Anahì Traversi calcherà il palco del LAC in questi giorni.

Dolce e tormentata, Anahì Traversi debutta al Lac

La giovane attrice reciterà nello spettacolo Il Gabbiano di Checov in scena dal 5 novembre a Lugano. Incontro con un’artista vulcanica.

http://www.luganolac.ch/it/518/sul-palcoscenico-di-gabbiano
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La scuola ti dà le basi ma è lʼesperienza a fare la differenza»

La camicia a quadretti, i jeans rossi, i capelli leggermente scompigliati. Il viso dolce ma tormentato, tipico dell’artista sofferente, di chi alterna picchi di entusiasmo a momenti di forte scoraggiamento. Anahì Traversi, classe 1984, attrice, ha quel fascino maledetto che colpisce sin dal primo istante. E che la rende interessante. Timida, insicura, umile, si racconta alla vigilia della tournée che la porterà sui palchi ticinesi e del Nord Italia con la commedia teatrale Gabbiano di Anton Checov. «Si debutta col botto, con tre date al LAC di Lugano a partire dal 5 novembre».



Cresciuta tra Viganello e Stabio, figlia di padre ticinese e di madre argentina (il suo nome è di origine guaranì), Anahì ha appena finito di correre attraverso le vie di Vacallo, dove abita da qualche anno. «Lo faccio tutti i giorni – ammette –, lo sport è la mia valvola di sfogo». Perché la vita di questa trentenne formatasi alla prestigiosa Scuola del Piccolo Teatro di Milano, e voce di diverse campagne pubblicitarie di successo in Italia, è carica di soddisfazioni ma anche di tensioni. «Ci sono periodi in cui tutto va a meraviglia, dove non hai un secondo di respiro perché devi preparare uno spettacolo. Poi ci sono i momenti di vuoto, quelli in cui non ti cerca nessuno. E per una come me sono difficili da gestire. Perché sono una persona che si mette subito in discussione, con un forte senso di autocritica».

La scuola del Piccolo Teatro
Le collaborazioni con emittenti radiofoniche e con il conservatorio, alcune esperienze nel cinema e nell’opera lirica, l’exploit con lo spettacolo autoprodotto La Extravagancia, in cui interpreta tre ruoli in un colpo solo. Anahì lavora sodo e fatica a starsene con le mani in mano. «Sono attratta dall’energia che si crea quando c’è un progetto in ballo. Se qualcuno mi propone di fare qualcosa, io mi ci butto a capofitto e non guardo più l’orologio. Sono una perfezionista, sto sul palco, provo e riprovo, finché il regista non è contento di me». L’artista ricorda i suoi tre anni a Milano, alla scuola del Piccolo. «Per entrarci, ho abbandonato i miei studi universitari in lettere e filosofia. Io volevo recitare. Lo sognavo sin da bambina. Al Piccolo si andava a scuola per 6 giorni a settimana, non c’era un attimo di tregua. In quegli anni ho imparato soprattutto a osservare gli altri, pratica necessaria per qualsiasi arte. Una volta che hai il diploma in mano, però, ti rendi conto che la scuola ti dà delle basi, ma se non hai quel fuoco dentro non vai da nessuna parte. È l’esperienza a fare la differenza». Non solo. Anche la capacità di fare fronte ai momenti più delicati. «La precarietà fa parte della quotidianità dell’artista. Oggi ti osannano, domani potresti finire in un angolo. Per ogni spettacolo in cui recito, tengo un diario in cui an-noto ciò che ha funzionato e ciò che invece non andava bene. Probabilmente dovrei imparare a vedere il bicchiere mezzo pieno». Poi ci sono le difficoltà pratiche. «Magari per un mese lavori sempre al pomeriggio, e in quello dopo sempre alla mattina. È difficile avere una vita regolare. E soprattutto fai fatica a fare coincidere i tuoi impegni con quelli degli altri. Anche per questo io ho pochi, ma buoni, amici. Perché le amicizie le devi coltivare, e io purtroppo ho poco tempo. Per me anche un semplice pranzo dai miei genitori a Stabio diventa un evento».

Una vita fuori dagli schemi
A Stabio abita anche sua sorella Julieta, di dieci anni più grande. «È maestra di scuola elementare e ha due meravigliosi figli. Ha una stabilità. La sua situazione è completamente diversa dalla mia. Mi trovo in una fase in cui inizio a incontrare per strada le mie ex compagne di scuola che spingono la carrozzina. E a quel punto, mi chiedo: dove sto andando io? La verità è che se giri il mondo per fare spettacoli, è molto difficile avere una famiglia. Che poi il mondo devi anche riuscire a girarlo. Ed è un’impresa. Prendete ad esempio il mio spettacolo La Extravagancia. Grande successo dalle nostre parti, è vero. Però per esportarlo all’estero servono soldi. Fare arte in Ticino a volte è frustrante. Si produce parecchio, e c’è tanta qualità. Ma tutto si esaurisce troppo in fretta, perché il potenziale bacino di pubblico è ridotto. Anche per questo instauro varie collaborazioni. Solo di teatro in questo momento non potrei vivere».

Anahì prende qualche biscotto dalla dispensa e mette a bollire l’acqua del tè. «Nonostante tutti questi dubbi, io non mi ci vedo in un’altra vita. Devo e voglio tenere duro. Lo spettacolo Il Gabbiano in un certo senso trasmette un po’ il disagio di chi, come me, vive lungo uno spartiacque. Il regista Carmelo Rifici ha saputo fare emergere con grande sensibilità e intelligenza l’incredibile umanità racchiusa nel capolavoro di Checov. E mi rendo conto che il mio futuro sta proprio qui, nel sapere accettare la mia diversità, la mia voglia di stare fuori dagli schemi».

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Testo: Patrick Mancini
Foto: Annick Romanski
Pubblicazione:
venerdì 06.11.2015, ore 00:00

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