Emiliano Corti: «Dalle api
abbiamo molto da imparare»

Con l’arrivo della primavera, tornano a farsi notare gli operosi insetti giallo-neri. Il docente in pensione presenta il loro mondo nelle scuole ticinesi. — PATRICK MANCINI

Un uomo e le sue api. Storia di Emiliano Corti, 66enne di Giumaglio, ex professore liceale di educazione fisica. Una specie di profeta dell’arnia, nelle scuole del Locarnese. Soprattutto come volontario nelle elementari. «Perché – ammette – mi piace raccontare ai giovani come in quella piccola cassa accada un miracolo».

Tra arte e poesia
Capelli bianchi sparati in aria, da artista, da poeta. Occhiali con le bordature nere. E una parlantina inconfondibile. Segni che caratterizzano un uomo autoironico, dinamico, che vede sempre il bicchiere mezzo pieno. In ogni sua lezione si crea mistero, tensione, suspense. Tanta curiosità. «Ad alcuni l’ape fa paura. Portare l’ape in classe diventa il pretesto per discutere di sensazioni, di gestione delle proprie emozioni». Non solo. C’è anche un aspetto sociale, educativo, a cui Emiliano tiene parecchio. «Dalle api noi esseri umani abbiamo tanto da imparare. Le api si rispettano tra loro. Non litigano. E contribuiscono, insieme, alla realizzazione di un bene comune. Scusate se è poco». Sposato con Renata, e padre di Emilie, il 66enne locarnese porta il suo credo in vari ambiti. «Ho lavorato, ad esempio, anche con i ciechi. E con gli anziani. Portare un non vedente a contatto con l’arnia è qualcosa di eccezionale. Perché ascolta gli odori, cerca di percepire ogni dettaglio manualmente. Attiva tutti i sensi. Per me l’importante è sempre riuscire ad adattare il discorso al tipo di pubblico che ci si ritrova di fronte. Nella mia vita, ho insegnato in ogni ordine di scuola. Dalle elementari al liceo. Ho imparato a essere flessibile». 

I ritmi della natura
È un uomo che ha riscoperto i ritmi della natura, Emiliano. I fiori di nocciolo a fine gen-naio, primule e viole a marzo. Poi l’esplosione della primavera. «Tra marzo e ottobre – racconta – un’ape visita tra i 2.500 e i 3.000 fiori al giorno. Le api sono grandi lavoratrici. E non si lamentano mai. I bambini mi fanno un sacco di domande. Mi chiedono se le api ridono, o se dormono. Ogni itinerario scolastico è sospeso tra scienza e creatività. Ad affascinare, in particolare, è la figura dell’ape regina. Il capo dei capi. Come fa un capo a essere così autorevole? E perché ogni ape riesce a muoversi secondo meccanismi praticamente perfetti? Come si orientano? In classe un quesito tira l’altro. È incredibile». La tuta, i guanti, la retina protettrice in testa. Emiliano si mette il “vestito da lavoro” e ci accompagna alle sue arnie, nella campagna valmaggese. In totale, una decina di casse. «Non troppe. Perché il mio scopo è soprattutto quello di osservare. Ho iniziato a seguire questo mondo circa 35 anni fa, con un amico che oggi non c’è più. Sono rimasto subito folgorato da questo microcosmo, in cui tutto funziona in maniera meravigliosa. Nell’arnia c’è una temperatura di oltre 30 gradi anche in inverno. Già questo mi lasciava a bocca aperta. Come nasce il miele? E la cera? Dovevo e volevo saperne di più. Gli albori dell’apicoltura risalgono ai tempi dell’uomo delle caverne. C’è una storia, con la esse maiuscola, da sviscerare. E io la voglia di fare ricerca storica ce l’ho nel sangue. In generale».

Esperienze concrete
Gesticola. Spara battute a raffica, alternate a silenzi di riflessione. Sempre con quella strana luce negli occhi. «La scuola deve fare vivere esperienze concrete agli allievi. Una volta si studiava tutto solo a memoria e dopo un mese non ci si ricordava già più niente. Parlare di miele in classe equivale anche a parlare di alimentazione sana. Di proteine, di carboidrati. Fondamentale per ragazzi che devono ancora svilupparsi fisicamente. Il mio è un approccio didattico che vuole essere partecipativo, interdisciplinare. Per questo, in aula sono spesso teatrale, goliardico. Cerco sempre di strappare qualche sorriso ai miei interlocutori».

Poi Emiliano si fa di nuovo serio. E, con il suo computer portatile, mostra un filmato. Riguarda una produzione industriale di miele. «Le api vengono massacrate tra macchinari che le spingono all’estremo del rendimento. Personalmente non ci sto. Io lo dico senza mezzi termini ai ragazzi. L’apicoltore deve volere bene alle api. Punto. Tra l’apicoltore e l’ape ci deve essere uno scambio di favori. L’ape dà il miele all’uomo, ma l’uomo deve dare una dignità all’ape. Altrimenti i conti non tornano e si sconfina nella scorrettezza. Oggi si sente tanto parlare di api a rischio d’estinzione. È un tormentone cavalcato dai media. Non so quanto corrisponda al vero e non tocca a me stabilirlo. Ma le nuove generazioni devono aprire gli occhi su questi aspetti. Rispettare l’ambiente significa rispettare il prossimo. Non si scappa».


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