atlanta, la città natale della Coca Cola, e ha lavoro in un albergo stellato di New York: «È stato il mio sogno americano!» I suoi galloni li ha guadagnati prima come cameriere e poi come maître nel celeberrimo Restaurant de l’Hôtel de Ville di Frédy Girardet a Crissier (VD). «Lì ho lavorato per 27 anni». E lì Foucqueteau ha anche incontrato i grandi del pianeta, come testimoniano le foto con Nixon, Pelé, Belmondo o i Queen, che decorano le pareti del suo ufficio a Losanna. Il collezionista ha mantenuto molti contatti con gli Stati Uniti: «Amo questo immenso Paese, la mentalità americana, la libertà e i grandi spazi. Ho parenti negli States, e li vado a visitare da quattro a cinque volte l’anno». Anche se non frequenta più le borse dei collezionisti di Coca Cola, Jean-Louis Foucqueteau perlustra con i suoi figli i mercati delle pulci. «A volte non so più se possiedo già l’oggetto che ho appena scovato. Sono allora i miei figli ad aiutarmi».


Il collezionista ha raccolto bottigliette di Coca Cola da tutto il mondo.

Ha già visitato spesso il museo della Coca Cola ad Atlanta, dove viene sempre accolto dal capo dell’azienda. «Non credo siano molti i collezionisti che possono vantarsi di questo trattamento di favore» racconata con orgoglio. La collezione del vallesano colpisce non solo per i suoi oggetti, ma anche per le numerose opere d’arte ispirate alla celebre marca realizzate da artisti contemporanei su mandato di Foucqueteau. Alla raccolta sono state dedicate molte mostre e anche un libro, “Coke Art”, con opere di 30 artisti, tra cui Arman, César, Ben o Rolf Knie. «Grazie ai miei contatti ho potuto contare su artisti di sicura fama. La mia collezione è solida», Jean-Louis Foucqueteau ne è persuaso. La prima opera della collezione è stata realizzata nel 1993 da François Boisrond. «Con tutti gli artisti, nel corso del lavoro sono nati anche rapporti di amicizia». Jean-Louis Foucqueteau mostra un affresco con 125 bottiglie dell’artista americano Burton Morris, realizzato nel 2011 per i 125 anni della marca. «Le bottiglie colorate rappresentano delle pietre miliari della mia vita, come ad esempio gli anni in cui sono nati i miei bambini». Con la sua passione Jean-Louis Foucqueteau ha contagiato anche i suoi due figli Julie e Alexander. E non nasconde la speranza che possano andare avanti con la collezione.


Un’opera d’arte dedicata alla Coca Cola di Mariana Abracheva.

Difficoltà a buttare via
Lo spirito del collezionista di Foucqueteau non si ferma però solo alla Coca Cola: «Sono uno che ha sempre tenuto tutto. Già quando avevo dieci anni, le pareti della mia stanza erano praticamente tutte ricoperte di oggetti. I primi menu di Girardet, le prime carte del vino… Lo so, ne sono cosciente, è una mania. Faccio fatica a buttare via. Ho bisogno di queste cose». Infatti il vallesano, oltre alla Coca Cola, ha iniziato una collezione di barbie per la figlia, possiede diversi jukebox Wurlitzer con migliaia di dischi e molto altro ancora. Una domanda, forse indiscreta: non è una passione legata alla storia familiare? «No, sono l’unico collezionista della famiglia! Il mio fratello gemello, per esempio, non ama per niente conservare oggetti». Insomma, l’amore per le cose non è necessariamente un fatto di genetica.

L'uomo dalle mille banconote
A volte il collezionismo può abbracciare la storia. Quella con la “esse” maiuscola. È il caso di Maurizio Guarisco, 49enne di Biasca, di professione responsabile degli uffici postali della regione. Segni particolari: ha una passione irrefrenabile per le banconote. Che tiene tutte custodite in un luogo inaccessibile persino a sua moglie. Ne ha a migliaia, provenienti da 240 Paesi diversi. «La più antica? È del 1775 e arriva da una colonia americana. In quel tempo non esistevano ancora gli Stati Uniti».



Numerate, catalogate, classificate. Maurizio Guarisco è maniacale nell’ordinare i suoi pezzi. Quando è iniziata questa passione? «Tutto è partito nel 1985. Mi trovavo a Ginevra per una parentesi lavorativa in un ufficio cambi. Sotto le mie mani passavano banconote di terre lontane. All’epoca non c’era internet. Quella carta moneta mi sembrava così esotica… Di giorno in giorno diventavo sempre più curioso, sentivo dentro di me il desiderio di sapere, di conoscere le origini storiche di queste banconote. Poi sono arrivati i primi acquisti».
Dalla collezione che Maurizio ci mostra gelosamente spuntano due dollari delle Indie Olandesi, datati 1898. E poi, ancora, cento rupie della Deutsch-Ostafrikanische Bank del 1905, con tanto di ritratto del Kaiser Guglielmo II. «A ogni banconota è legata una mia ricerca personale. Mi piace analizzare i personaggi che vi sono ritratti. Si scoprono così alcune vicende davvero particolari. Per esempio, guardate questo pezzo. È del cosiddetto impero centroafricano legato a un certo Bokassa, quel tizio bizzarro autoproclamatosi imperatore a cavallo tra gli anni ’60 e ’70». Da una curiosità all’altra. «Sapete che la Regina Elisabetta compare anche sulle banconote di un sacco di isole? Praticamente di tutte quelle che fanno parte del regno britannico». Il 49enne rivela poi di essere affettivamente legato a una serie di banconote svizzere del 1914. «Sono rarissime. Tanto che le tengo in banca». E sotolinea: «In generale non sono un collezionista geloso. Mi piace condividere con amici e persone interesate. Anche se, quando sono in fase di catalogazione mi eclisso, sparisco e non ci sono per nessuno». Partito col passaparola, oggi Maurizio Guarisco va a caccia anche di rarità, soprattutto sul web. «Con la rete il mercato è esploso. E c’è anche chi ne approfitta. Oggi una banconota può costarti come una casa. Non è il caso delle mie, a scanso di equivoci».

Una chirurga con molto cuore
La cardiochirurga Diana Reser (37 anni) di Zurigo possiede la collezione più grande al mondo di oggetti a forma di cuore. Con i 775 pezzi della sua collezione nel 2011 è addirittura riuscita a farsi registrare sul libro dei Guinness dei primati. Oggi la sua raccolta conta 2011 pezzi. La dottoressa, che da dieci anni lavora all’Ospedale universitario di Zurigo, ha cominciato la sua collezione nel 2006. È affascinata dal cuore, il «motore della vita», di cui ha fatto l’oggetto della sua professione e della sua grande passione. «Quanto da studentessa ho assistito per la prima volta a un’operazione a cuore aperto ho subito saputo che avrei fatto la cardiochirurga», racconta la zurighese. «Ritengo che la forza e l’eleganza di questo organo, che nel corso di una vita batte anche sei miliardi di volte, sia semplicemente incredibile». La giovane chirurga ha già operato più di 350 cuori e preso parte, come assistente, a più di 1.500 operazioni.



Con la sua collezione desidera sensibilizzare il pubblico sull’importanza del cuore e dello stile di vita sano (alimentazione e sport). «Mancanza di movimento, soprappeso, diabete e un livello di colesterolo troppo alto sono fattori di rischio per le malattie del cuore», spiega la chirurga. Dalla sua famiglia, da amici e pazienti e a volte anche da sconosciuti che hanno sentito parlare della sua passione riceve spesso nuovi oggetti per la collezione: «Ogni oggetto è legato a bei ricordi. Voglio ringraziare tutti quelli che hanno contribuito alla collezione con i loro regali». Tra i molti oggetti a forma di cuore che decorano la sua casa (tappeti, specchi, tazze, scarpe, ombrelli, occhiali, candele, mobili, quadri, gioielli, vestiti e molto altro ancora), uno ruba subito l’occhio: è il suo stetoscopio rosso fiammante a forma di cuore! A proposito di cuore: il suo aspetta ancora di essere conquistato da Cupido…

L'esperta: «Collezionare è anche un modo di competere»
Parla Roberta Colombo Dougoud, conservatrice del museo etnografico di Ginevra.

Da dove nasce il nostro bisogno di collezionare le cose?
Secondo la psicoanalisi questi oggetti sono una sorta di sostituto dell’oggetto transizionale, l’oggetto cioè che il bambino sceglie per accettare la
separazione dalla madre. L’oggetto collezionato, quindi, permette di superare la perdita di questo legame. Si tratta di una possibile spiegazione. In realtà, una collezione può anche rappresentare una sfida a superarsi. Ovvero, una lotta contro se stessi o contro gli altri.

Che valore ha la pratica del collezionare nelle diverse culture?
Intanto, va segnalato che non si colleziona in tutte le società. Noi invece  viviamo in una società dell’accumulo, dell’opulenza. Pertanto, la passione per una collezione può rispondere spesso a un desiderio di distinzione sociale. Ad esempio, quando si raccolgono oggetti di grande valore. Perché l’autostima cresce parallelamente alla collezione.

In molte società è diffuso collezionare oggetti che non hanno valore…
Sì, perché è molto più importante la trasmissione e il dono. Infatti, in società tradizionali dell’Africa o dell’Oceania si conquista considerazione sociale donando.

Che cosa ci dice del collezionista la sua collezione?
Rivela, in particolare, perché un collezionista ha scelto un oggetto al posto di un altro. Permette di costruire una carta della rete di contatti di una persona e ci fa capire chi è in contatto con chi. Ciò è molto importante per potere entrare in possesso degli oggetti da collezionare. Oggi ci sono Facebook e altri portali di scambio, ma le reti sociali ci sono sempre state! È interessante scoprire come e perché sono sorte le raccolte. Le collezioni informano sulle intenzioni del collezionista, ma anche sulla sua idea dello spirito di un’epoca.

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