Dalil Mustafa si è formato al Castelgrande. (Foto: Annick Romansky)

«La prima impressione? Tutto bello, tutto strano»

Dalil Mustafa era studente all’università di Damasco. La guerra però ha cambiato i suoi piani. Oggi
serve i tavoli della Casa del Popolo a Bellinzona, con tanta motivazione e un grande sorriso. – Raffaela Brignoni

Un viaggio da 11mila euro gli ha cambiato la vita. Non un giro del mondo alla ricerca di emozioni forti e di scatti da postare su Facebook, ma un periplo di 4 mesi stipato in furgoncini, gommoni e automobili attraverso Siria, Turchia, Grecia, Italia per infine approdare in Ticino, cinque anni fa.


Nuovo inizio a Bellinzona
Incontro Dalil Mustafa un lunedì mattina, il suo giorno libero, in un bar di Bellinzona. Arriva con anticipo: «Non ero sicuro che fosse qui» spiega timidamente. Fisico minuto, capigliatura corvina da calciatore, due vivaci occhi color nocciola. Dalil racconta con calma la sua esperienza, in buon italiano. A volte le parole gli si fermano sulla punta della lingua, e allora fa brevi pause, ma riprende senza lasciare trasparire emozioni, nemmeno quando parla degli episodi più duri del suo viaggio, che ha intrapreso quando aveva solo 23 anni, assieme a suo cugino.
«Il momento in cui ho avuto più paura è stato quando in Turchia ci hanno caricati su un’auto, in 12, come sardine, sdraiati uno sopra l’altro.
Io ho avuto la fortuna di essere in cima, ma il viaggio è stato lungo, la gente gridava, non c’era aria». Poi il racconto delle notti nelle foreste in Grecia, senza coperte, passate a saltellare e a ballare per riscaldarsi. O ancora quella tappa fatta assieme a una donna in fuga con il suo bambino, che Dalil e suo cugino portano in spalla. A vederlo sorseggiare il suo caffè, non si indovinerebbero le vicissitudini di questo giovane. Dalil lavora da un paio d’anni come cameriere alla Casa del Popolo a Bellinzona e sta seguendo una formazione. «Alcuni clienti vedendomi mi chiedono se sono calabrese, poi quando parlo si accorgono che non sono italiano – sorride –. Il 99 per cento delle persone con cui parlo hanno una visione aperta. Ma capita che la gente sia spaventata perché sono siriano – confessa –. Da un lato li capisco, con tutto quello che si sente. Ma non siamo tutti così».


La fuga dalla guerra
Damasco, 2012. Dalil è studente in diritto al secondo anno quando suo padre gli telefona: «Torna a casa, altrimenti veniamo io e la mamma a prenderti!». Il padre di Dalil è preoccupato, teme che l’esercito arruoli il figlio nel conflitto che affligge ancora oggi la Siria. Paga qualcuno perché gli porti il figlio sano e salvo a casa, nel Kurdistan siriano, e poi paga dei trafficanti che lo portino in Europa, al sicuro. Degli otto fratelli, Dalil è il primo a partire, e ora, solo la più piccola è ancora a casa: due fratelli sono in Germania, una sorella in Austria e 3 sorelle nel Kurdistan iracheno.
«La mia prima impressione della Svizzera? Tutto bello e tutto strano! – sorride. – Tutto funziona, tutto è organizzato. A Basilea, dove ho fatto richiesta d’asilo, mi hanno dato un biglietto del treno per Bellinzona, credevo fosse uno scherzo. Ero sul treno e pensavo che fosse un diretto, invece faceva molte fermate, non sapevo se dovevo scendere e a un certo punto ho avuto paura: pensavo di non essere già più in Svizzera! Ma la conduttrice è stata gentile, è venuta ad avvisarmi quando siamo arrivati. Da Bellinzona sono poi dovuto andare a Locarno. Avevo l’indirizzo dell’albergo ma non sapevo come arrivarci. Ho chiesto a dei poliziotti
e sono stati loro ad accompagnarmi!».


Tempo di progetti
Oltre all’iniziale problema linguistico, i primi tempi sono duri per Dalil anche per un’altra ragione: non sa se il suo statuto di rifugiato verrà accettato. «È stato difficile, perché non potevo pianificare niente. Quello che mi spaventava di più era non avere un’idea di quello che mi sarebbe successo, vivere nell’incertezza, nell’impossibilità di fare dei piani. Fino al giorno in cui nella buca delle lettere ho trovato il mio permesso! – ricorda sorridente –. Da allora ho ancora avuto dei problemi, ma sono gli stessi della gente di qui: trovare casa, trovare un lavoro» spiega con la serenità di chi è passato da esperienze ben più critiche. «Ero arrivato a quel punto in cui puoi avanzare e fare progetti, un passo dopo l’altro. Ho iniziato a lavorare come lavapiatti e adesso sono cameriere!» racconta soddisfatto. L’idea di avere un giorno un albergo o un bar lo stuzzica. Non un ristorante: il contatto con la gente gli piace e gli viene spontaneo, con il cibo invece il rapporto è più complicato. «All’inizio quando sono arrivato qui non mangiavo tanto. Non erano sapori a cui ero abituato. Il riso lo facciamo in un altro modo, la carne pure. Mi sembrava che qui tutto fosse cucinato in modo sbagliato, ma adesso credo che sia mia mamma che non lo faceva giusto!» ride di gusto Dalil.

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