Giada Marsadri, musicologa, dalla musica colta ai brani trash

INCONTRO — Ogni domenica mattina, la musicologa condivide la sua passione per il mondo musicale con i telespettatori. Sbirciatina dietro le quinte.

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Il mio trasporto per la musica è nato grazie a un film »

Giada Marsadri

Gli indizi li vedi, non appena entri in casa. Dalla lampada col paralume a forma di violino su una mensola. Più in là, la fotografia di un pianoforte tra i calcinacci abbandonati della vecchia Berlino, mentre sotto, una gatta da operetta di nome Gretel passeggia indisturbata. Segni di un amore per la musica, che qui si sparpaglia ovunque. «Sono aperta a tutto, spazio dalla musica classica colta a quelle più commerciali, dall’opera ai brani più trash. Mi piacciono l’alto e il basso, anzi, ho bisogno di passare da una cosa all’altra». Perché se la curiosità è un luogo di incroci continui, quello sembra il vero habitat naturale di Giada Marsadri. Nata nel 1985 a Mendrisio, musicologa di formazione. Fine d’aspetto e idee chiare come il suo sguardo, il tutto condito da quel taglio gentile che le ha permesso in pochi anni di moltiplicare le sue esperienze. Così, se durante l’anno la puoi vedere ogni domenica mattina a condurre la trasmissione musicale «Paganini» sulla Rsi, ad agosto invece è lì, davanti alle 8mila persone di Piazza Grande, a presentare il Festival del film Locarno. 

La nascita di una passione

Un cortocircuito tra musica e cinema che era nel destino, avendo avuto una scintilla lontana. «Sì, è così – racconta Giada –, il mio trasporto per la musica è nato attraverso un film. Non sono cresciuta in una casa piena di dischi e quindi non sono stata influenzata dai miei genitori. Tutto è nato quando alle medie un maestro ci ha mostrato il kolossal Amadeus diretto da Milos Forman e lì sono rimasta senza parole». È la miccia, perché da lì parte quel desiderio di raccogliere informazioni e di capire la musica che nel tempo è andato ben oltre le risate cinematografiche del Mozart interpretato da Tom Hulce. Con una suggestione mozartiana che è rimasta nel tempo. «Dopo il liceo, avrei voluto studiare a Salisburgo, perché sono una grande appassionata del festival che si tiene nella sua città natale. Poi però ho preferito andare a Milano, perché oltre agli studi di musica, potevo portare avanti la mia passione per il teatro. In breve tempo ho avuto la fortuna di collaborare sia col Teatro dell’Elfo che con il Piccolo. Facevo parte della produzione e davo una mano nelle prove». Mansioni ed esperienze che sono tornate utili quando poi la Rsi l’ha chiamata a collaborare per il progetto Martha Argerich, la vetrina luganese su cui si affacciano veri e propri giganti della classica contemporanea. «Cercavano una persona che facesse da autista ai musicisti e così mi sono messa al volante di questa avventura che si è rivelata entusiasmante. Ho conosciuto gente di fama mondiale che seguivo in tutti i loro momenti, prima delle prove, sul palco, nei camerini e ancora a cena fino a tardi. Era come vivere su un altro pianeta. Tra orari sregolati,  gomito a gomito con personalità che d’improvviso si confidano e ti rendono partecipe dei loro retroscena emotivi». Scoprire e condividere un mondo culturale vicino a casa non impedisce tuttavia a Giada di catapultarsi in altre realtà, per la tesi di laurea. E lì la città di adozione è Berlino. «Ci sono arrivata il 4 ottobre e il 5 ero già a vedere i Berliner Philharmoniker. Per tutto l’anno che ci sono stata, ero in un continuo dentro e fuori dai teatri, da quelli istituzionali a quelli più sperimentali. Mia madre mi chiamava per chiedermi dove fossi e la mia risposta era sempre la stessa: sono a teatro. Tutta un’effervescenza che andava assolutamente raccontata, per questo in quel periodo ho fatto quasi quotidianamente servizi da corrispondente radiofonica della Rsi». Così, se a Berlino scocca anche la folgorazione per il teatro musicale di Sasha Waltz, la coreografa tedesca che diventerà suo oggetto di tesi, capace di far volteggiare i musicisti in braccio ai danzatori, è in quello stesso periodo che Giada prende quella consapevolezza che la porta a definirsi «una spettatrice dell’arte». «Non ho dubbi: mi piace nutrirmi del talento degli altri. È una condizione che mi fa sentire viva. Posso sentire mille volte la stessa partitura senza stancarmi mai, perché, se presti un ascolto non passivo, ti puoi gustare tutte le infinite modalità d’esecuzione. E a me interessa proprio scoprire cosa cambia di volta in volta». 

Biografia intima di una spettatrice attiva che, quasi per ironia della sorte, durante le serate del Festival del film Locarno, sembra trovarsi dall’altra parte della barricata. «Eppure, quando ti trovi su quel palco, a scambiare brevi chiacchierate con registi e attori, prima della proiezione di un film, con i fari puntati addosso, tu, tutta quella folla non la vedi nemmeno. Paradossalmente sono più i rumori che salgono dallo sfondo che segnano maggiormente l’atmosfera». Ancora una volta, se anche l’occhio vuole la sua parte, è l’orecchio a farla da padrone. Perché se è vero che la musica è qualcosa che sa spostare l’aria, Giada, col suo garbo tenace, sembra andare in quella stessa direzione.



 

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REDAZIONE:Gudrun De Chirico

VIDEO: Gianluca Blefari, Annick Romanski

Pubblicazione:
martedì 10.03.2015, ore 16:00


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