Giorgio Battaini trascorrerà ancora qualche mese in Ticino prima di tornare in Svezia.

«In spiaggia a mezzanotte, ecco la mia nuova vita»

Giorgio Battaini voleva fare un'esperienza come allenatore di unihockey in Scandinavia. Ma la Svezia l'ha stregato in tutto e per tutto. — PATRICK MANCINI

In estate, a mezzanotte, legge libri al sole in riva al lago. In inverno, praticamente a ogni ora, se ne sta in palestra. L’affascinante nord Europa. La luce. E il buio. Sono i due lati della nuova vita di Giorgio Battaini, classe 1982, di Sorengo. Partito dal Ticino nel 2008 per un’esperienza di un anno come allenatore di unihockey femminile in Svezia, nel Paese scandinavo Giorgio ha trovato l’amore. «Oggi – dice – sono sposato con Petra. Siamo in Ticino per qualche tempo. Lei ci teneva a imparare l’italiano. Poi torneremo in Svezia. Forse per sempre».

Senza stress
Figlio di insegnanti, una formazione accademica come docente di scuola elementare alle spalle. E soprattutto la grande attrazione per la pallina bucherellata. Quella che, a un certo punto della sua vita, l’ha spinto fino a Motala, cittadina svedese, situata a metà strada tra Göteborg e Stoccolma. «C’è qualcosa che mi ha stregato degli svedesi. Il loro approccio alla vita. Non si stressano. Trovano sempre il tempo per bere un caffè. E poi danno un valore importante alle attività extra lavorative, al tempo libero. In particolare allo sport». Per diversi anni Giorgio ha insegnato unihockey in un liceo sportivo. «In Svezia lo Stato vuole una popolazione attiva. Per questo la educa in modo da essere portata per le attività fisiche. Il liceo in Svezia è obbligatorio. E tutti possono scegliere uno sport come materia d’apprendimento. L’unihockey lassù è uno sport nazionale, un’istituzione». Grandi pianure, laghi, boschi, campi. Immense distese. Il paradiso, per Giorgio, che continua a dividersi tra la sua società, il Solfjäderstaden IBK, club con un enorme settore giovanile, e la scuola. «Lo scorso anno ho insegnato in una classe delle elementari – racconta –. È stato curioso. Perché io lo svedese non lo so ancora alla perfezione. E allora ho fatto un patto con i ragazzi. Io avrei insegnato loro la matematica e le altre materie. E loro mi avrebbero aiutato a migliorare il mio svedese. All’inizio è una lingua impegnativa, ti suona come una specie di cantilena».

Il coach delle donne
Nel 2011 Giorgio conosce Petra, una ragazza svedese che oggi è sua moglie. «A celebrare il matrimonio, la scorsa estate, è stato un prete donna. Gli svedesi si sono creati un po’ una loro religione. E badano molto alla parità dei sessi. Anche nello sport». E Giorgio lo sa bene visto che allena squadre femminili. «Lo sto facendo anche adesso, in questa mia nuova parentesi ticinese. Sono vice allenatore della Sportiva Unihockey Mendrisio, poi gestisco la squadra under 21. E infine sono commissario tecnico della nazionale femminile italiana». Ed è un compito non sempre facile quello di mantenere l’ordine in uno spogliatoio femminile. «Due maschi che non si sopportano possono comunque riuscire a giocare in squadra assieme. Due donne no. Lo sport al femminile necessita di una psicologia più fine».   

Il grande buio
Si torna a parlare di Svezia.  «Gli svedesi non sanno cucinare – scherza Giorgio –. Mettono il ketchup su qualunque cosa. Però su alcuni aspetti sono molto pratici. La dichiarazione delle tasse, ad esempio, ti arriva già compilata. Le imposte ti vengono già detratte dallo stipendio. Se tu sei d’accordo, mandi un sms e sei a posto. Forse è per questo che gli svedesi, in genere, non sono tanto forti nel risparmiare i soldi».
La luce. E il buio. Ancora una volta i due lati della medaglia. «L’estate svedese è fantastica. Ti godi tramonti interminabili. E stai in spiaggia a qualsiasi ora. L’inverno, invece, è terribile. Io mi salvo perché amo l’unihockey. Ci sono giornate in cui le ore di luce sono tre o quattro. A ottobre compare sempre sui giornali una pagina su come combattere la depressione d’inverno. È una malattia riconosciuta. È paradossale. Da una parte gli svedesi sono tanto socievoli. Dall’altra parecchio fragili, proprio a causa delle questioni climatiche». Giorgio rievoca le sue prime settimane in Svezia. Con un ultimo aneddoto spassoso. «Ho subito notato che nel mio appartamento, a ogni finestra c’era una luce da comodino. Gli svedesi, quando arriva l’inverno, le accendono tutte in contemporanea. È una terapia psicologica contro il buio. Un giorno incontro un conoscente che mi dice: “Ma tu non sei mai a casa? Le tue luci sono sempre spente”. In realtà in casa io c’ero. Ma per me, svizzero, abituato al risparmio energetico, era inconcepibile usare tutte quelle lampade».
 

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