Marco Chiesa: «mi aspetto che il mio partito sia compatto nel difendere la priorità data alle lingue nazionali». (Foto: Pino Covino)

English, français... e l’italiano?

Priorità all’inglese nelle scuole svizzere? Con quali rischi? Ne parliamo con Marco Chiesa, consigliere nazionale UDC e vicepresidente di Helvetia Latina. — ANDREA TOGNINA

Lei quali lingue parla?
Come molti di noi, parlo quattro lingue. Sono cresciuto con l’italiano. Ho studiato a Friburgo, in francese. Il tedesco l’ho imparato alle medie, poi ho lavorato nella Svizzera tedesca. Inoltre parlo l’inglese.

E in parlamento che lingua usa?
È una questione che mi sono posto fin dall’inizio. E mi sono detto: «Se non interveniamo noi in italiano, nessuno lo farà al nostro posto». Visto che ci sono le traduzioni simultanee ne approfitto. Non è una questione di pigrizia. A differenza di quel che spesso si pensa, non è vero che l’italiano non goda di considerazione a Berna. Però solo pochi lo parlano. Per questo è importante usarlo anche in parlamento.

Ma qualcuno ascolta i suoi interventi quando parla in italiano?
L’impressione che nessuno ti ascolti ce l’hai anche quando parli in tedesco! L’attenzione dipende dal tema, non necessariamente dalla lingua.

Usa l’italiano anche nelle commissioni?
Lì non c’è la traduzione simultanea. Però nella commissione della politica estera, di cui faccio parte, molti deputati capiscono l’italiano. Mi hanno persino chiesto di intervenire in italiano. Ne sono stato piacevolmente sorpreso. Allora alterno tutte e tre le lingue. Però è chiaro che se vuoi far passare un messaggio ci sono due lingue forti. Anzi, forse solo una: il tedesco!

È soddisfatto di come la scuola le ha insegnato le lingue?
Secondo me in Ticino l’insegnamento delle lingue è piuttosto soddisfacente. Oggi forse frequenterei un’università nella Svizzera tedesca. Il francese ci è più vicino, il tedesco ha una costruzione molto diversa. Prima lo si impara, meno fatica si fa in seguito. Per questo in verità la lingua che bisognerebbe imparare per prima in Ticino è il tedesco.

Lei ha studiato economia aziendale. Perché s’interessa alle lingue?
Sono un estimatore del modello svizzero, basato sul federalismo e sulla convivenza tra realtà linguistiche e culturali diverse. Mi affascina l’idea della Willensnation, della nazione fondata sulla volontà di stare insieme. Questa volontà deve esprimersi anche nel sostegno alle lingue nazionali e quindi alle culture a cui fanno riferimento. Le lingue nazionali sono la pietra angolare della nostra coesione nazionale.

Il dibattito sulle lingue in Svizzera è incentrato sulla questione dell’insegnamento delle lingue straniere. Di recente se n’è parlato nel canton Zurigo, nei Grigioni, nel canton Turgovia (v. riquadro). Qual è la sua posizione a riguardo?
Mi riconosco nel programma dell’UDC, che dà la priorità all’apprendimento delle lingue nazionali rispetto alle altre lingue straniere. I miei due bambini, che hanno 7 e 8 anni, conoscono già l’italiano, il tedesco – mia moglie parla svizzero-tedesco – e il francese, che usano con gli zii. È importantissimo immergere subito i bambini in questa realtà nazionale plurilingue. Anche perché cominciare a capire un’altra lingua equivale anche a percepire il profumo di un’altra cultura.

I suoi bambini hanno la fortuna di crescere in un ambiente plurilingue. Ma non tutti sono in questa condizione. Cosa deve fare la scuola? È giusto che insegni due lingue straniere alle elementari?
Secondo me sì. Sono favorevole alle due lingue straniere. E nel nostro caso dovrebbero essere tedesco e francese. Ho sotto gli occhi l’esperienza dei miei bambini e non posso che rispondere in questo modo. I bambini sono come delle spugne. Appresa a quest’età, la lingua è un gioco, non è un’imposizione.

In molti cantoni, in particolare nella Svizzera orientale, c’è scetticismo su questo modello. E la Confederazione ha minacciato più volte di intervenire, se il compromesso sulle due lingue straniere alle elementari dovesse essere abbandonato. Lei è favorevole a un intervento di Berna?
Sono un estimatore del federalismo, quindi sarei piuttosto scettico su un intervento della Confederazione. Del resto mi pare che nelle votazioni la popolazione si sia sempre schierata in difesa delle lingue nazionali.

Ma cosa fare se un certo numero di cantoni decidesse di dare la priorità all’insegnamento dell’inglese nelle elementari, spostando la seconda lingua straniera al livello secondario?
È un bel dilemma. Intervenire “manu militari” significherebbe non rispettare le decisioni del popolo. Allora l’unico modo è lavorare per far capire quanto sia importante mantenere le peculiarità linguistiche del nostro paese.

In vari cantoni, esponenti del suo partito, l’UDC, si sono però schierati a favore dell’insegna-mento di una sola lingua alle elementari, dando la prefe-renza all’inglese…
Le linee guida dell’UDC sono quelle fissate nel programma. Oggi mi aspetto che l’UDC sia compatta nel difendere la priorità data alle lingue nazionali. È vero che nei cantoni alcune sezioni hanno assunto posizioni diverse. Non condivido queste posizioni. Il mio osservatorio è però diverso dal loro.

Non è un paradosso che dei rappresentanti di un partito che dice di difendere le peculiarità della Svizzera si schierino in favore dell’inglese?
In qualche modo sì, è un paradosso. D’altro canto per gli svizzeri tedeschi già il buon tedesco è una lingua straniera... Ho una certa comprensione per l’esigenza di imparare l’inglese. Dal mio punto di vista però bisogna fare di tutto per non privilegiare questa lingua. L’inglese s’impara abbastanza facilmente anche più tardi, sia perché ha una struttura piuttosto semplice, sia perché la si incontra tutti i giorni, usando il computer, navigando su internet.

Quindi per lei l’inglese non può essere messo alla pari con le lingue nazionali?
L’inglese è una lingua che serve a comunicare in modo facile e rapido con tutto il mondo. Le nostre lingue le considero in un’ottica di coesione nazionale. Sono due cose diverse. L’inglese è molto attraente, perché ti permette di andare dappertutto. È la lingua del business. Bisogna però mettere in primo piano i valori del nostro paese.

L’iniziativa di cui si discute nei Grigioni rischia di creare dis-criminazioni fra una minoranza costretta a imparare il tedesco e una maggioranza che potrà imparare l’inglese come prima lingua straniera. È d’accordo?
Spero che l’iniziativa venga bocciata. Sarebbe un paradosso che in un cantone trilingue si insegni come prima lingua straniera una lingua che non è neppure nazionale.

Le discussioni sulle lingue sono quasi sempre incentrate sul francese. E l’italiano?
L’italiano è in una posizione fragile. È lingua ufficiale solo in due cantoni, siamo una piccola minoranza. Qui a Berna quando si parla di minoranze linguistiche si parla solo del francese. È anche questo il motivo per cui bisogna parlare l’italiano quando si può.

Si fa abbastanza per promuovere l’italiano?
Si può sempre fare di più. Bisogna anche riconoscere che le risorse da destinare alla promozione delle lingue hanno dei limiti. Posso però dire che tra gli interlocutori con cui ho avuto modo di discutere ho sempre riscontrato sensibilità verso la lingua italiana.

Di recente i cittadini del canton Zurigo hanno respinto un’iniziativa per l’insegnamento di una sola lingua alle elementari. Un’iniziativa analoga è in discussione nei Grigioni. In maggio il Tribunale federale ha ritenuto l’iniziativa ricevibile. 

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