Davide Calderara: «la nostra priorità è la sicurezza»»

INGEGNERE — Trasferitosi in Svizzera romanda quasi trent’anni fa, oggi è vice capo progetto di un cantiere che rivoluzionerà il traffico di Ginevra.

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Tra sei mesi questa stazione sarà praticamente completata»

Davide Calderara

Il suo ufficio abbonda di dossier ordinati. «Tutti i piani del progetto sono informatizzati. Quelli che vedete sono solo classificatori con documenti cartacei che portano una firma» spiega anticipando la nostra domanda Davide Calderara, vice capo progetto del Ceva (acronimo del collegamento ferroviario Cornavin – Eaux-Vives – Annemasse), il Progetto del secolo in quel di Ginevra. Collegherà Annemasse, nella vicina Francia, alla stazione centrale di Ginevra, con 5 stazioni sotterranee, 15 km di gallerie, per una rete simile a quella della S-Bahn di Zurigo, permettendo ai frontalieri di accedere al cuore della città, alleggerendo il traffico che da anni soffoca le vie del centro. Gli attori in gioco sono numerosi: «Ci vuole altrettanto tempo per ottenere tutti i permessi che per fare i lavori» sorride l’ingegnere bellinzonese, installato da quasi trent’anni sulle rive del Lemano. «Finiti gli studi alla Scuola tecnica Superiore (STS) di Lugano nel 1988 non c’erano opportunità per me in Ticino. In Svizzera romanda invece, con Ferrovia 2000 i cantieri erano numerosi. Quindi sono venuto qui, e ho avuto la possibilità di poter partecipare a svariati progetti. Oggi gli ingegneri del genio civile scarseggiano. Li corteggiamo alle scuole, ma non ne abbiamo abbastanza. Molti nostri colleghi sono francesi e prima che possano essere operativi devono essere formati sugli aspetti burocratici e legali del sistema svizzero».
Nell’ufficio fanno bella mostra un modellino e una lampada in legno creati da Calderara. «È un mio hobby da parecchio tempo. Mi piace occuparmi di architettura d’interni». E infatti Calderara ha il look dell’architetto: camicia e pantaloni neri, occhiali da vista ricercati. «Ho fatto un anno di studi in architettura ma poi sono passato all’ingegneria. Per me gli studi in architettura erano troppo astratti. D’altronde la differenza tra architetti e ingegneri era già visibile a scuola. Gli architetti trascorrevano le pause bevendo caffè e discutendo con i professori. Gli ingegneri giocavano a calcio» ricorda sorridente. Prontamente apre l’anta di un armadio, infila un paio di scarponi, mette in borsa un gilet di sicurezza arancione e il suo casco. L’architetto scompare definitivamente dietro l’ingegnere: «Venite, vi porto a vedere uno dei cantieri».

Qualità tecniche e umane
«Nel mio lavoro è importante saper ascoltare. C’è il lato tecnico che è chiaramente fondamentale, ma anche quello umano è primordiale. Il progetto è stato votato e voluto dalla popolazione, ma come per ogni cantiere, ci sono anche degli scontenti. Per questo regolarmente organizziamo serate in cui invitiamo i cittadini per bere un caffè e aggiornarli sull’avanzamento dei lavori».  Eh già, gli scontenti sono inevitabili, soprattutto se si mette a soqquadro uno dei quartieri residenziali più chic della città. Qui a Champel è già ben visibile quella che sarà la stazione, si intravede dove si troveranno i marciapiedi, dove le scale per salire in superficie. «Tra sei mesi questa stazione sarà praticamente completata. È Jean Nouvel che ha vinto il concorso per le cinque stazioni, ma ora è uno studio d’architetti locali che segue i lavori. Ho incontrato Jean Nouvel diverse volte, è una persona alla mano. In cantieri di tali dimensioni, capita spesso che il progetto architettonico iniziale subisca delle modifiche, soprattutto per motivi di budget. Devo ammettere che Jean Nouvel si è dimostrato molto flessibile e collaborativo». In tutto sono circa 500 gli operai attivi nei diversi cantieri, qui ora stanno lavorando una ventina di operai. «La nostra priorità è la sicurezza. Vogliamo sfidare le statistiche secondo cui, in un cantiere di tali dimensioni, si verificano sempre degli incidenti. Finire i lavori senza incidenti è l’obiettivo che ci prefiggiamo» ci confida l’ingegnere. «La difficoltà di questo progetto è che lavoriamo su una superficie molto estesa e densamente popolata, nel cuore della città. Procediamo mettendo il tutto in sicurezza, avanzando un metro alla volta» ci spiega invitandoci ad entrare in questa impressionante voragine di cemento armato lungo le ripide scale in metallo dell’impalcatura.
I ticinesi non sono nuovi a cantieri di tale importanza fuori dai propri confini, Calderara cita gli artefici di San Pietroburgo e poi svela una piccola curiosità. «Vengo da una famiglia di agricoltori. Mio nonno era una persona pragmatica. Il suo terreno era attraversato da un corso d’acqua e gli serviva un ponte. L’opera non fu realizzata dal Governo e allora se lo costruì da solo». Calderara non può procedere con tale leggerezza, ma il suo entusiasmo è palpabile ed è comprensibile. Proprio qui, tra poco più di quattro anni, al posto degli operai e dei macchinari di costruzione circoleranno i treni che rivoluzioneranno la mobilità di Ginevra.

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TESTO: Rafaela Brignoni

FOTO: Patrick Gilliéron Lopreno

Pubblicazione:
martedì 07.04.2015, ore 07:00


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