«Quando il momento è difficile dobbiamo far capo alle nostre migliori risorse» dice don Minini.

Don Fabio Minini — Speranza

L'INTERVISTA — Difficoltà, smarrimento, ricerca del senso della vita. Quale significato assume il Natale per l’umanità in crisi? L’opinione di un neo sacerdote ticinese.

Un «sì, lo voglio» che durerà per sempre. Non le dimenticherà mai, don Fabio Minini, le emozioni provate il 4 ottobre: quel giorno il vescovo Lazzeri l’ha ordinato sacerdote. Unico ticinese fra 5 stranieri. Il suo primo Natale da prete? «Sarà meraviglioso, perché potrò donare Gesù».

Solitudine, tristezza, depressione: per alcuni il Natale non è sinonimo di festa. Come confortarli?
Si vive correndo, si produce, si accumula. È uno stile che la società sembra quasi imporci. Poi, però, ci si ferma, ci si guarda allo specchio e ci si chiede che senso ha la vita. Una domanda che sento spesso. Nel mio piccolo, cerco di aiutare a capire che c’è un qualcosa che va oltre.

È questo il momento in cui ci si riavvicina alla pratica religiosa?
Parlerei piuttosto di una riscoperta della spiritualità, in senso ampio. Il problema è che le proposte «fai da te», oggi, abbondano: dalla filosofia «new age» alle meditazioni trascendentali. Noi, però, viviamo sulla Terra. E la nostra serenità dobbiamo trovarla qui, nel concreto. Dio si è incarnato per salvarci nella nostra realtà, non in un mondo parallelo.

Papa Francesco insiste molto sull’accoglienza. Cosa significa per lei?
Come sacerdoti, è necessario impegnarsi in profondità affinché sul territorio si realizzi quanto auspicato dal Pontefice. Prendiamo l’esempio di una persona «tiepida», che torna in chiesa dopo decenni, seguendo l’invito del Santo Padre. Se lo accogliessi con fastidio, e rimproverandolo per la lunga assenza, che impressione darei?

L’essere sacerdote, in quest’epoca, è compito tutt’altro che semplice. Conferma?
È proprio quando il momento è difficile che occorre rimboccarsi le maniche e fare capo alle nostre migliori risorse. In tutta onestà, mi ha stupito molto e in positivo la vicinanza dimostratami dalla gente dopo la mia ordinazione. In Ticino, talvolta, c’è un rimasuglio dell’ottocentesco astio verso la Chiesa come istituzione. Ma la nostra presenza è molto apprezzata.

Dove, in particolare?
Dove andrebbe Gesù dobbiamo andare noi. Non però limitandoci a fungere da assistenti sociali o da filantropi desiderosi di fare la carità. Bensì portando quel che abbiamo di più prezioso: Cristo e il suo messaggio.

Con i giovani, è una sfida…
Non è un problema recente: se ne discute da almeno una quarantina d’anni. A Lugano stiamo provando a rilanciare l’oratorio, con una certa soddisfazione. Oggi, peraltro, con le nuove generazioni si rimane in contatto tramite i social network, come Facebook. La Chiesa non si è mai sottratta alle novità. Altrimenti, il primo libro stampato non sarebbe stata la Bibbia.

Non si sbaracca, quindi…
Ci mancherebbe. La fede non si trasmette per obbligo, ma per irradiazione, con il nostro esempio. Mentre la pastorale la si fa guardando in faccia le persone, non più dal pulpito alla folla. Sono molti i casi delicati che incontriamo ogni giorno. Oltre ad aiutare a comprendere certi errori, a noi sta a cuore il fornire un aiuto nella cura delle ferite. Con il dialogo e l’impegno reciproco, seguendo Gesù, si trova sempre una via d’uscita.

Al Natale mancano ormai pochi giorni. Con quale spirito affrontarlo?
Un bimbo fragile, indifeso, vulnerabile. Il più umile degli umili. Che viene per dirci: «Prendetemi, sono vostro». Dio non avrebbe potuto scegliere una maniera più grandiosa per manifestarsi. Il mio augurio è che si riscopra questa «buona notizia» e che si accetti di mettersi nelle sue mani. E nessuno sarà più solo.

http://www.diocesilugano.ch

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Testo: Thomas Carta
Foto: Annick Romanski
Pubblicazione:
lunedì 15.12.2014, ore 09:00


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