Incontro con... Giuliana Pelli Grandini

L'INCONTRO — Scrivere è mettere una cornice a ricordi, dolori, gioie. Con il film Desolina, ha unito fotografia, musica e scrittura per raccontare storie inventate dal vero.

«

Scrivere è cercare la calma e, a volte, trovarla»

Giuliana Pelli Grandini

Quel che resta, alla fine, sono le esperienze provate da bambini.Così parlava il regista Truffaut, grande osservatore del mondo infantile e adolescenziale. Così è stato anche per Giuliana Pelli Grandini, che sceglie come oggetto-simbolo della sua vita un pianoforte. Non un pianoforte qualsiasi, ma il Burger&Jakobi d’occasione, dono del nonno Otto. «Avevo cinque o sei anni – ricorda – quando mio nonno decise di sostituire il vetusto e rauco pianoforte di casa con uno strumento tutto per me. Lo trovò a Paradiso, da un anziano professore tedesco… in un angolo, sotto una coperta, in attesa di venire adottato. Qualche anno più tardi, a causa di una malattia agli occhi, fui mandata a Dalpe, dove rimasi per un anno intero, sola, senza i miei fratelli, senza le amiche, senza poter andare a scuola. E fu ancora mio nonno a decidere di far trasportare lo strumento in montagna per consolare i miei occhi e la mia solitudine». A distanza di più di mezzo secolo, lo stesso pianoforte è passato al nipotino di Giuliana e, curiosamente, la stessa ditta di traslocatori di allora ha organizzato il viaggio a ritroso da Dalpe a Lugano.

Dalla musica a Desolina
«Con quel pianoforte, nonno Otto ha salvato la mia infanzia. Lo rivedo ancora, seduto accanto a me, paziente nel seguire i miei primi passi sulla tastiera. Grazie a mio nonno fotografo, ho scoperto in seguito anche la magia della camera oscura, gli odori, le ombre, i fondali e soprattutto la pazienza. Esperienze preziose per il mio futuro avvicinamento alla fotografia». Il desiderio di unire movimento, creatività e terapia porta Giuliana dapprima a studiare psicomotricità e successivamente a dare nuova forma alle sue esperienze terapeutiche con i bambini attraverso la scrittura. Proprio «per aver saputo raccontare il mondo ferito dei piccoli protagonisti, trasformando una testimonianza terapeutica in realtà di immagini e poesia universali» (questa la motivazione ufficiale), Giuliana riceve il Premio Schiller 2005 per il suo secondo libro La Mummia bambina. Atti unici. Piccole storie d’ombre infantili. Musica, teatro, fotografia, scrittura nelle sue diverse forme (dal saggio alla poesia): sembrava quasi inevitabile che il percorso di Giuliana Pelli Grandini approdasse al cinema, la settima arte che abbraccia tutte le altre. «Dieci anni fa – racconta – per ragioni di salute, ho dovuto interrompere l’attività terapeutica con i bambini e chiudere il mio studio. Sentivo comunque sempre forte l’esigenza di continuare a lavorare sulla relazione e sul profondo. Ho pensato quindi di riunire a casa Andreina, centro diurno della Unitas, un gruppetto di persone cieche, ipovedenti e vedenti, creando per loro uno spazio protetto dove potersi raccontare attraverso il sogno e la memoria». Giuliana, che da bambina aveva rischiato di perdere la vista, sceglie di dedicarsi a persone cieche, ipovedenti e vedenti. Tout se tient, direbbero i francesi… Di alcuni racconti scaturiti dall’esperienza a Casa Andreina testimonia il breve film Desolina. Musicate dalle impalpabili note di Glenn Gould, quattro storie inventate dal vero si inseguono tra canti, immagini artistiche, citazioni letterarie. Puro distillato di anime. «Ho realizzato questo breve film con l’entusiasmo per la scoperta di un nuovo modo di raccontare», afferma Giuliana, che continua comunque a scrivere: «lentamente ma tanto», sorride. Tutti i giorni, nel silenzio della sua abitazione luganese, oppure a Dalpe, «dove sono molto più veloce, ma per un breve racconto finito mi ci vogliono giorni, anche mesi».

Ricordi di un’infanzia colorata
Lontana dai salotti culturali, Giuliana ammette: «non scrivo solo per pubblicare, anche se è un’esperienza straordinaria e gratificante, e neppure per farmi conoscere. Scrivere è il mio modo di stare al mondo, di mettere una cornice attorno alle emozioni». Scrittura come terapia, quindi? «Forse, ma preferisco rispondere con le parole di Anna Maria Ortese: scrivere è cercare la calma, e qualche volta trovarla. Scrivere è tornare a casa». La casa, per Giuliana, è luogo di intimità, di condivisione affettiva. All’ingresso, una grande cornice raccoglie alcune vecchie foto, un percorso familiare che svela, tra le altre, la presenza della nonna paterna nata in Argentina, del papà bambino a Campione, della Cicipiccola (la mamma) e della piazzetta di Sachseln. In un angolo occhieggia anche lei, Giuliana, a due anni, imbronciata. «Ero gelosa, era appena nato il mio fratellino e tutti guardavano lui. Da bambina ero chiacchierina e insieme timida». Lo sguardo s’illumina a rievocare Otto, il nonno che, all’arrivo di ogni nuova primavera, la portava sul sentiero di Gandria a raccogliere le prime primule offrendole, al ritorno, l’ovomaltina fredda con la schiuma, sulla terrazza della Caravella a Cassarate. Ricordi di un’infanzia colorata che, chissà, in futuro potrebbero trasformarsi in…

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Testo: Giovanni Valerio
Foto: Annick Romanski
Pubblicazione:
lunedì 26.01.2015, ore 00:00


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