Lo spogliatoio è un mondo in cui si condivide la gioia per una partita vinta, ma si consuma anche il disagio di chi si sente escluso. (Foto: Massimo Pedrazzini)

Drammi nello spogliatoio: ecco cosa può fare il machismo

«L’arbitro arcobaleno», romanzo d’esordio del ticinese Nicola Bignasca, rende attenti sul tema dell'omosessualità nello sport. Un libro provocatorio, che sta facendo discutere. — PATRICK MANCINI

Siete mezze calzette». «Non comportatevi da femminucce». Fino a esortazioni come «Basta fare i froci». Frasi quasi all’ordine del giorno, quando si parla di spogliatoi e di partite da vincere. Al centro, spesso, c’è l’allenatore, che nel tentativo di spronare i ragazzi, dà il «la» a piccoli grandi drammi. È su questo sfondo che si sviluppa «L’arbitro arcobaleno», pubblicato da Edizioni Fontana, un romanzo firmato da Nicola Bignasca (nella foto a fianco) da poco in libreria. Un volume che si preannuncia scomodo. «Perché – dice l’autore – va a toccare gli ultimi tabù dello sport: l’omofobia e il machismo».

Fuga dallo sport
Quante volte un ragazzo abbandona una disciplina sportiva perché non si diverte più, o perché non va d’accordo con l’allenatore? Bignasca, laureato in educazione fisica e in psicopedagogia, nella sua funzione di portavoce del Centro sportivo nazionale della gioventù di Tenero ha modo di monitorare lo sport a 360 gradi. «E proprio per questo ho deciso di sensibilizzare l’opinione pubblica. Le statistiche dicono che ogni anno il 30% dei ragazzi o cambia sport o smette completamente di fare attività fisica. E alcuni abbandonano proprio perché non si sentono rispettati». Una teoria condivisa anche da Matteo Morandi, docente e allenatore di calcio giovanile. Partendo da un dato di fatto: statisticamente circa il 5% della popolazione ha un orientamento omosessuale. «Questo significa che quando un allenatore ha di fronte 20 ragazzi, c’è una buona probabilità che almeno uno di questi possa avere un orientamento di questo tipo. Alcuni termini usati negli spogliatoi oggi non sono più accettabili. Creano emarginazione e umiliazione».

Uomini o farfalle?
È un libro che farà sicuramente discutere, quello scritto da Bignasca. Una storia di fantasia che racconta drammi veri. «Nel corso dei decenni – fa notare Giona Morinini, psicologo dello sport – è stato tramandato il preconcetto secondo cui l’omosessuale sarebbe inadeguato alla pratica sportiva. Per l’immaginario collettivo lo sport è sinonimo di virilità, di mascolinità. Spesso, quando si tratta di vincere una gara, si sente dire: «Siamo uomini o farfalle?». L’opinione è condivisa da Bignasca: «Lo stereotipo vuole che l’atleta gay non abbia gli attributi per imporsi. Ragionamento sbagliato, dal momento che scientificamente non esiste alcuna correlazione tra prestazione sportiva e orientamento sessuale». A essere vittime di omofobia, nello sport, sono soprattutto i maschi. «È quello maschile il sesso debole – sostiene Bignasca –. Le sportive lesbiche sono considerate mascoline, simili ai colleghi maschi in fatto di prestanza fisica. E dunque, forse, i pregiudizi sono minori nei loro confronti». Morinini va oltre: «Secondo me delle sportive lesbiche nello sport si parla poco perché di per sé lo sport femminile è ignorato rispetto a quello maschile. Non fa notizia, e per accorgersene basta leggere i giornali. Anche questo ci fa capire quanto il mondo dello sport viva di stereotipi».

La responsabilità delle famiglie
Fatto sta che per uno sportivo omosessuale, nel 2016, è ancora difficilissimo fare coming out. «Il vocabolario da spogliatoio a volte è ancora troppo sessista – riprende Morandi –. Il ragazzo che si accorge di avere un orientamento omosessuale spesso ha paura anche solo di andare all’allenamento. Perché magari c’è il rischio che l’allenatore o i compagni facciano battute omofobe». L’appello di Morinini è rivolto a chi si occupa della formazione dei monitori. «C’è una fascia d’età, quella tra i 10 e i 15 anni, che è delicatissima. E della quale si sottovalutano ancora troppi aspetti psicologici». Morandi ha un altro punto di vista: «La formazione? È tutto relativo. A fare davvero la differenza è la sensibilità individuale del singolo allenatore». Infine, l’invito di Bignasca alle famiglie. Spontaneo e concreto. «Il genitore non deve mai parcheggiare il figlio nella società sportiva. Anzi. All’inizio dovrebbe sempre andare a vedere un paio di allenamenti. Per conoscere l’allenatore e capire a chi sta affidando il proprio ragazzo». 


L'opinione di Manuele Bertoli, direttore del DECS

Intervista a Manuele Bertoli sul tema dell’ambivalenza che può essere causa di esclusione nel mondo dello sport.

Arriva in libreria «L’arbitro arcobaleno», edizioni Fontana, che parla di omofobia ed esclusione nel mondo dello sport ticinese. Come valuta questa operazione?
È sensata. Purtroppo lo sport è ambivalente. Da una parte veicola messaggi estremamente positivi, e promuove sia l’attività fisica, sia la socializzazione. Dall’altra, soprattutto quando è spinto all’esasperazione, può portare a una deriva. E l’omofobia è solo una delle tante possibili conseguenze.

Esiste l’omofobia nello sport ticinese?
Penso che sia un’ipotesi molto realistica. Soprattutto in discipline ritenute virili come il calcio e l’hockey. Un libro come questo ha il pregio di stimolare un dibattito a 360 gradi. Perché la discriminazione non si ferma solo al machismo e all’omofobia. Avete in mente il calciatore Valon Behrami, appena dopo l’eliminazione della Svizzera a Euro 2016? Si è presentato ai microfoni in lacrime, dicendo che lui a quella maglia ci tiene. E facendoci capire che nella sua carriera ha vissuto un’infinità di pregiudizi. Io sogno uno sport che promuova la partecipazione di tutti e non l’esclusione.

Quali altri problemi dovrebbero essere vinti?
In alcuni contesti si continua a umiliare i deboli, andando al di là della normale selezione dei più bravi. Questo, in particolare nello sport giovanile, non dovrebbe mai accadere. Inoltre, in un ambiente portatore di valori positivi, le battute a sfondo discriminatorio sono fuori luogo. In molti sport le cose vanno bene, ma per alcune discipline bisognerebbe fare una riflessione più approfondita.


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Testo:  Elisabeth Alli

Pubblicazione:
lunedì 05.09.2016, ore 00:00