Nella tana del Guru Claudio Marra:
«Vi racconto la storia della fotografia»

Prossimamente in Ticino: LuganoPhotodays e Biennale 9 1/2, due eventi sulla fotografia. Discutiamo di quest’arte con l’esperto Claudio Marra, professore all’Università di Bologna. — GIANLUCA BLEFARI

Agli esordi era possibile stampare una sola copia. Poi è arrivata la pellicola. Oggi tutti possono fotografare, in qualsiasi momento e con pochissimi mezzi. L’immagine fotografica è onnipresente, e protagonista di concorsi, mostre e festival, come il LuganoPhotdays o la Biennale 91/2 di Chiasso. Cos’era e cosa è diventata l’arte della fotografia? Lo chiediamo a Claudio Marra, professore di Storia della fotografia all’università di Bologna.

Come è nata la sua passione per questa arte?
Il mio primo interesse è stato di carattere pratico. Negli anni del liceo, come tanti della mia generazione, la ritenevo un mezzo per poter «dire delle cose», comunicare facilmente, e sviluppare un’idea di creatività. Poi mi iscrissi all’università, al neonato Dams di Bologna, che lanciò il primo corso di laurea con lezioni di fotografia. E mi laureai con una tesi di estetica dal titolo Teoria e pratica della fotografia nelle avanguardie storiche. A quel punto capii che forse ero meglio come teorico che come fotografo.

Tra le sue attività accademiche e le collaborazioni esterne con vari musei, quale ricorda con più piacere?
Non tanto le esposizioni in gallerie e  musei, quanto piuttosto la mega-istallazione che organizzo coi miei allievi a fine maggio, a conclusione dell’anno accademico, composta da circa 700 pezzi di fotografia. Operazione che riceve anche un certo riscontro sui media per via delle tematiche scelte.

Claudio Marra con alcuni suoi studenti nella biblioteca del Dipartimento di arti visive dell’Università di Bologna.


Cosa vuol dire oggi fare fotografia, dove tutti sono muniti di fotocamere, penso per esempio agli smartphone?
In pochissimi anni sono cambiate molte cose, ma non la fotografia in sé. La dicotomia analogico-digitale per esempio non ha portato sostanziali modifiche allo statuto della fotografia. Forse nell’utilizzo pratico della stessa, questo sì.  Ho anche scritto un libro sull’argomento. (L’immagine infedele. La falsa rivoluzione della fotografia digitale, ed. Bruno Mondadori, ndr). Ciò non toglie che resti molto spazio all’autorialità e alla creatività.

Robert Capa è l’autore di una famosissima foto che ritrae un miliziano della guerra civile spagnola, nel momento in cui viene colpito da una pallottola. Oggi si sospetta trattarsi di un falso. La sua opinione?
Non mi interessa questo aspetto «notarile», perché non esiste una fotografia realistica che non sia anche falsa, e non esiste foto di finzione che non abbia una dimensione di realtà. Anche la fotografia di moda per esempio, che viene considerata il campo di eccellenza della fotografia di finzione, è in fin dei conti una fotografia «vera», perché quella modella c’è, quelle scarpe ci sono, quell’abito è lì…


E parlando invece dei programmi di manipolazione dell’immagine? C’è un rischio di falsificazione?
Sì, ma come detto si tratta di un falso problema. Consideriamo per esempio che i primi falsi fotografici risalgono all’Ottocento. Hippolyte Bayard, negli anni dell’invenzione della fotografia, fece circolare un’immagine di sè stesso morto annegato nella Senna, per protestare con il governo francese sulla mancata approvazione di un suo brevetto. Bayard è stato geniale perché ha capito che la fotografia avrebbe avuto questo potere: perché considerata vera, poteva mentire. Ma si tratta di un problema etico, più che tecnico.

Nei sui libri parla spesso di fotografia come «indice». Di che si tratta?
È un concetto non semplicissimo da spiegare, che riguarda l’identità della fotografia. «Indice» è un termine della semiotica, la scienza che studia i segni e quindi la comunicazione. Gli indici sono un tipo di segni con un rapporto stretto, fisico, di derivazione, con la realtà di cui parlano. Per capirci meglio: le parole non sono indici ma simboli, perché il rapporto tra il suono e la realtà cui ci si riferisce, è un rapporto totalmente arbitrario. 

Come si inserisce la fotografia all’interno della cultura della comunicazione?
La fotografia è la madre della cultura mediale. Ancora oggi è lo strumento che interpreta nel modo più puro, minimale e totale le caratteristiche di quella che è la comunicazione odierna, composta poi anche dal cinema, dal video ecc..

Quindi è un’ invenzione che ha determinato un vero sconvolgimento nella società. Piu del cinematografo per esempio?
Indubbiamente. Il cinema è fotografia in movimento. È una sua derivazione.

Sull’invenzione della fotografia ci sono controversie ancora aperte, come nel caso del cinematografo?
Una data di nascita ufficiale c’è: il 7 gennaio 1839, Accademia delle scienze di Parigi, viene presentata l’invenzione attribuita a Louis Mandé Daguerre. Però il discorso si complica. È giusto ricordare che molte persone in quegli anni stavano lavorando alla stessa invenzione. Inoltre bisogna anche andare indietro nei secoli precedenti, perché il corpo della macchina fotografica, ovvero la camera oscura, era un oggetto già utilizzato dai pittori. Insomma è il risultato di un percorso complesso, tant’è che dovremmo parlare anche di Talbot, che poco giorni dopo Daguerre, inventa il sistema negativo-positivo il quale  permette la stampa di più copie, diversamente dal dagherrotipo, che produceva una copia unica, tipo polaroid.

E probabilmente ancora più complesso sarà stato l’effetto che questa invenzione ha avuto sulle altre arti e sulla società in generale…
Certo, i contraccolpi, e anche la competizione. Perché per un certo periodo la fotografia compete con la pittura. Finché l’arte era considerata dimostrazione di capacità tecnica e bravura esecutiva, la fotografia non piaceva, non convinceva tutti. In ­questo clima Baudelaire si poteva permettere di dire «la fotografia non è arte perché la sanno fare tutti, è troppo facile e troppo reale». Poi nel ‘900 il quadro dell’arte si ­modifica, perché anche l’idea che non si possa fare arte senza una certa abilità manuale viene a cadere. A inizio del secolo scorso ­Duchamp propone nei musei oggetti di uso comune (ruote di bicicletta, pissoirs,...) senza modificarli, senza fare niente!

Altri momenti fondamentali?
Da un punto di vista tecnico il 1888, anno di fondazione della Kodak ad opera di George Eastmann, che esordì con il famoso slogan «Voi schiacciate il bottone, al resto pensiamo noi». Questo fa capire bene la rivoluzione che stava arrivano: tutti possiamo essere fotografi, e quindi artisti.

I suoi fotografi preferiti?
Restando al ‘900 potrei indicare il tedesco August Sander e gli americani Diane Arbus e Walker Ewans.

E tra i contemporanei?
Per non far torto a nessuno non farò nomi, ma secondo me sono gli autori che creano scuola,  quelli che in qualsiasi campo danno anche solo un piccolo contributo per creare qualcosa di nuovo. Gli altri sono onorevoli professionisti.
Ma questo non vale solo per la fotografia...


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