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Elio e l’album «biango»

Il geniale gruppo milanese presenta il nuovo cd, «L’album biango», fra sonorità eclettiche e tanta ironia. Nel mirino anche l’overdose tecnologica del mondo moderno.

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Sulla scena del pop italiano sono da sempre un’anomalia, una mina vagante, la classica mosca bianca. Qualcuno, vedendoli in gara all’ultimo Sanremo, li ha definiti dei «fuori quota». Perché troppo bravi, originali e geniali rispetto a tutti gli altri concorrenti. «Fuori quota forse perché eravamo i più vecchi» ci scherza sopra Elio, in pieno accordo con i soci delle Storie Tese. Poi, più serio: «Ma è vero che noi non ci sentiamo in competizione con nessuno, né inseriti in alcun contesto. Siamo un mondo a parte. Prendere o lasciare».

La band milanese, formatasi nel lontano 1980, presenta ora un nuovo cd, L’album biango (distr. Sony Music), dopo cinque anni di latitanza discografica. In mezzo tanti altri impegni, anche solisti, che però non hanno minato la dimensione quasi fraterna creatasi col tempo. «Ma la vita del gruppo è molto dura, come diceva Demetrio Stratos degli Area, uno dei nostri idoli di sempre. All’esterno sembra tutto bello e facile, invece devi fare i conti con mille cose, lavorare tanto e impegnarti allo spasimo per raggiungere gli obiettivi» continua Elio, al­l’anagrafe Stefano Belisari. Gli fa eco Cesareo, chitarrista: «E noi siamo molto autocritici. Magari stiamo due settimane su un brano, poi non ci piace più e lo buttiamo via. I nostri album sono il frutto di una selezione accurata, a cui si aggiunge una certa pigrizia di fondo e, soprattutto, la voglia di prenderci i nostri tempi, senza farci imporre come e quando scrivere i pezzi».

Difficile, anzi impossibile, chiedere lumi sul curioso titolo senza lasciarsi travolgere dalla vena «demenziale» delle Storie Tese, che ogni volta s’inventano una risposta diversa. Si va dalla citazione beatlesiana (lo storico doppio «album bianco») al­l’errore di stampa, dal colore dell’albume cotto sino a «perché siamo la rock-band che è più andata in bianco nella storia». Meglio, allora, scavare all’interno di un disco vario e intrigante, fra giochi di parole, invenzioni, siparietti, provocazioni e altro ancora. Il tutto sullo sfondo di sonorità eclettiche, in equilibrio fra stili e generi, che talvolta sono straordinari esercizi di virtuosismo, come nella celebre La Canzone Mononota, seconda all’ultimo festival di Sanremo e vincitrice di ben tre premi: critica, sala stampa radio/tv/web e miglior arrangiamento. Ma anche nel Complesso del primo maggio, piccolo grande tormentone delle ultime settimane, che scherza sulle diverse tipologie di gruppi che partecipano al tradizionale concertone romano.

«Critichiamo la scaletta e certe scelte, ma difendiamo il concertone» spiega Elio. «Cancellarlo sarebbe un errore, perché è una delle poche occasioni di fare musica in Italia. Però bisognerebbe migliorarne la qualità. E non parlo solo di artisti, ma anche di audio, diffusione, amplificazione. Da noi c’è il vizio di dire “vai su e fai qualcosa” senza curarsi degli aspetti tecnici. Che, invece, sono fondamentali. Per chi suona e per chi ascolta».

Nel disco ritroviamo Il ritmo della sala prove, dal nostalgico retrogusto beatlesiano; la ballata d’amore Luigi il pugilista, in bilico fra tenerezza e umorismo; la divertita Amore amorissimo, ispirata al Modugno di La lontananza ma con un testo molto più ironico. Tra i bersagli prediletti c’è l’invadenza tecnologica contemporanea fatta di tablet, social network e via discorrendo, filo conduttore delle rockeggianti Enlarge Your Penis, Lampo e Il tutor di Nerone, dove viene stigmatizzata l’overdose di telefonate, mail, sms, foto digitali e altro ancora che subiamo quotidianamente.

«Per non parlare di quel che accade ai concerti. Ne ho visto uno mesi fa in cui erano tutti in posizione da Mosè, con le braccia alzate e i telefonini. Si vedevano l’evento attraverso lo schermo di un iPad. Roba da malati di mente» commenta il bassista Faso. Meglio, molto meglio, la libertà e la creatività degli anni Settanta: «Le nostre passioni affondano in quel periodo», conclude Elio. «Anche perciò, nel disco abbiamo ospitato nomi storici come Eugenio Finardi e gli Area. Il confronto con quel che si sente oggi è impietoso. I giovani dovrebbero riscoprire certe perle, invece che correre dietro all’ultimo rapper americano. Però non è tutta colpa loro, certo i media non aiutano. Ecco perché sognamo di condurre un nostro programma tv. Per raccontare (e far ascoltare) la musica che amiamo».

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Testo: Diego Perugini

Fotografia:
Mad
Pubblicazione:
lunedì 13.05.2013, ore 16:00


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