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Francis Doerr: «Elvis è per me un’isola in cui potermi rifugiare quando sono
triste o stressato»

Noray Yildiz: «Con il football ho imparato a gestire le situazioni difficili della vita»

Ken Meisel: «In Svizzera balliamo ancora sulla musica tradizionale country»

Riccardo Borasio: «Possedere una Harley Davidson non è più un fenomeno di nicchia»

Diego Allemann: «Chi non è americano afferma che qui è come essere in vacanza»

Natacha Michon:«Con la monta western non si può rimanere affascinati dall’Ovest americano»

Natacha, Fabrice e P’tit Lulu difenderanno il loro titolo svizzero.

Una presenza a stelle e strisce

La presenza nordamericana in Svizzera può essere discreta, come in questi esempi nelle tre regioni linguistiche del Paese.

Tutti noi, un giorno, abbiamo sognato di essere una rockstar. E magari ci siamo perfino sorpresi qualche volta a canticchiare Love me tender sotto la doccia. Una bella voce può talvolta offrire prospettive interessanti. Come è accaduto a Francis Doerr. In occasione di un concorso di karaoke, il suo talento è stato notato da un agente artistico. Tanto è bastato per lanciarlo nel mondo dello spettacolo. Aveva 23 anni. Da allora, questo fisioterapista indipendente di 51 anni si cala regolarmente nei panni – o per meglio dire nei costumi – di Elvis Presley per animare spettacoli, party o festival, riproducendo fin nel minimo gesto gli show tenuti dal Re del Rock negli anni ʼ70. La qualità delle sue performance gli è valsa numerosi titoli di campione svizzero, prima che il concorso venisse soppresso nel 2007. «Quando ti trovi sul palco, di fronte al pubblico, con addosso un costume di Elvis, sei è in preda a ogni genere di emozione», confessa Francis Doerr. «Sono al tempo stesso commosso e fiero di avere l’opportunità di essere lì, a fare quel che sto facendo. Elvis Presley è per me come un’isola in cui potermi rifugiare quando sono triste o stressato».

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Grande gioco di squadra
Oltre alla musica, degli USA conosciamo anche i due sport nazionali: il baseball e il football. Del secondo troviamo anche in Svizzera qualche «temerario». Per esempio in Ticino ci sono i Lugano Lakers, squadra di football americano ai più… sconosciuta: «molti non sanno che questo sport è praticato in Svizzera, con un proprio torneo» afferma Noray Yildiz di Barbengo che gioca con la maglia della squadra ticinese. Affascinato da quello che vedeva in televisione, quattro anni fa ha scoperto che esisteva un club e, assieme ad altri tre amici, ha provato allenandosi solamente. L’interesse è diventato passione e dopo le prime partite; ora allena gli «under 16» ed è anche arbitro nazionale. Oltre alle regole di gioco, i giocatori hanno pure assunto la mentalità americana; lo spirito che anima gli allenamenti e le partite è applicato nella vita di tutti i giorni: «quando giochiamo valgono il rispetto per se stessi e per gli altri, e la gestione di situazioni difficili.

Inline dance
Questo mi aiuta a crescere anche fuori dal campo» confida il giovane elettricista, che sostiene come il football sia una disciplina adatta a tutti, soprattutto ai ragazzi: «certo, è uno sport di contatto, ma non violento; ci si diverte e si impara il gioco di squadra».

Un grande fan dell’America è anche Roger Fraefel: «fin da bambino giocavo ai cowboy. Ancora oggi sono affascinato dalle praterie degli Stati Uniti, dalla vastità del Paese» afferma, precisando che gli piace pure la musica country. Con la  Line dance il macchinista di treni ha «portato» a casa sua un pezzo di America. Nel 2008 ha fondato a Basilea un gruppo di danza (i Basel City Stompers) e da allora si allena con una ventina di persone in questa danza dove tutti ballano in fila seguendo le stesse coreografie.  Così ogni settimana si incontrano con la coreografa Conny Schneuwly che dirige l’intero gruppo. All’inizio può sembrare diffiicle poiché ogni musica ha il suo sussegguirsi di passi. Lo sa anche  Ken Meisel che a 72 anni, continua a ballare con piacere. Questo nativo nordamericano vive da 45 anni in Svizzera ed è stata la moglie ad avvicinarlo alla Line dance. Negli Stati Uniti ha assistito a diversi spettacoli di questo particolare ballo: questo genere ha una tradizione negli Stati Uniti, mentre da noi è ancora una disciplina giovane: «non si possono paragonare questi eventi che si trasformano in feste… focose; in Svizzera balliamo su vera musica country, mentre negli Stati Uniti ho osservato che da tempo non si balla più in modo così autentico» conclude Meisel.  
Un altro influsso degli Stati Uniti è quello della Harley Davidson, la «regina» delle moto: «Non è più un fenomeno di nicchia. – afferma Riccardo Borasio, sale manager del garage Sprugasci Motorcycles a Lamone, una delle concessionarie ufficiali del marchio statunitense – Oggi a guidare queste motociclette non sono più teppisti o membri di gruppi vicini agli Hells Angels, ma, generalizzando il prototipo dell’Harleysta nostrano è una persona dai 40 anni in su, che sceglie la moto dopo un grande cambiamento nella sua vita. Inoltre, è anche una questione di costi: se un modello standard costa in media circa 20mila franchi, alcuni modelli modificati possono arrivare fino a 110-120mila» afferma Borasio.

Nessuna Harley è uguale a un’altra
A far conoscere questo mondo hanno pure contribuito i recenti grandi raduni delle Harley organizzati nelle città. Questi momenti hanno allargato il numero degli appassionati, trasformando il marchio in un fenomeno di massa: «una tendenza che si registra in Ticino, come nel resto della Svizzera. Sono aumentate le vendite delle moto nuove, senza contare il mercato dell’usato e degli accessori». Ma la vera forza della Harley è quella di personalizzarla, di crearsi una propria moto, unica; «è difficile vedere due moto uguali – continua Borasio – perché la Harley permette un’infinità di modifiche».

Un ristorante americano ad Aarau
Il nome del ristorante da solo è un programma. Se si entra passando per il gigantesco portone che dà direttamente sulla corte ci si crede effettivamente qualche parallelo più a ovest. Il «Go West» ha veramente l’aspetto di un saloon da qualche parte giù nel Texas – tanto all’esterno quanto all’interno. Il personale in completo da cowboy, compresa colt e cinturone, serve tipiche prelibatezza americane.  Il menu comprende hamburger e patate fritte. Come accompagnamento non può mancare invece la coleslaw, la tipica insalata a base di cavolo cappuccio. Ma si possono ordinare anche anelli di cipolla, bistecca di bisonte e costine. O se preferite: onion rings, bison steak e spare ribs. Queste ultime sono preparate in cortile, sul pezzo forte dell’intero ristorante: il grill dell’Oklahoma. «È la pietra angolare della nostra idea di gastronomia come esperienza da vivere», rileva il direttore Diego Allemann. «Vogliamo essere il più possibile autentici», racconta l’austriaco di nascita, che si presenta semplicemente come «Diego».
Anche gli ospiti statunitensi confermano che l’arredamento e l’ambiente sono veramente riusciti. «Dicono che sembra di essere a casa». E per chi non è americano la visita al «Go West» deve essere un po’ «come andare in vacanza – solo che si spende meno e si rispetta di più l’ambiente», osserva Diego strizzandoci l’occhio. L’idea piace: ogni mese più di 5.000 persone si sono avventurate in questo «viaggio in America». «Tutto questo è possibile solo grazie all’impegno dei nostri cowboy e delle nostre cowgirl, che creano un’atmosfera distesa e contribuiscono così in maniera rilevante al successo del nostro ristorante», rileva Diego Allemann.

Una passeggiata nella leggenda
Da qualche parte dentro ciascuno di noi, sonnecchia un cowboy o una cowgirl. Quel personaggio che ha popolato la nostra infanzia, che ci ha fatto sognare cavalcate in libertà nelle praterie del Far West. Un sogno che André Michon, 73 anni, è riuscito a realizzare. Ben 30 anni fa ha fondato il Ranch du bois d’Archan su una vasta prateria situata non lontano dalle foreste del Jorat, a nord di Losanna.
Farvi un’escursione è come immergersi tutto d’un colpo nella leggenda: saloon, recinzioni, scuderie per i cavalli… Ci sono perfino – solo per scopi scenografici – una prigione e la baracca dello sceriffo. Da allora il patriarca ha saputo trasmettere la sua passione ai discendenti. «Quando si pratica tutti i giorni la monta western, non si può che essere affascinati dall’Ovest americano, dai grandi spazi, dai cavalli selvaggi» riconosce la nipote Natacha. Anche se in sella a Rambo-Midnight, un paint horse di 15 anni, la giovane mantiene sempre i piedi per terra. Se l’America l’attira, i film western la lasciano indifferente: «Vedere dei cowboy uscire da un saloon, saltare a cavallo e partire al triplo galoppo non corrisponde alla realtà. È Hollywood! Un cavallo è un atleta. Prima di affrontare una prova, ha bisogno di scaldarsi».

Arrivata da poco, la nuova ambasciatrice è un’ottima osservatrice del nostro paese.

Che cosa sapeva della Svizzera prima di venirci?
Ero già stata in precedenza in Svizzera e l’ho sempre vista come un Paese nel quale il mondo intero si incontra. Durante i preparativi per la mia carica di ambasciatrice qui ho imparato molto altro sul vostro Paese, attraverso briefing, ricerche e divorando tanta letteratura svizzera. Mi aspettavo una nazione con un forte impegno per la famiglia, per l’ambiente, per la responsabilità e dotata di straordinaria ingegnosità.

Le sue attese si sono concretizzate?
Direi di gran lunga superate. Ero consapevole del fatto che i legami tra i nostri Paesi erano molto stretti e sono stata felice di poter attingere dall’enorme potenziale di collaborazione in materia di sicurezze e sviluppo per espandere ulteriormente i nostri legami economici. Che sia il commercio, i reciproci investimenti nelle rispettive economie nazionali, l’impegno contro gli estremismi di matrice violenta o gli eventi culturali tenuti in splendide location, mi sono resa conto che la profondità, l’entità e l’intensità di queste relazioni sono molto più grandi di quanto immaginassi.

Cosa dire degli svizzeri?
Quando le persone parlano della Svizzera, citano solitamente la puntualità, il cioccolato, il formaggio e il fatto che agli svizzeri prima di aprirsi nei confronti di un nuovo arrivato abbiano bisogno di un bel po’ di tempo. Posso confermare senza riserve i primi tre punti. Ma a differenza di quello che mi è stato detto ho avuto sin dal primo momento l’impressione che gli svizzeri sia un popolo molto caloroso e aperto. Sapevo anche che il sistema scolastico svizzero era eccellente, specialmente nel confronto internazionale. Non sapevo  nulla sul sistema di formazione professionale svizzero e ne sono diventata una ferma sostenitrice.

Che cosa «importerebbe» volentieri nel suo Paese?  
Credo che gli svizzeri apprezzino la varietà di competenze dei lavoratori. Capiscono quanto sia efficiente disporre di persone che abbiano concluso una formazione professionale ma anche di persone con alle spalle una formazione universitaria. Tutti mettono a frutto le proprie capacità per affrontare anche le sfide più impegnative. Noi americani non siamo ancora arrivati a questo punto, anche se ci siamo vicini: anche negli USA i tirocini stanno acquistando importanza.

Ritiene che gli svizzeri siano più simpatizzanti o più ostili all’America?  
Quello che ho notato, dialogando con svizzeri di ogni estrazione sociale, è che hanno un’idea molto differenziata sull’America, sulla sua politica e sul suo ruolo nel mondo. Molti raccontano delle loro vacanze e delle loro esperienze lavorative negli USA, delle amicizie che hanno stretto, del dinamismo e della voglia di fare nel mondo degli affari e della bellezza dei parchi nazionali. l

SOLUZIONE: elvis

Testo: Mirko Stoppa, Noëmi Kern, Jean PInesi
Foto: Christoph Kaminski, Sandro Mahler, Lucian Hunziker, Vanselow

Pubblicazione:
lunedì 18.05.2015, ore 11:00