Arrivati in due, oggi sono in tre: Akkshay Chugh e Minnal Dhingra con il figlio Ayaan.

A casa, in Svizzera

Arrivano da noi per svolgere lavori altamente specializzati. Qualcuno torna, altri restano apprezzando la qualità di vita del nostro Paese. — DEBORAH LACOURREGE E JOËLLE CHALLANDES

È il vostro sistema di riciclaggio che mi ha creato a lungo confusione» racconta Akkshay Chugh (31 anni) ridendo. Alla fine dello scorso anno il giovane indiano è giunto in Svizzera insieme alla moglie Minnal (37 anni), avendo accettato un nuovo incarico come Relationship Manager in una banca. Ora vivono a Zurigo in tre: in gennaio è nato il loro figlio Ayaan. La pianificazione familiare è stato il principale motivo per cui la coppia indiana si è trasferita qui: «La Svizzera è considerata il paese dei balocchi in India. È famosa per l’elevata qualità della vita. Tutto è pulito, i trasporti pubblici funzionano alla perfezione e perfino in città vi sono spazi verdi dappertutto. Pensavamo che questo fosse il luogo ideale in cui crescere un bambino piccolo» dichiara entusiasta Minnal. E così Zurigo è stata preferita a Londra e Singapore, dove Akkshay aveva ricevuto altre offerte di lavoro.
La famiglia Chugh-Dhingra non è l’unica ad aver seguito questo tipo di strada. La Svizzera è un paese attraente per gli emigrati altamente qualificati, come dimostrano le cifre rese note dall’Ufficio federale di statistica. Il numero di stranieri laureati è più che raddoppiato negli ultimi 20 anni, passando da 157.000 a 318.000.

La distanza non conta
Per espatriati, abbreviati in expat, si intende in senso stretto solo chi è stato mandato in Svizzera da un’azienda. Questi incarichi sono spesso a tempo determinato e includono cosiddetti pacchetti per espatriati. Si tratta di pacchetti di servizi che comprendono, ad esempio, i costi per l’istruzione dei figli e per l’affitto dell’abitazione.


Al giorno d’oggi si candidano sempre più spesso anche stranieri per posti di lavoro in Svizzera: «Grazie alle nuove possibilità di comunicazione, per il datore di lavoro e per il lavoratore è diventato molto più semplice trovarsi. Anche se migliaia di chilometri li separano. Tramite Skype, ad esempio, è possibile condurre senza problemi colloqui di lavoro e negoziare condizioni contrattuali» fa notare Giovanni Ferro-Luzzi, esperto del mercato del lavoro e docente presso l’università di Ginevra.
È stato così anche per Akkshay Chugh. La banca cercava espressamente un indiano. «Assisto i clienti indiani che vivono in Medio Oriente. Nell’investment banking la fiducia è fondamentale. Per questo è importante avere un background culturale comune» spiega. Akkshay, inoltre, era già pratico di esperienze all’estero, avendo svolto il suo primo lavoro negli Stati Uniti e vissuto per un anno a Parigi per un perfezionamento professionale.

Anche altre imprese svizzere assumono in modo mirato lavoratori stranieri in Svizzera. Ad esempio L’Oréal Suisse: «Da noi lavorano tedeschi e francesi che erano dipendenti di L’Oréal all’estero e che qui apportano le proprie competenze acquisite altrove» spiega il direttore generale Marc-André Heller.

Tra vita privata e professionale
I posti di lavoro in Svizzera sono molto richiesti. Nell’attuale sondaggio condotto da Internations, la piattaforma degli espatriati, la Svizzera si trova nei primi dieci posti.  Su Internations gli espatriati hanno la possibilità di collegarsi in rete e scambiarsi consigli. «Da un lato, l’equilibrio tra vita privata e professionale è percepito in modo positivo in Svizzera. La maggior parte delle persone apprezza anche il fatto di avere, grazie alla florida situazione dell’economia, la sicurezza di un posto di lavoro», sottolinea il fondatore e Co-CEO Malte Zeeck. La qualità delle scuole, lo stretto contatto con la natura e l’ottima assistenza medica attirano nel nostro paese frotte di stranieri dall’ottimo curriculum professionale.

Ma anche questo paradiso ha i propri lati oscuri. Nella classifica mondiale la Svizzera ha perso 17 posti rispetto allo scorso anno. Attualmente si trova al 31° posto. Sono i costi della vita elevati a mettere in crisi gli espatriati. Prodotti alimentari, cassa malattia o contributi per la custodia dei bambini sono enormemente più costosi che altrove.

Ciò che mette maggiormente in difficoltà gli immigrati sono però le spese di affitto: «Le aziende ti portano qui e si aspettano che ti trovi un appartamento nel giro di una settimana. In Svizzera è praticamente impossibile. Gli stranieri sono spesso discriminati e i prezzi sono esorbitanti. Speravo in un maggiore sostegno da parte del mio datore di lavoro», racconta un italiano. Prima lavorava negli Stati Uniti. Là aveva addirittura ottenuto una riduzione del canone di affitto stipulando un contratto d’affitto per un periodo prolungato.

Non sono solo le finanze a rendere la vita difficile agli espatriati, ma anche la gente del posto: il 36% di tutte le persone intervistate lamenta che gli svizzeri sono poco cordiali con gli stranieri. «Sicuramente ha a che fare con le votazioni riguardo alle iniziative per l’attuazione dell’espulsione degli stranieri» sostiene un brasiliano. Chi non ha molti amici del posto, percepisce gli svizzeri solo attraverso i media. «E qui, negli ultimi anni, si è assistito a dibattiti molto accesi».

Società parallela
Integrazione – una delle maggiori sfide per gli espatriati. Secondo un sondaggio condotto da Internations, il 32% non si sente esattamente a casa propria in Svizzera. Il 30% ritiene difficile abituarsi alla cultura locale e due terzi lamentano di far fatica a trovare amici svizzeri.
Un fenomeno che è stato osservato dall’Ufficio di integrazione del cantone di Zurigo. «Nell’ambito dell’integrazione sociale si creano spesso società parallele di espatriati. Molti di loro hanno pochi amici del posto» confessa. In città come Zurigo o Ginevra, dove vive la maggior parte degli espatriati, esistono ad esempio ristoranti e bar in cui si parla quasi esclusivamente in inglese. Tutti rimangono nella propria cerchia linguistica e culturale.

La famiglia Chugh-Dhingra desidera che il figlio Ayaan cresca in Svizzera.


La famiglia Chugh-Dhingra non ha questo problema:  «Abbiamo la fortuna di vivere in un quartiere in cui si dà grande valore alla convivialità. Ci si incontra nel cortile, si mangia insieme, ci si aiuta l’un l’altro. È un po’ come in India» afferma Minnal.

Lei ha abbandonato la propria carriera in India per seguire il marito in Svizzera e occuparsi del piccolo Ayaan. Come a Minnal accade a tante altre donne. I mariti ricevono un’offerta di lavoro in Svizzera, ma il permesso di lavoro vale soltanto per loro. Per questo le donne sono costrette a rimanere a casa e spesso si sentono isolate. Le nuove amicizie, infatti, si stringono spesso sul posto di lavoro.
Per non sentirsi chiusa tra le quattro mura domestiche e conoscere altre madri svizzere, Minnal frequenta dei corsi insieme al proprio figlio, ad esempio training sensoriale o yoga per madre e figlio. «Qui si socializza rapidamente. Nonostante le differenze culturali, abbiamo tutte una cosa importante in comune: i figli. Questo crea immediatamente un legame». Eppure il prossimo anno, quando l’intera famiglia riceverà un permesso B, Minnal intende cercarsi un lavoro. «Prima lavoravo nel settore IT e ho sentito che in Svizzera le professioni informatiche sono molto richieste. Sono perciò fiduciosa di trovare qualcosa anche qui per me».

Tra vita privata e professionale
Per trovare un nuovo posto di lavoro Minnal deve imparare il tedesco. Finora la coppia di indiani non capisce una parola della lingua nazionale. Ma non sono i soli: «Gli espatriati, data la loro permanenza a tempo determinato, hanno esigenze di integrazione ridimensionate o, in ogni caso, ridotte. La disponibilità a imparare la lingua non è sempre presente in questo gruppo particolarmente mobile» rivela il l’Ufficio di integrazione«Ma noi vogliamo assolutamente frequentare un corso di tedesco» dichiara Akkshay, aggiungendo che «Nostro figlio Ayaan parlerà il tedesco fluentemente. Per noi è molto importante capirlo in questa lingua».
A differenza di altri espatriati la famiglia Chugh-Dhingra non esclude affatto di rimanere in Svizzera. Non solo per la qualità della vita ma anche per il loro figlio maschio: «In India i ragazzi devono studiare in continuazione. In un paese di oltre un miliardo di abitanti, ognuno deve cercare di essere il migliore. La concorrenza è davvero pazzesca. Qui in Europa anche lo sport e il gioco fanno parte della vita del bambino; tutto è molto più equilibrato. Ci auguriamo che anche Ayaan possa crescere in questo modo».

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