Diritti umani: «La speranza
è l’ultima a morire»

Carla Del Ponte, presidente del comitato d’onore del Film Festival Diritti Umani Lugano, in programmma il 5-9 ottobre, riflette su giustizia internazionale e diritti universali. — ROCCO NOTARANGELO

Qual è lo scopo del Film Festival Diritti Umani di Lugano?
Attraverso i dibattiti e la proiezione di documentari si vuole tenere viva l’attenzione dell’opinione pubblica sulle violazioni dei diritti umani in ogni parte del pianeta. E siccome questo festival si svolge anche in altre città, come a Milano, il secondo obiettivo è di stimolare le istituzioni politiche dei paesi ad agire a livello internazionale, presso l’Onu. Lugano, insomma, non è una tribuna per fare della retorica sui diritti umani.

Negli anni ’80-’90 la sua carriera era indirizzata nella lotta alle mafie, poi nel 1999 è iniziato il suo impegno contro le violazioni dei diritti umani come procuratrice del TPI per l’ex Iugoslavia, e dal 2011 con la Commissione internazionale d’inchiesta dell’ONU sulla Siria. Come è maturata questa sua svolta professionale?
Che per vent’anni abbia perseguito i crimini mafiosi e finanziari e poi abbia dedicato le mie energie a combattere i crimini contro l’umanità e le violazioni i diritti umani, be’, per me queste due fasi professionali non sono distinte, non c’è stata una cesura. Questo perché io mi identifico esclusivamente nel ruolo di procuratrice che indaga per cercare la verità. E per me è possibile, perché emotivamente non mio faccio coinvolgere dalle inchieste. Ne ho viste di tutti i colori e se non avessi questo tratto caratteriale non avrei potuto essere una magistrata inquirente.

Per molti studiosi, da Bobbio a Ignatieff, la dottrina dei diritti umani universali è un prodotto dell’Occidente liberaldemo-cratico. Infatti, le culture isla-mica e cinese-confuciana rifiutano i «nostri» valori politici. La stessa Dichiarazione universale dei diritti umani dell’Onu del 1948 contiene principî calpestati da molti Stati firmatari…
È una critica astratta. I diritti umani sono un prodotto dell’Onu, che unisce tutti gli stati del mondo. E sono universali perché la libertà, l’uguaglianza sono valori a cui aspirano tutti i cittadini del pianeta, senza distinzione culturale e religiosa. I diritti umani vengono rivendicati anche nei paesi arabi e in Asia. È vero che sono principî generali e che la loro applicazione pratica dipende dalle politiche dei singoli Stati. Ma questo riguarda il potere politico non i cittadini.

I diritti umani sono spesso in conflitto. Pensiamo al burka o al matrimonio forzato di donne minorenni in contrasto con i diritti di libertà occidentali. Qual è la sua opinione?
I diritti umani non sono in conflitto. Bisogna riconoscere a ogni struttura sociale le proprie pratiche, i propri diritti. Il burka, per le donne che lo indossano volontariamente – e io ne ho conosciute – è un loro pieno diritto di libertà. Come lo è per la donna occidentale indossare il bikini. Il problema del burka si pone se uno stato lo proibisce. Io ritengo che noi occidentali dobbiamo essere più umili, aperti e rispettare le regole e le tradizioni di altre culture.

Dalla guerra in Iraq in poi, la protezione dei diritti dell’uomo è avvenuta con le armi della Nato. Non è una contraddizione? Tanto più che gli interventi «umanitari» si sono rivelati un insuccesso.
Io personalmente sono contraria a qualsiasi intervento militare, soprattutto in nome dei diritti umani. Imporre la giustizia con le armi produce altra ingiustizia. Nella mia esperienza di procuratrice ho avuto la prova che tutte le parti in conflitto, nessuna esclusa, si macchiano di crimini di guerra e contro l’umanità.

Nel 2008, quando uscì il suo libro «La caccia. Io e i criminali di guerra», sulla sua esperienza di procuratrice del Tribunale penale internazionale per l’ex Iugoslavia, lei espresse una «grande fiducia nella giustizia internazionale». Eppure sono tante le voci critiche verso i tribunali internazionali, perché colpiscono solo i paesi deboli e non favoriscono la pacificazione interna…
Non è vero. In ogni caso, il contributo della giustizia internazionale è fondamentale per realizzare una vera pace democratica. Lo dimostra quanto fatto dal Tribunale per l’ex Iugoslavia. Ci sono state 161 accuse per crimini di guerra e genocidio e molti imputati sono stati posti in giudizio e giudicati.
Tuttavia, il tentativo di una giurisdizione globale – la Corte penale internazionale – si infrange contro il rifiuto degli Stati Uniti. C’è una via d’uscita?
Oltre agli USA mancano anche la Cina e la Russia, ovvero i membri più influenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Il fatto però che alla Corte penale internazionale abbiano aderito 124 Paesi e il suo trattato è in vigore dal 2002, per me è già un successo. Il mio auspico è che possa espletare le sue funzioni, garantire una giustizia globale per tutti.

Russia e Turchia sono, come la Svizzera, membri del Consiglio d’Europa, l’istituzione che ha tra i suoi scopi la tutela dei diritti umani. Eppure questi due Paesi li hanno violati: la Russia nella guerra in Ucraina e la Turchia con gli arresti di massa dopo il fallito golpe di luglio. Dal Consiglio d’Europa, però, nessuna presa di posizione…
È vero, il Consiglio d’Europa non ha fatto sentire la sua voce con un’iniziativa concreta per chiedere il rispetto dei diritti umani. È un segno di debolezza. È la vittoria della Realpolitik, purtroppo.

La guerra in Siria è un groviglio politico internazionale. Turchia, Russia, Kurdistan, Stati Uniti combattono a geometria variabile il Califfato islamico, il presidente Assad, i ribelli anti Assad e i curdi. Le vittime sono gli abitanti di Aleppo, la popolazione civile. L’ultimo cessate il fuoco firmato da Russia e USA è fallito e la guerra continua...
È una tragedia senza fine.  Non ci sarà pace senza giustizia. Purtroppo, l’impunità in Siria è totale e se il Consiglio di sicurezza dell’Onu non si decide per un Tribunale Internazionale, mancherà un importante contributo alla pace, che ora non si vede all’orizzonte. E intanto i civili, soprattutto i bambini, muoiono. Ma la speranza è l’ultima a morire.

Quali risultati ha ottenuto la Commissione internazionale dell’Onu di cui lei fa parte, che dal 2011 indaga sulla violazione dei diritti umani in Siria, dall’uso del gas nervino alle fosse comuni?
In 5 anni abbiamo stilato 12 rapporti in cui sono documentati i crimini commessi da tutte le parti in conflitto. Ogni volta invochiamo la giustizia per le vittime e chiediamo l’istituzione di un tribunale penale ad hoc. Purtroppo, c’è l’impunità totale, perché il Consiglio di sicurezza dell’Onu è bloccato dal veto di Russia e Cina. Abbiamo raccolto una montagna di prove. Ho visto crimini e nefandezze in Siria che superano per atrocità quelle commesse nell’ex Iugoslavia e in Ruanda. Non c’è limite al peggio. Quello che mi fa più male è il coinvolgimento di migliaia di bambini.

Per concludere: qual è il suo punto di vista sui migranti che arrivano in Europa? È favorevole all’accoglienza senza restrizioni?
Premesso che la priorità va data ai rifugiati che arrivano dai territori in guerra, che scappano per salvare la pelle, va detto però che anche i cosiddetti rifugiati economici hanno un diritto a lasciare il proprio paese per cercare migliori condizioni di vita nei paesi ricchi. Non servono muri e fortezze. Questo esodo di migranti non si può fermare ma va regolato. Quello che manca in Europa – lo vediamo in queste settimane – è proprio la collaborazione degli stati per una politica condivisa sull’immigrazione.

Dal 5 al 9 ottobre, al Cinema Corso di Lugano, 18 lungometraggi, 2 corti, una mostra e un DJ set sui diritti umani, con dibattiti e incontri. Da segnalare il film messicano «Tempestad», della regista Tatiana Huezo, su due donne alle prese con criminalità e traffico di esseri umani; il documentario «Periferia del nulla», di Zijad Ibrahimovic, sulle conseguenze delle mine antiuomo in Bosnia; tavola rotonda su «Primavera araba, speranze e disillusioni», con Gabriele Nissim, giornalista e storico, e Farian Sabahi, esperta di Medio Oriente.



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