Tecniche di sopravvivenza: la cucina trapper

Vivono a contatto con la natura, viaggiano portando con se solo lo stretto indispensabile e sanno cavarsela nelle situazioni più difficili. Sono viaggiatori, esploratori, reporter o pastori.

Nell’America del Nord, un secolo e oltre addietro, si aggiravano i cosiddetti «trapper». Il nome gli era stato affibbiato perché la loro vita, lungi dall’essere cittadina, si basava su tecniche di sopravvivenza come l’«animal trapping» (caccia di animali). Vagavano per territori inesplorati a cavallo o accompagnati da un asino, senza dimora fissa, portavano con se lo stretto necessario per dei bivacchi temporanei: acqua, un coltello, una padella, degli accarini e un’esca asciutta. Sulle tracce di questi viandanti, sono emerse diverse sfaccettature di uno stile di vita nomade con un elemento in comune …il fuoco.

Condizioni estreme
«Accendere un fuoco, quando ci si trova soli, immersi nella natura, è l’attività più importante». A spiegarlo è Giovanni De Domenico, esperto di survival. «Il buio è una situazione di disagio per l’uomo. Il fuoco fa luce e riscalda il corpo, e l’anima». De Domenico tiene corsi di sopravvivenza ed esplorazione in Ticino (www.survivalticino.ch). Il suo percorso in questo settore è iniziato oltre vent’anni fa, in maniera curiosa: «A 16 anni, ho visto un film di Rambo e da quel momento la mia vita è all’insegna dell’avventura». Si è arruolato nei corpi speciali militari, dove ha seguito una formazione in tecniche di sopravvivenza. Ha praticato l’arte dell’escursionismo e accampamento per lavoro e per passione. Ha approfondito le sue conoscenze sotto la guida dei nativi americani e delle tribù indunosiane. Ha viaggiato come i trapper nei territori più ostili del pianeta. Da 13 anni abita in Ticino con la famiglia, nel quotidiano è autista di bus e nei giorni di libero si dedica alla sua passione nei boschi ai piedi dei Denti della Vecchia. «Insegno le basi per affrontare una situazione di difficoltà (ricerca di acqua, cibo, soccorso), organizzare un riparo e un fuoco. C’è chi lo fa per pura curiosità, chi per prepararsi a un viaggio o a una missione di lavoro. Penso a giornalisti, documentaristi o volontari attivi in territori pericolosi. – racconta De Domenico - Conoscere l’ambiente e saper come reagire rende più sicuri, in caso di necessità gestire la paura e l’isolamento è determinante». I corsi di sopravvivenza sono adeguati alle condizioni ambientali e climatiche di un determinato luogo. Nei nostri territori, la priorità in caso di smarrimento, è accendere il fuoco.



Prendersi il tempo
Il fatto di cucinare va oltre il semplice nutrirsi, è un’attività che occupa la mente. Si prepara uno spazio adeguato, si circoscrive il braciere, si raccoglie la legna e si prepara un’esca. Prosegue De Domenico: «L’esca è composta da materiale asciutto facilmente infiammabile (ad esempio paglia e fogliame oppure un nido di uccelli abbandonato). I «trapper» americani ne portavano sempre una con se». Oltre all’esca, servono un coltello e un acciarino (nella foto a fianco) per produrre scintille. Una volta acceso un piccolo fuoco, si creano i supporti per cucinare: i classici sono lo spiedo di legna verde o la pioda …E non si ha avuto il tempo di lasciarsi sopraffare dai pensieri. Solitamente non si trascorrono periodi prolungati in queste condizioni, ma qualche eccezione si trova sempre.

Vita da pastore
Ad esempio Pietro Zenucchi che fino a qualche anno fa d’inverno lavorava come pastore nelle pianure della Svizzera Centrale. Di giorno conduceva greggi di circa 800 pecore per i prati, la sera trovava un luogo sicuro per gli animali e si accampava nei boschi lungo le rive dell’Aare, protetto da un telone che lui tutt’oggi chiama generosamente «tenda». Quattro mesi di lavoro senza sosta e di pernottamenti à la belle étoile, in balia dei capricci metereologici e della salute del bestiame, che però ricorda con un velo di nostalgia: «È un mestiere che dà un senso enorme di libertà e crea una sorta di dipendenza». Si spostava accompagnato dai suoi fedeli cani-pastore e da due asini, uno trasportava i viveri, l’altro le recinzioni per le pecore. A mezzogiorno, un pasto frugale, e per cena accendeva un fuoco con la legna raccolta nei dintorni, formava un treppiede per sorreggere il paiolo e cucinava: «Pasta cotta nel sugo a mo’ di risotto, polenta e qualche volta carne alla griglia». Come lui, un’altra ventina di pastori in tutta la Svizzera si spartisce i prati da novembre a marzo. «Io ho (praticamente) smesso e mi sono stabilito a Quinto insieme a mia moglie e mia figlia. – e con orgoglio aggiunge - In autunno, riesco ancora a ritagliarmi qualche mese da pastore lungo il Ticino. Ora però sfrutto la cucina e il letto della mia roulotte. Altri colleghi continuano ad accamparsi sotto le stelle e riscaldarsi con un fuoco improvvisato, una scelta di vita».
Per capire tutta la libertà che ciò comporta, non resta che provare, lasciandosi magari guidare da chi conosce alla perfezione l’arte di arrangiarsi.
 


Giovanni De Domenico, esperto a livello internazionale di tecniche di sopravvivenza.

Merenda all’aria aperta

Negli scout si impara fin da giovanissimi a preparare una cucina da campo. in azione: i lupetti di Minusio e Ascona.

«Scout» in inglese significa «esploratore». Alla base del movimento internazionale vi è l’educazione dei ragazzi attraverso giochi ed esperienze all’aperto. Da buoni avventurieri fin da giovani imparano a cucinare come trapper. Tommaso(11) e Zelia(11) sono lupetti della Brigata Scout del Locarnese, durante un campo estivo hanno ottenuto il brevetto di «fuochisti», ovvero responsabili del fuoco di cucina e bivacco. Sanno preparare e gestire un fuoco e ci mostrano come cucinare una merenda alla brace. «Si prende una banana, si incide per il lungo e si infilano i cubetti i cioccolato - spiega Tommaso – Si avvolge nella “carta-alu” e si appoggia sulla brace calda, lontano dalla fiamma». Dopo 5 minuti di cottura ci mostrano il cuore fondente di cioccolato, da mangiare rigorosamente con le mani! Prima di lasciare il campo, le ultime raccomandazioni dei lupetti-fuochisti: «Non si deve mai lasciare la brace fumante se ci si allontana perché potrebbe causare un incendio. Si può spegnere il fuoco con un secchio d’acqua oppure, se il secchio non c’è, coprendo la brace con della sabbia». Chissà che in futuro, sotto la guida dei loro capi, non diventino anche loro degli appassionati di «vita da trapper».


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Testo: Elisa Pedrazzini
Foto: Nicola Demaldi
Pubblicazione:
lunedì 18.05.2015, ore 00:00


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