Per Sarah Rusconi la promozione dei diritti umani passa anche attraverso piccoli gesti nella vita di tutti i giorni. (FOTO: Annick Romanski)

 

Diritti universali: «Difenderli è ricordarsi che nasciamo uguali»

Da sette anni portavoce di Amnesty International nella Svizzera italiana, Sarah Rusconi ci racconta del suo lavoro e di come stanno i nostri diritti fondamentali e universali. — ISABELLA VISETTI

Sul fronte dei diritti umani che anno è stato il 2016? E il 2017 come inizia?
Si chiude un anno per molti  versi tragico basti pensare alla situazione in Siria, in particolare ad Aleppo; al colpo di stato «misterioso» avvenuto in Turchia e alle sue conseguenze per molti cittadini incarcerati e licenziati; alle drammatiche storie di migranti che hanno scandito il 2016. Per il 2017, è facile prevedere che rimangano aperti diversi fronti di crisi. Nei primi giorni dell’anno, ci sarà l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca e per noi di Amnesty lui sarà un «sorvegliato speciale», perché le parole e i modi della sua campagna elettorale ci preoccupano.

Nessun punto positivo?
Di positivo ci sono i piccoli progressi conseguiti da Amnesty grazie alle sue azioni: le lettere e gli appelli online riescono ancora a smuovere le coscienze e questo mi rincuora e mi lascia ben sperare per il 2017. Il nostro lavoro di sensibilizzazione trova un grande riscontro e questo alimenta la nostra fiducia negli esseri umani: noi continuiamo a credere in loro.

Amnesty è molto conosciuta anche per le sue azioni con le lettere: è ancora uno strumento valido per raggiungere i vostri obiettivi?  
Amnesty è nata con una lettera e dopo 50 anni le lettere funzionano ancora e sono ancora il fulcro del nostro operato perché ci sono numerosi gruppi di volontari, anche nella Svizzera italiana, che si mobilitano in questo ambito e noi siamo molto fieri del loro impegno. Il momento clou è la maratona di lettere per la Giornata dei diritti umani del 10 dicembre. Complessivamente nel 2015 sono state spedite nel mondo tre milioni di lettere.

Scrivere una lettera è un gesto facile e semplice, ma ha un forte impatto e un alto valore simbolico...
È un atto semplicissimo ma concreto, lo si vede, lo si tocca. Io personalmente ho un po’ di difficoltà con le azioni online perché non si stringe nulla fra le mani. Invece, quando si scrive una lettera, si riflette, si prende coscienza, è un passo in più rispetto alla compilazione di un formulario che è molto simile a quello utilizzato per ordinare qualcosa online.  Questa è una mia visione, forse un po’ nostalgica, ma non significa affatto che Amnesty sia contraria ai nuovi mezzi di comunicazione, anzi. Le vecchie lettere cartacee con busta e francobollo hanno anche una loro declinazione digitale, lanciamo azioni online o via sms, siamo presenti sui social media e usiamo tutto quello che c’è di moderno per fare pressione sui governi che non rispettano i diritti umani e dire loro che c’è qualcuno che li osserva, chi li tiene sotto controllo e che non è d’accordo.

La comunicazione digitale come ha cambiato  il vostro lavoro?
Dobbiamo essere molto più rapidi e tenere il passo sui vari canali. La velocità è un vantaggio, perché se c’è una situazione critica noi veniamo a saperlo subito, quasi in tempo reale, non dopo mesi come accadeva venti o trenta anni fa. E anche la mobilitazione può essere fatta in modo istantaneo: per lanciare e diffondere un appello bastano pochi click. Per contro, il sistema di verifiche incrociate delle segnalazioni e delle informazioni adottato da Amnesty è rimasto lento, perché qui entra in gioco la nostra credibilità. Amnesty non può permettersi di sbagliare, di inciampare in una bufala, di diffondere notizie non accertate. La precisione e l’affidabilità sono fondamentali per noi.

Che cosa significa impegnarsi per i diritti umani in questo scorcio del terzo millennio?
Ricordarsi sempre che siamo uguali, che siamo tutti esseri umani, tutti indistintamente. Questo è fondamentale nel nostro mondo dove c’è molta paura, l’altro ci fa paura solo perché è altro da noi; dimentichiamo che l’altro è prima di tutto una fonte di arricchimento. Difendere i diritti umani oggi vuol dire ricordarsi sempre che nasciamo tutti uguali, poi il caso ci mette tra i fortunati o tra gli sfortunati. Se si finisce tra i fortunati, non bisogna mai dimenticarsi che si sarebbe potuti finire dall’altra parte. In concreto, significa informarsi su quello che accade nel mondo, indignarsi se è necessario, agire e reagire, rimanere aperti senza richiudersi nella paura.

Si dice che i diritti umani sono in crisi: condivide questo pensiero?
Sono in crisi sul piano istituzionale, della politica internazionale, perché i governi non si mobilitano per difenderli. Anche il disimpegno di alcuni Paesi verso la Corte penale internazionale è un segno di questa crisi. Non c’è neppure un impegno finanziario: se non si sostiene la causa dal punto di vista economico e concreto, ma solo formalmente con la firma delle convenzioni, è evidente che la costruzione è fragile. Inoltre, una parte di mondo li dà per scontati e acquisiti e dunque non li difende più, mentre dall’altra parte non c’è un investimento della politica per diffonderli. Non sono però in crisi se si guarda la mobilitazione in loro favore da parte dei cittadini del mondo: le azioni concrete di milioni di persone per i diritti umani che credono nell’importanza della causa ci fanno dire che la loro forza è ancora tutta lì.

Come si promuovono i diritti umani?
Si deve partire dalle piccole cose, dalla nostra vita di tutti giorni, osservare ciò che accade, essere attenti, intervenire se necessario. Basta poco: salutare chi si incontra, cedere il passo quando si sale sul bus, guardare e guardarsi... Tutti vogliamo essere trattati bene da chi ci circonda, è la nostra umanità che lo richiede. Serve anche esercitare i nostri diritti democratici, per esempio andando sempre a votare. Poi c’è il settore dell’educazione, dove c’è un investimento importante da parte di Amnesty che va nelle scuole per parlare di diritti umani ai ragazzi, per aiutarli a sviluppare il senso critico, a leggere la realtà con tanti occhiali diversi in modo che abbiano più strumenti a disposizione per decifrare ciò che li circonda.

Il vostro focus per il 2017?
La migrazione e la protezione degli attivisti dei diritti umani, perché nel clima attuale è fondamentale tutelare chi si espone per questa causa. Poi ci sono i nostri temi di sempre: l’eliminazione della tortura e della pena di morte. Ci muoveremo in base all’attualità internazionale, ma continueremo anche il nostro lavoro di lobby presso le istituzioni sovranazionali e presso i singoli stati per sfruttare al meglio la pressione dell’opinione pubblica.

E in Svizzera cosa osserverete con attenzione?
Ancora la questione dei migranti alla frontiera Sud ma non solo lì. E poi la discriminazione all’interno del nostro Paese, per esempio verso gli stranieri e le donne. Un tema sarà quello della «sorveglianza di massa», abbiamo votato una legge che sarà messa in atto nel 2017 e saremo vigili per scongiurare che i nostri timori non si avverino.

Nel 1961 «The Observer» pubblicò un appello per promuovere una campagna internazionale. Con il suo «Appello per l’amnistia» l’avvocato Peter Benenson esortava i lettori a inondare le autorità con lettere di protesta a favore dei «prigionieri dimenticati». E così nacque Amnesty International.

Sarah Rusconi è nata a Mendrisio nel 1977 e ha studiato scienze sociali all’Università di Losanna. Per SOS-Ticino, ha seguito le audizioni federali di richiedenti asilo quale garante di una procedura corretta. Dopo il praticantato di giornalista in RSI, diventa responsabile comunicazione per la Svizzera Italiana di Amnesty International. È sposata e madre di due figli.

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