Walter Gianotti con il suo suggestivo presepe ambientato in Toscana. (FOTO: S.Mahler)

Sacro (e a volte profano), così il presepe torna di moda

Da alcuni anni si assiste alla riscoperta della rappresentazione della nascita di Gesù, nel privato, con mostre e rassegne. La testimonianza di un presepista-artista e di una famiglia. — ROCCO NOTARANGELO

Che il presepe, da simbolo dimenticato o decaduto a folklore, sia tornato in auge lo prova non solo l’esposizione di questi giorni a Castelgrande (vedi a pag. 16), ma anche quella di un anno fa al Museo nazionale di Zurigo, come pure le rassegne «Presepi a Vira» e «Percorso Presepi» nella chiesa del Sacro Cuore a Bellinzona, il Presepe vivente a Torricella… Una riscoperta della Natività che coinvolge anche il privato, le famiglie. Come si spiega questo fenomeno? «In parte esprime un bisogno di tradizione, che diventa una sorta di bene-rifugio. È una risposta al mondo globalizzato, dove le identità tendono a sfumarsi», afferma l’antropologo Marino Niola (cfr. intervista a pag. 14).

Forse è anche una forma di ritorno del sacro, a dispetto di un certo laicismo, e una reazione a un malinteso multiculturalismo che vieta o vorrebbe vietare il presepe (nelle scuole e nei luoghi pubblici) per non offendere le minoranze religiose. «In Ticino, la rinascita del presepe risale alle fine degli anni Novanta. Io la interpreto come un’opposizione alla commercializzazione del Natale e anche come ricerca di spiritualità», dice Walter Gianotti, organizzatore del rinomato «Percorso presepi», lanciato 12 anni fa da padre Callisto.

Presepista di prima classe
La manifestazione, durante il periodo natalizio, ospita nella chiesa del Sacro Cuore della capitale una quarantina di presepi, con un messaggio etico. Quest’anno è l’accoglienza: dei rifugiati, dei poveri, del prossimo. Walter Gianotti, 64 anni, pensionato, ex informatico della polizia cantonale, è in realtà un presepista-artigiano di prima classe. Lo scorso anno due suoi «capolavori» sono stati esposti al Museo nazionale di Zurigo. Una passione nata da bambino. «La mia iniziazione è avvenuta a 7-8 anni. Con mio padre andavo nel bosco a raccogliere il muschio – a quei tempi era permesso – i legnetti, le foglie, i ricci di castagne. Poi gli davo una mano e imparavo a costruire la scena della Natività. In tutta la mia vita ho realizzato una cinquantina di presepi, di cui una decina sono conservati», racconta Gianotti.


Il presepe «profano» vicino al grotto, realizzato da Walter Gianotti.

Il suo preferito? «Difficile rispondere, perché non li creo per un fatto estetico ma per uno scopo affettivo. Per esempio, il presepe col Santuario della Madonna del Sasso di Orselina è nato su desiderio di padre Callisto. Purtroppo è deceduto prima di poterlo vedere al completo». Gianotti si schermisce sul valore etico e spirituale delle sue opere. Eppure, se ha vinto tre volte il premio cantonale è perché i suoi presepi lasciano a bocca aperta anche il più irriducibile degli agnostici. «Fino a 15 anni fa, il mio modello era il presepe in “stile Betlemme”, cioè la rappresentazione classica con la capanna-grotta, le statuine canoniche e lo scenario arabeggiante. Poi, un viaggio a Napoli e la scoperta della sua straordinaria tradizione mi hanno stimolato a cambiare. Da allora, infatti, ambiento la Natività in Ticino: in un rustico di Ossasco, sul sagrato del santuario della Madonna del Sasso e persino in un grotto».

Il trucco della neve
Quali sono alcuni «trucchi» da artigiano che può svelare ai nostri lettori? «Per costruire le case, per esempio, consiglio il cartongesso, su cui scolpire le facciate, le porte. Anche realizzare la neve, se non si vuole la classica ovatta, e renderla come fosse vera, è un’operazione difficile. Io mischio la polvere di gesso e la polvere di velluto bianco, poi aggiungo il bicarbonato in polvere bagnato per dare le sfumature alla neve consumata e umida. Inoltre, per i ghiaccioli pendenti dalle grondaie e dalle fontane uso, con una pazienza certosina, la colla a caldo e fatta raffreddare».


Il presepe di Gianotti sul sagrato della Madonna del Sasso di Orselina.

E per i ruscelli e i laghetti, presenze fisse nei presepi? «Per creare un fiumiciattolo “vero” il mio trucco è la cera trasparente per candele, che faccio bollire e poi distribuisco su un fondale di sabbia, sassolini e legnetti. Per i laghi c’è un dettaglio in più: uso il phon sulla cera sciolta, così da formare le increspature delle onde». Costruire un presepe, però, non è un’attività di  bricolage. È innanzi tutto una faccenda famigliare, è un tramandare una pratica e una memoria di generazione in generazione. «Ho sempre coinvolto i miei due figli, quando erano piccoli. Li ricordo con le mani nella colla, nel gesso. Abbiamo allestito dei bei presepi», racconta con una punta di nostalgia Gianotti. «Oggi c’è la mia nipotina Megan di 6 anni che mi aiuta e si diverte. E io la lascio fare con la sua fantasia, sperando che la tradizione continui». 

La nonna, la figlia e il nipotino
Anche Nidia Sargenti, 82 anni, di Quartino, prepara il presepe con il nipote Giovanni, di 8 anni, che confessa: «Mi piace tanto perché la nonna mi lascia mettere il muschio e anche le statuine. Le mie preferite sono il “marronatt”, con la padella e il fuoco, e le tre donnine sul prato, che io chiamo “le tre chiacchierone”». Si tratta di un presepe provenzale, con le figure d’argilla (dette santons) dipinte a mano, raccolte negli anni e acquistate anche in un viaggio nel Sud della Francia. «Sono fedele al mio presepe. La scena è sempre la stessa, con qualche variante. L’anno scorso, per esempio, ho inserito un ponte e un ruscello», racconta Nidia, che due anni fa ha vinto un premio a un concorso cantonale. 

Nidia è orgogliosa della collaborazione con il nipotino, ma lo è soprattutto la figlia Ilaria (42 anni), giornalista, madre di Giovanni: «Sono felice che questa tradizione familiare non si perda. Per noi il presepe è un simbolo religioso, è il nostro “altarino”, dove ci riuniamo durante l’Avvento per recitare preghiere, poesie e cantare le canzoni a Gesù bambino». Nidia, allora, tira fuori un foglio e declama alcuni versi di una sua poesia in dialetto dedicata alla Natività: Con du canderitt stort / chi gota lacrim da scira / in súr presepi / sbrofat da farina bianca/ per faa la nev (tr. Con due candeline storte / che sgocciolano lacrime di cera / sul presepe / spruzzato di farina). Buon Natale.

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