Amore a prima vista: Michela Torricelli è stata letteralmente folgorata dal raku.

Dalla terra al fuoco
con la ceramica «raku»

IL RITRATTO — Nell’atelier di Michela Torricelli si pratica la più antica tecnica giapponese nella lavorazione della terracotta. Che si ottiene impiegando uno speciale forno, unico nel suo genere…

Le piace l’idea dell’agire fisico, sentire la materia che si trasforma tra le dita. Adora il calore e l’odore della terra tra le mani, dell’argilla che si lascia plasmare e che le permette di stare in contatto anche con se stessa. È affascinata dalla terra e dal fuoco, due elementi fondamentali del suo lavoro. Ma riconoscersi quale ceramista – o più specificatamente –ceramista-raku, non è stato facile per Michela Torricelli. Il suo «nuovo mondo» lo troverà infatti in Australia, tra gli aborigeni, dopo aver concluso otto anni di studi iniziati al Centro Scolastico per le Industrie Artistiche a Lugano e terminati a Losanna, presso l’Ecole Cantonale d’Art.

«Avevo 25 anni e mi cercavo... Finiti gli studi e dopo un periodo di insegnamento in educazione visiva nelle scuole, volevo indirizzarmi in un’unica disciplina artistica tra quelle imparate. Mi piacevano tutte, non riuscivo a sceglierne una in particolare, anche se, fin da bambina mi divertivo a dare forma a materiali diversi. Ripensandoci, era già un segnale. Decido di partire dal Ticino. Conquistata dalla cultura aborigena, mi metto in viaggio, quasi calamitata, per l’Australia e vi rimango un anno. Là si sente un legame fortissimo con la terra; il popolo, o almeno quello che resta di un popolo – decimato dalla colonizzazione – ha una grande venerazione della terra. In quelle terre rosse ho sepolto ogni mio dubbio: avevo finalmente trovato in me la ceramista. Volevo lavorare la terra, l’argilla».

«

Non resisto alla natura, l’arte è già lì.
Basta saperla guardare, cogliere…»

Dopo il viaggio tra gli aborigeni («ab origine»), un viaggio anche, se non soprattutto, alla ricerca della propria origine artistica, Michela continua il suo percorso a Faenza, città rinomata per le pregiate ceramiche, dove trascorre due anni tra i maestri ceramisti. «Mi sono iscritta all’Istituto d’Arte Ballardini, a Faenza, per seguire un corso di perfezionamento il cui programma prevedeva anche il raku, uno dei metodi più seducenti di fare ceramica.

Il raku, infatti, mi aveva folgorata vedendo casualmente, nella sua bottega, un artista completamente vestito d’amianto, che estraeva le sue opere incandescenti dal fuoco. A Faenza, dove si respira la ceramica, ho imparato la tecnica raku e ritornata a Mendrisio ho costruito, nel 2001, con l’aiuto di mio marito, un forno speciale, unico nel suo genere, appositamente concepito per il raku».

Assistere alla creazione di una pur semplice ciotola, ma ciotola-raku, è un’esperienza coinvolgente. Dopo la prima cottura (in gergo biscotto) in un forno elettrico – dove l’argilla modellata da plastica diventa solida – la ciotola viene posata in un forno a gas per circa due-tre ore a una temperatura di quasi mille gradi. A questo punto della lavorazione, Michela, aiutata da suo padre, entrambi protetti da guanti d’amianto e maschere antifumo, estrae con le pinze i vari manufatti (ciotole od oggetti scultorei creati da lei stessa) che vengono lavorati per ottenere l’effetto raku. «L’ultima estrazione è la più importante – sottolinea Michela Torricelli – poiché a questo stadio della lavorazione il mio intervento è definitivo. Adagio infatti i pezzi ancora roventi su un letto di segatura di faggio e quando la ceramica comincia a emettere un suono particolare, a «cantare», è il momento in cui si sta formando il «craquelé» nero (le crepe superficiali), caratteristica del raku. Il momento per me più intenso e di simbiosi con la natura (terra, fuoco, legno), in particolare quando creo il raku-nudo nelle sculture».  

Se le radici del raku, tecnica di origine giapponese nata nel XVI secolo a Kyoto, sono legate alla filosofia Zen e al Buddismo, per Michela Torricelli quest’arte non ha implicazioni mistiche, ma è una semplice quanto raffinata traccia del suo pensiero. Lei vive il sacro nella materia, nelle sue creazioni, negli oggetti che la natura offre soprattutto durante i suoi viaggi. Infatti, dopo il suo primo viaggio e soggiorno illuminante in Australia, Michela, ogni anno in compagnia del marito, viaggia non solo per hobby ma alla ricerca di contatti con il suo mondo di ceramista. Dalla Polinesia ai Caraibi, dall’Europa all’Africa, dall’Oceania al Sud-Est Asiatico, dal Nord al Sud America e fin nell’Oceano Pacifico per esplorare l’Isola di Pasqua, tra le statue senza memoria della terra dei misteri, Michela ne ricava idee nuove e vive a contatto con la gente del posto, ospite prevalentemente nelle loro case, lontana dai luoghi turistici.

«Trovo sempre qualcuno che lavora l’argilla e spesso porto a casa terra, sabbia, rocce, sassi... Forme primordiali. Mio marito si lamenta: partiamo leggeri e ritorniamo con le valigie pesanti. Ma non resisto alla natura, l’arte è già lì, basta saperla guardare, cogliere, raccogliere. Nei prossimi anni mi piacerebbe partire alla scoperta dei deserti oppure  fare un viaggio tra i ghiacci per vedere un orso polare». Poi sulla luna? «Non mi attira lo spazio. Ho bisogno di terra».

In pillole

Michela Torricelli

È nata nel 1972, vive a Mendrisio, dove ha creato nel 2001 il suo atelier di ceramica.
Formazione: 10 anni di studi nelle Arti decorative, pittura-disegno e Arte della Maiolica. Espone le sue opere di «Raku nudo» in Svizzera romanda e Ticino dal 2003.
Prossima esposizione collettiva nel canton Vaud, fino al 29 giugno 2014, alla Galleria Espace Céramique José Campo, a Jouxtens-Mézery. Insegna modellaggio e ceramica nei programmi post scolatici e tiene corsi privati nel suo atelier. Sposata da 13 anni con Danilo, hanno girato mezzo mondo, non solo per hobby, ma anche per
uno scambio di esperienze artistiche. Prossima partenza: un ritorno in Australia, poi Nuova Caledonia e Fiji.
Legge racconti di viaggi, in particolare i libri di Carla Perrotti, la Signora dei deserti, prima donna ad attraversare in solitario cinque deserti del mondo.

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Testo:  Sylva Nova
Foto: Annick Romanski

Pubblicazione:
lunedì 16.06.2014, ore 00:00


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