Jean-Jacques Marchand: «Il Moesano gode di una maggiore autonomia rispetto al Ticino». (Foto: Hsaskia Cereghetti)

"Grigionitaliano"

Intervista: il prof. Jean-Jacques Marchand ha lasciato dopo dieci anni la direzione dei “Quaderni grigionitaliani”. Un bilancio e una riflessione sui rapporti Grigioni-Ticino. — ROCCO NOTARANGELO

Incontriamo il prof. Jean-Jacques Marchand (73 anni) a Bellinzona. Ci accoglie gioviale, empatico e con una sobria cadenza toscana (la mamma è fiorentina). Ordinario di letteratura italiana all’Uni Losanna fino al 2006, esperto internazionale di Machiavelli e accademico della Crusca, ha diretto la rivista Quaderni grigionitaliani (Qgi) per 10 anni, fino al n. 1/2017. Senza avere radici grigionesi. «Sì, è vero, e ho accettato l’incarico volentieri, come impegno civile per sostenere l’italianità in Svizzera. In realtà, conoscevo il Grigioni italiano per esserci passato e, meglio, sul piano letterario, per avere frequentato Grytzko Mascioni, poschiavino, e Remo Fasani, mesolcinese, e aver scritto sulle loro opere.

Qual è il bilancio di questi dieci anni alla direzione dei Qgi?
Pubblicare quasi 500 pagine all’anno, con tutto il lavoro di coordinamento fra i redattori e gli autori, e quello di revisione dei testi, ha rappresentato un notevole impegno.
Ma credo di avere imparato molto. Ho scoperto un territorio dall’immensa varietà di risorse – dalla storia alla lingua, dalle tradizioni alle arti – ed ancor più ho conosciuto persone di una grande ricchezza intellettuale.

Il tema identitario del Moesano è stato al centro della riflessione negli ultimi Qgi da lei diretto (n. 1/2017). Mesolcina e Calanca vivono una doppia appartenenza: legate linguisticamente ed economicamente al Bellinzonese, sono gelosi custodi del loro essere da 500 anni grigionesi. Come spiega questo “strabismo”?
Non è strabismo, ma doppia percezione positiva: ora del Ticino ora dei Grigioni, in funzione degli ambiti presi in considerazione. Nei mesolcinesi e calanchini è forte la coscienza di vivere in comuni e in comunità che godono di una maggiore autonomia rispetto al Ticino. Molti considerano che, essendo una minoranza linguistica, sono più tutelati nelle loro peculiarità locali che in Ticino.

A chi rimprovera al Moesano di “guardare sia a Bellinzona sia a Coira” e che sarebbe meglio che diventassero ticinesi, lo storico Marco Marcacci osserva con una punta di provocazione, che anche il Ticino dovrebbe allora far parte dell’Italia e non della Svizzera…
La risposta di Marco Marcacci mi pare del tutto giudiziosa. Quando il Paese è collocato fra varie entità politiche – ciò che comporta non pochi svantaggi – è giusto cercare di godere di ciò che l’una o l’altra delle entità limitrofe può portare di positivo.

Perché al Moesano non “conviene” aggregarsi al Ticino?
Perché potrebbero temere di non costituire una massa critica sufficiente, sul piano demografico ed economico, rispetto a più grandi entità per farsi “sentire” sul piano politico. Come è il caso, mi sembra, per le valli “laterali” del Ticino. Il Canton Grigioni è probabilmente più attento alle “voci” che vengono dalle valli italofone.

Qual è oggi il legame tra il Grigioni italiano e Coira?
È difficile dare una risposta valida per tutti. Esiste un’ambivalenza di sentimenti, le cui componenti variano da individuo a individuo. Dagli articoli che abbiamo pubblicato sui Qgi e dai contatti che ho avuto in questi anni, mi pare che da una parte alcuni abbiano l’impressione che le valli italofone, ed in particolare quelle più lontane e orientate verso il Ticino, siano un po’ trascurate dall’autorità centrale, ma che d’altra parte i moesani abbiano coscienza di godere di maggiori vantaggi politici ed economici dei ticinesi.

Se è controversa, se non impalpabile, l’identità grigionitaliana, a maggior ragione lo è quella della Svizzera italiana…
No, se si parte dall’idea che la Svizzera ha vari livelli di identità. Essere svizzeri italiani vuol dire essere svizzeri e di lingua italiana. È un sottoinsieme dell’identità elvetica, che si declina anche come ticinese e grigionese o ancora come valmaggese e poschiavino. Insomma, la Svizzera italiana esiste, anche se a Nord delle Alpi è usata spesso come sinonimo di Ticino.

Infatti, il Ticino viene spesso criticato per essersi appropriato del marchio “Svizzera italiana”, dando poco peso al Grigioni italiano. Lo vediamo anche nel dibattito sulla candidatura di Cassis a consigliere federale…
Fare questo rimprovero al Ticino rischia però di sfociare in una “guerra fra poveri”. La Confederazione si è formata ed è sopravvissuta in gran parte per il fatto che le varie minoranze sono sempre state sovrarappresentate. Ad eccezione forse nel Consiglio federale! Ora, la forte presenza in Ticino di poli importanti come Rsi, Usi, Supsi, fa sì che essi mobilitino notevoli mezzi finanziari che pesano sul piano politico, che suscitano critiche, malumori e incomprensioni, che vanno però a scapito di quanto si produce, si studia e si crea nel Grigioni italiano.

Negli anni scorsi, l’Ufficio federale di statistica e Avenir Suisse hanno immaginato il futuro della Svizzera in macroregioni al posto dei 26 cantoni, con lo scenario di una Svizzera italiana. Un’utopia?

Sì, è un’utopia e non ne vedo l’utilità. La fusione di cantoni o parte di essi in macroregioni si confronterebbe con resistenze enormi, creerebbe tensioni politiche per decenni. Basti pensare alla lunghissima vicenda della creazione del Giura.

Lo storico Sacha Zala, in un convegno del 2010, allora presidente della Pro Grigioni italiano, affermò che andava ridefinita la Svizzera italiana non più come comunità linguistico-territoriale (Ticino, Moesano, Bregaglia e Valposchiavo) ma aperta a tutti gli italofoni della Confederazione. Qual è la sua opinione?
Non so se Sacha Zala proponesse veramente di ridefinire la Svizzera italiana in questo modo. Dalle conversazioni che ho avuto con lui e dagli articoli che ho letto mi pare che voglia dire che la Confederazione dovrebbe prendere in considerazione il fatto che gli italofoni (ticinesi, grigionesi, italiani residenti in Svizzera) vivono anche in cantoni tedeschi e romandi e che sarebbe opportuno tenerne conto, statisticamente, nell’ambito della scuola, dell’educazione, della cultura e dell’informazione, e naturalmente in quello della rappresentatività negli organi federali e parafederali.

Fabrizio Keller nel n. 1/17 dei Qgi ha proposto l’abolizione della Pro Ticino e della Pro Grigioni per creare una Pro Svizzera italiana, così da avere più influenza presso la Confederazione. È fattibile?
È vero che all’epoca di internet, della mobilità, del melting pot culturale, il mantenimento di piccole società locali dal numero sempre più sparuto di membri, la distinzione fra ticinesi e grigionesi di lingua italiana potrebbe sambrare anacronistica e illogica. Eppure, anche in questo caso sarebbe controproducente fare tabula rasa di tutta una tradizione. Sarei invece favorevole ad una forma di collaborazione fra le tre società che diffondono la lingua e la cultura di lingua italiana in Svizzera: la Pro Ticino, la Pro Grigioni italiano e la Dante Alighieri. Ognuna di esse ha le sue specificità, ma a due a due, o tutte e tre, possono mettere insieme le forze per manifestazioni più ampie, e soprattutto per chiedere sostegni ai loro enti di riferimento.

Jean-Jacques Marchand (1944), già ordinario di letteratura italiana all’Uni Losanna e grande esperto di Machiavelli, ha diretto i “Quaderni grigionitaliani” dal 2006 al n. 1 del 2017. È membro dell’Accademia della Crusca. Il 23-24 settembre si terrà una gita culturale in Val Bregaglia ed Engadina con un dibattito a Vicosoprano sulle relazioni Grigioni-Ticino. Info: 079 621 81 64.

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