Gianfranco Helbling è responsabile del cartellone dal 2011.

Incontro con... Gianfranco Helbling

TEATRO — Il direttore del rinomato Teatro Sociale di Bellinzona racconta della sua passione per il palco, del suo impegno contro le ingiustizie sociali e della sua numerosa famiglia.

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La barba scura, i capelli lunghi color argento, il mantello nero. È un look che parla, quello di Gianfranco Helbling. Racconta di un personaggio che cerca, sempre e comunque, di avere un’opinione personale, un proprio punto di vista. Ma narra anche di un uomo che fa il lavoro dei suoi sogni. Classe 1968, padre di ben sei figli, dal 2011 è direttore del Teatro Sociale di Bellinzona. «E così – dice mentre è seduto alla sua scrivania – la mia passione per il palcoscenico è diventata a tutti gli effetti la mia professione».

Studi in diritto, con tanto di patente di avvocatura. Gianfranco, che vive a Gorduno con la sua famiglia, nella vita ha lavorato come giurista, ma anche come giornalista. Per 10 anni è stato direttore del settimanale di critica sociale Area. «Una carica che ho avuto, a tempo parziale, fino al 2012. Poi ho lasciato per questioni di tempo. Volevo fare bene il direttore di teatro». Ha origini sangallesi, è nato a Berna ma è cresciuto nel villaggio di Ponto Valentino, in Valle di Blenio. Gianfranco si guarda indietro e vede un’infanzia spensierata. «Quando ci incamminavamo verso la scuola, incontravamo le mucche che andavano all’abbeveratoio. Era un mondo rurale, si poteva correre nei prati e fare mazzi di fiori. E d’inverno si slittava sulla neve».

Dopo il trasferimento nel Bellinzonese, scocca l’ora dell’Università, a Zurigo. E a Gianfranco si aprono le porte di una realtà nuova. «Ero abbastanza secchione – ammette –. Ma sentivo parecchia aridità nello studio del diritto. Avevo bisogno di compensare. Grazie al teatro ho trovato l’armonia giusta. Già al liceo questo ambito mi attirava».

Le gioie di una famiglia numerosa
La cultura ha sempre fatto da fil rouge nel percorso di Gianfranco. Anche quando lavorerà per il quotidiano La Regione. «Scrivevo per le pagine di cultura e spettacoli». Proprio durante questa esperienza conosce Virginia, che diventerà sua moglie. È il 2001 quando gli sguardi dei due si incrociano per la prima volta. Dalla loro relazione nascono sei figli: Agata, Francesco, Medea, Ofelia, Martino e Salomé. «La più grande ha 12 anni, la più piccola uno. I nomi strani li ha scelti mia moglie». Il 46enne racconta la quotidianità di una famiglia numerosa. «Io ho solo un fratello. Quando ero più giovane, mai avrei pensato di fare così tanti figli. Il fatto è che io e Virginia ci abbiamo preso gusto strada facendo. E non rimpiangiamo nulla. A volte c’è un po’ di stanchezza, certo, ma avere una famiglia simile significa farsi un sacco di risate. I nostri figli, tra l’altro, non avranno mai problemi di socializzazione». Nella vita pratica, tuttavia, gli ostacoli sono parecchi. «Il mondo moderno non è più concepito per una famiglia di questo tipo. Se cerchi una casa abbastanza grande, vai a finire spesso nel segmento del lusso. Idem per le macchine. Quando ci spostiamo tutti insieme dobbiamo sempre usare due auto, perché in una sola non ci stiamo».

Il cartellone deve essere variegato. Sempre.


Poi Gianfranco parla del suo presente professionale. E del futuro. «Io e i miei collaboratori portiamo a Bellinzona circa 80 titoli all’anno. Ma vogliamo intensificare le produzioni nostre. Abbiamo imboccato questa strada due anni fa, portando in scena L’anno della valanga di Giovanni Orelli. Ora abbiamo bissato con lo spettacolo Prossima fermata Bellinzona. Le produzioni proprie sono fondamentali, danno un’identità alla vita teatrale del posto. La caratterizzano. Per ora il nostro è l’unico teatro istituzionale in Ticino a cavalcare questo filone». Gianfranco passa le sue giornate cercando di individuare il meglio per il pubblico del suo teatro. «Il cartellone deve essere variegato. Sempre». Il suo lavoro è scandito da decine di email e di telefonate. «Tanta, tantissima burocrazia. Ma le soddisfazioni che ne derivano sono enormi».

Il teatro, però, non gli ha fatto dimenticare le ingiustizie sociali. «Qualcosa non va nell’economia contemporanea, sempre più spesso si parla di ristrutturazioni. Ecco, se avessi la bacchetta magica, eliminerei il dominio del capitale finanziario sull’economia reale. Porta solo a cercare di fare crescere sul breve periodo il valore azionario di un’impresa, a discapito del capitale umano e di una sostenibilità economica lungimirante».

È dotato di un’ironia sottile, Gianfranco. «Non mi piace confondermi nella massa. Sono stato direttore di un settimanale che l’onda non la seguiva mai. Grazie ad Area ho conosciuto nel sindacato molte persone con tanta voglia di costruire un mondo migliore». Un personaggio che si interroga. Costantemente. Gianfranco si definisce un sessantottino a scoppio ritardato. Una specie di ribelle non violento. «Il periodo in cui sono nato mi affascina. Ha liberato un enorme potenziale creativo. Se oggi viviamo in una società più giusta e più liberale, lo dobbiamo anche ai movimenti che sono partiti in quegli anni.  Anche se, per cambiare davvero il mondo, la strada è ancora lunga».

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Testo: Patrick Mancini
Foto: Nicola Demaldi
Pubblicazione:
lunedì 05.01.2015, ore 10:00


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