Quando parla, tutti lo ascoltano. Steven Spielberg qui sul set del suo ultimo film «Il GGG - Il grande gigante gentile », a destra: Penelope Wilton.

Genio del set: Steven Spielberg

Domenica compie 70 anni e non ci pensa nemmeno a lasciare la cinepresa: 22 progetti l’aspettano. — MARJAM SCHAGHAGHI

È una delle personalità più influenti nella storia del cinema. Non è solo regista, produttore, ma anche mago e poeta. Il 18 dicembre, Steven Spielberg compirà 70 anni. Gli abbiamo fatto gli auguri a Cannes in occasione della prima mondiale del suo ultimo film  «GGG – Il grande gigante gentile».

Lei appare mite, benevolo e in pace con se stesso. Più vicino alla figura di un raccontastorie che di un potente magnate dell’industria cinematografica contemporanea...
Grazie per il «benevolo». Ma direi che la pace non mi appartiene. (ride)

Ed è proprio questo a sorprendere: dovrebbe essere perennemente sotto tensione. Nel suo futuro ci sono in programma 17 progetti solo come produttore e altri cinque come regista. Perché sottoporsi ancora a tutto questo stress? Ha già ottenuto abbastanza. Persino tre Oscar!
Per me girare film non è lavoro! Altrimenti mi farei la stessa domanda… (ride). Fare il regista lo considero più un passatempo. Mi diverte. Lo vedo come un dono e un privilegio. È impegnativo e prende tutta la giornata, ma per me non rientra nella categoria «lavoro».

Come altro definirebbe ciò che la spinge a trascinarsi alle cinque del mattino su un set cinematografico?
È piuttosto un impulso creativo. Come un prurito che non riesco a placare. Peraltro, con gli anni non ho più bisogno di dormire molto. Quando dirigo una regia dormo al massimo cinque ore e mezza. Quando non lavoro non più di sei.

Il suo primo vero debutto lo fece già da ragazzino a 13 anni, con un film di guerra di 40 minuti. Da dove proviene questa sua precoce passione?
Da mio padre. All’età di cinque anni mi portò a vedere il mio primo film. «Il più grande spettacolo del mondo». Era il 1951. Fu un’esperienza quasi traumatica, perché il film era un gigantesco spettacolo, con tanto di incidente ferroviario, e poi gli animali, il circo e molto altro ancora. Mi sconvolse!

Suona anche piuttosto inadatto ai bambini…
Mio padre era stato un soldato durante la Seconda guerra mondiale. Era un radiotelegrafista di stanza in Birmania, in seguito dislocato a Karachi. Anche i suoi amici erano dell’esercito. Perciò ho sempre ascoltato i racconti dei veterani di guerra. Noi bambini eravamo espulsi dalla stanza solo quando si facevano davvero troppo cruenti.

Allora è da suo papà 99enne che proviene non soltanto l’interesse per il cinema, ma anche per le tematiche di guerra, una delle sue specialità. Dove molti dei suoi personaggi spiccano per avere un rapporto estremamente conflittuale con il padre. Perché?
Tutto nasce certamente dal mio personale rapporto padre – figlio. Devo a lui molte delle mie stranezze, della mia «Gestalt», come usiamo dire in yiddish. Voglio bene a mio padre. Ci siamo riconciliati 25 anni fa. Quando ho vinto l’Oscar per il film di guerra «Salvate il soldato Ryan» – uno dei momenti più toccanti della mia vita – dal palcoscenico ho ringraziato mio padre e gli ho dedicato l’Oscar.

Com’era da ragazzo? Che cosa sognava?
All’epoca facevo spessissimo degli incubi in cui mi svegliavo gridando. I miei genitori ormai erano completamente disperati. Quando avevo all’incirca quattro anni mi hanno fatto vedere da un dottore per capire cosa mi angosciasse. Forse temevano già che fossi schizofrenico.

E cosa riscontrò il dottore?
Non ricordo più il colloquio. Ma quanto fossero orribili quei sogni è tuttora impresso nella mia memoria! Alla fine certificò solo un’immaginazione brutale e iperattiva. Come a dire che la mia fantasia arrivava addirittura a terrorizzarmi.

E oggi come se la cava con i sogni?
(Ride) La mia immaginazione è ancora iperattiva. Ma oggi i miei sogni sono decisamente più piacevoli.

Ha portato sullo schermo una sessantina di film: un po’ d’azione, un po’ per famiglie, qualcuno storico e soggetti fantascientifici. Esiste uno schema dietro a questo mix composito?
Sono i film ad avere incrociato la mia strada. Non pianifico deliberatamente i temi dei miei film in modo equo. Mi dedico a quello che arriva per primo, a quello che mi colpisce di più intellettualmente ed emotivamente. Di preciso non saprei neanche dire perché dico di «sì». Avviene tutto impulsivamente. È un mistero anche per me!

Della serie: chi prima arriva, meglio alloggia?  
Quando inizio a rimuginare su un progetto per capire se è davvero quello giusto, mi chiedo semplicemente: «Quanto mi farebbe stare male non raccontare questa storia?». Se la risposta è: «Non potrei più vivere con me stesso», devo approvare il progetto. Ma mi occupo solo di una storia alla volta.

Obiezione: quando lavorava ancora al montaggio di «Jurassic Park» stava già girando «Schindler’s List».
Ed ero pure sfinito. Anche se entrambi i risultati sono stati fantastici, per me è stato un periodo terribile. Ho dato anima e corpo per «Jurassic Park». Ma quando avrei dovuto essere completamente concentrato su «Schindler’s List», allo stesso tempo dovevo approvare delle inquadrature digitali di dinosauri! Era il primo film in cui le vere «star», alias i dinosauri, comparivano in digitale. Perciò ho dovuto metterci mano in prima persona.

Come si riesce a saltare da animali preistorici all’atroce realtà dell’olocausto?
È stata dura, ma dovevo farcela. Cercavo di non arrabbiarmi, ma ogni giorno mi sentivo importunato dai dinosauri di un film che per me improvvisamente non significava più nulla. Perché da quando avevamo iniziato a girare «Schindler’s List», questa storia e il suo messaggio erano diventati tutto per me. Tutta la mia vita. Ogni sera avevo bisogno di un’ora per calmarmi.

Ama indistintamente tutti i suoi film, oppure ce n’è uno più importante?
Il film che ha prodotto gli effetti maggiori e migliori è stato «Schindler’s List». Un film che ha influenzato l’opinione di moltissime persone sul tema dell’Olocausto. La pellicola è stata proiettata nelle scuole e addirittura nelle accademie di polizia e ha dato vita a impulsi importanti, oltre che nuovi.

Davanti alla macchina da presa ha una mano magica con i bambini. Basti pensare a Drew Barrymore in «E.T.». La maggior parte dei registi cerca di evitare gli attori bambini…
Non li tratto come bambini, ma come dei partner. Nel film «E.T.», la sceneggiatrice Melissa Mathison, che mi affianca da molti anni, mi diede il consiglio decisivo: «Parli molto con Drew, ma sei talmente più alto di lei. Non puoi metterti in ginocchio mentre parlate?» È quello che faccio da allora: davanti ai bambini mi metto in ginocchio.

Anche in senso figurato?E anche come padre?
(Sorride) Tutto quello che faccio con i bambini deve avvenire sullo stesso piano. I bambini desiderano essere adulti. Più in fretta di quanto non vorremmo noi! Io, ad esempio, non riesco a consolarmi del fatto che in realtà la mia figlia più piccola abbia già compiuto 20 anni! La più piccola di sette. Quindi la mia cucciola! Questo mi rattrista molto… Mi piacerebbe che rimanesse per sempre «la mia piccolina». Ma i bambini preferiscono essere trattati come adulti. Temo anche che mi piaccia immischiarmi nella vita dei miei figli, anche se ormai è da molto che non hanno più bisogno di me.

Lei è diventato padre per la prima volta a quasi 40 anni. Perché ha aspettato così tanto?
È stato «E.T.» a indurmi a voler diventare padre. Durante le riprese, i bambini del film mi sono entrati nel cuore. Drew Barrymore in particolare. Finite le riprese, ci ho sofferto per una settimana e mi è venuta malinconia. Lì ho capito che volevo davvero avere dei figli miei. Il regalo più grande che mi ha portato «E.T.» non è stato il successo commerciale e l’opportunità di essere da quel momento in poi un produttore indipendente. Ma di aver risvegliato in me il desiderio di essere padre.

Lei ha figli adottivi e naturali. Cosa contraddistingue oggi una famiglia moderna? L’archetipo della famiglia è cambiato?
Oggi ci sono molte più influenze ad avere un impatto sui bambini: oltre ai genitori, ai migliori amici e agli insegnanti preferiti, hanno anche i social media, che innescano una vera e propria battaglia per catalizzare la loro attenzione. La domanda interessante è: quali valori finiscono per radicarsi nel bambino? Quelli della società restituita dai social network e la paura di non esserne accettato? O i valori che sono trasmessi nell’intimità di casa? Il bambino di oggi è davvero sotto assedio. Nella mia infanzia ovviamente era tutto diverso.

Cosa la preoccupa di più nella generazione degli adulti di oggi?
Il cinismo. Perché il cinismo di solito mette in dubbio che una persona possa agire genuinamente, anche senza fini egoistici. E la ragione è che il cinico molto semplicemente lo ignora. So che esistono problemi più grandi, come il terrorismo, i migranti, la fame nel mondo e via dicendo. Ma il cinismo non fa che fomentare ancor di più questi drammi.

Abbiamo un maggiore bisogno di evasione nel cinema? Spiegherebbe così il successo delle saghe dei supereroi e delle favole dei film d’animazione?
Per me non c’è niente di male nell’evadere dalla realtà immergendosi in una favola. Dopotutto, le fiabe esistono proprio per questo: per confortarci dalla realtà. Forse da film come questi si esce con un pizzico d’immaginazione in più e la speranza che anche i propri sogni possano diventare realtà. E forse si arriva persino ad ispirare altre persone a lottare per qualcosa di giusto.

A 70 anni ha progetti,propositi o convinzioni che intende attuare in futuro?
Non penso di avere alcuna influenza sul mio destino. Nessuno può pianificare il proprio futuro. Come si dice, «Se vuoi far ridere Dio, raccontagli i tuoi progetti!». l

Già alla tenera età di 8 anni, Steven Spielberg riceve da suo padre una cinepresa Super 8. Subito ingaggia sorelle e amici per i suoi debutti cinematografici. Nel 1975 lo «Lo squalo»lo consacra tra i grandi registi di Hollywood. Quasi tutti i film che realizzerà in seguito saranno dei successi in termini di incassi, e con «E. T.» e «Jurassic Park» conquista la hit parade dei film con maggiore successo di tutti i tempi.
Nonostante opere ambiziose come «Il colore viola» o «L’impero del Sole» – i critici lo ritengono ancora immaturo e superficiale.  Con «Schindler’s List» Spielberg riceve infine la meritata riconoscenza e ottiene il tanto aspirato Oscar per la regia. Per questa opera si aggiudica ben sette Oscar in tutto e il suo film di guerra «Salvate il soldato Ryan» gliene fa vincere cinque.
Il suo ultimo lungometraggio è «Il GGG – Il grande gigante gentile»: l’adattamento cinematografico dell’omonimo libro di Roald Dahl. Steven Spielberg è nato il 18 dicembre 1946 a Cincinnati e dal 1991 è sposato con Kate Capshaw. Secondo la rivista di economia e finanza «Forbes», il patrimonio di Spielberg ammonta a 3,4 miliardi di dollari.

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