Gianni Marcolli in tenuta quasi mimetica, per non dare nell’occhio.

Ecco l'uomo che sussurra agli uccelli

Gianni Marcolli, appassionato di ornitologia, conosce migliaia di specie di volatili e le loro straordinarie capacità. — PATRICK MANCINI

Gli scarponi ai piedi. Il cannocchiale. Il binocolo. La giacca marrone, colore tenue per non mettere in allerta gli uccelli. È il look da lavoro di Gianni Marcolli, 64 anni, appassionato di ornitologia fino al midollo. Lo incontriamo sulle rive del Gambarogno, mentre sta portando avanti il censimento invernale degli uccelli acquatici e lacustri. «Tengo d’occhio i volatili svernanti – dice sottovoce –. Quelli che vengono nella Svizzera italiana per trascorrere la stagione fredda».

Ultra sensibile ai rumori
È solo uno dei mandati che la stazione ornitologica svizzera di Sempach ha commissionato al pensionato di Agarone. Un uomo curioso, attratto dalla natura e dai suoi fenomeni. «L’altra grande sfida con cui sono confrontato è quella di fare i monitoraggi delle varie specie nidificanti nelle zone del Locarnese e delle Valli. In totale devo censire cento chilometri quadrati di Ticino. Un’operazione importante per valutare l’evoluzione della biodiversità in Svizzera». Non sfugge nulla a Gianni, in particolare a livello acustico. «Sono diventato sensibilissimo ai rumori. Quando sento un uccello cantare, so automaticamente di che specie si tratta. A volte riesco pure a localizzare i luoghi da cui provengono i suoni. Anche se poi ci sono uccelli che volutamente ti disorientano. Come il pettirosso, che deve sfuggire ai predatori». Una persona pacata, metodica ma creativa. Cresciuto a Bellinzona, sposato con Flavia, Gianni si esprime soprattutto in dialetto. «Anche gli uccelli in un certo senso hanno i loro dialetti. È scientificamente provato che ci sono sfumature, ad esempio, tra una capinera del Ticino e una capinera del Vallese». Emergono ricordi di un passato a Ginevra, come studente in geografia. «A un passo dalla laurea, ho mollato l’università per accogliere l’offerta di una ditta informatica della “prima ora”. Nella mia vita ho sempre lavorato in ambito tecnologico. Ma non ho mai abbandonato il mio amore per la natura».

Nel 1997, il momento decisivo: un corso di ornitologia. L’autodidatta che cresce, che alimenta la sua fame di conoscenza. «Oggi faccio parte dell’associazione ticinese Ficedula. E frequento vari gruppi di appassionati. Scrivo anche su alcune riviste, mi piace divulgare quello che imparo». Alla ricerca dei segreti degli uccelli, il naturalista di Agarone gira il mondo. Dalla Lapponia all’Islanda, dal Sudafrica al Canada. «Tra i ricordi più belli, l’esperienza sull’isola di Texel, in Olanda. Un posto pieno di grandi migratori. Ce n’erano a migliaia per ogni specie. Così tanti da oscurare il cielo al tramonto. Impressionante. In quel contesto mi sono reso conto di quanto l’uomo sia piccolo di fronte alla natura. Sembrava di essere ancora agli albori del mondo». Una pausa. Un sospiro. E la constatazione. «L’uomo pensa di avere fatto passi da gigante a livello scientifico. Ma se osservi il comportamento sociale e relazionale degli uccelli, ti accorgi che la strada è ancora lunga. La loro capacità di orientamento durante le grandi migrazioni resta qualcosa di unico». E qui Gianni rivela un aneddoto, legato al suo ultimo soggiorno all’estero, nelle Azzorre. «Abbiamo visto uccelli arrivare dall’Islanda, di notte, dopo 3mila chilometri di volo sull’Atlantico, e atterrare sulla punta della piccola isola in cui ci trovavamo. Tutto così calcolato. Noi umani cerchiamo di capire, ma lo possiamo fare fino a un certo punto. Gli uccelli hanno facoltà di percezione nettamente superiori alle nostre. È soprattutto questo ad affascinarmi».

Enciclopedia vivente
Quasi 10mila specie nel mondo, un migliaio in Europa, oltre 350 avvistate in Ticino. Gianni è una vera enciclopedia. «Queste sono le mie macchine fotografiche – spiega, mostrando i suoi attrezzi da lavoro –. Sono fondamentali per svolgere il mio compito. Bisogna sapere cogliere l’attimo. Quando devo scattare una fotografia, me ne sto in silenzio. A volte mi capita di fotografare anche altri animali, dall’ermellino ai cervi. Mi piazzo in un punto e divento testimone di queste splendide realtà. Senza interferire». Infine, la rivelazione. «Mi capita di tornare a casa sfinito, dopo una giornata nella natura. Il sacco da portare in spalla è pesante. E bisogna spesso camminare parecchio. Sono stato anche sul Monte Rosa, dove ho incontrato i gracchi alpini. O sul Pizzo Lucendro, a circa 3mila metri, con gli sci ai piedi. Sempre spinto dalla mia voglia di conoscere questo mondo straordinario».

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