Grimbergen: brucia ma non si distrugge

L’abbazia dei preti-brasseur ha subito tre incendi nella sua storia, ma non si è mai arresa. Oggi i suoi abitanti non producono più birra ma continuano a mantenere viva la tradizione. — RAFFAELA BRIGNONI

A pochi chilometri dalla capitale belga si trova il comune di Grimbergen. Il pittoresco centro storico, dominato da un’imponente chiesa e dall’abbazia dell’ordine dei norbertini, nulla lascia trapelare del tormentato passato della località fiamminga.
Poco dopo la costruzione della chiesa, nel 1128, iniziò anche la produzione di birra da parte dei religiosi. «All’epoca era l’unica cosa che si poteva bere, visto che l’acqua era spesso infetta» ci spiega Padre Koen Meys, accompagnandoci nei corridoi dell’abbazia.

Padre Koen Meys ci accompagna all’interno dell’abbazia. Nel corridoio si nota la vetrata con la fenice.


I preti-brasseur divennero famosi per le loro creazioni ma non ebbero vita facile. L’abbazia venne bruciata una prima volta nel corso di una guerra nel 1142. Ricostruita, subì la stessa sorte nel 1566. I preti non si arresero, la riedificarono  e scelsero come simbolo una fenice e il motto «Ardet nec consumitur». «Brucia ma non si distrugge» ci racconta Padre Koen Meys mostrandoci la fenice e il detto latino su una colorata vetrata dell’abbazia. Non c’è due senza tre, ed ecco che con l’arrivo della rivoluzione francese, il complesso abbaziale venne arso di nuovo e la produzione di birra ebbe fine. Ma non per nulla il simbolo di Grimbergen è una fenice: non solo l’abbazia è tutt’oggi il fiore all’occhiello del comune, ma il suo nome è anche quello della seconda birra d’abbazia più importante del Belgio, esportata persino in Cina. «La produzione riprese in occasione dell’Esposizione universale del Belgio nel 1958» ci spiega l’abate Erik, assaporando una doppia ambrata. Apprendiamo che i religiosi cedettero i diritti e fornirono le ricette. Oggi la birra Grimbergen fa parte del Gruppo Carlsberg; solo le birre trappiste vengono ancora prodotte nei monasteri. Grimbergen – come altre birre abbaziali – non è più prodotta nell’abbazia ma i prelati continuano ad essere coinvolti nella produzione del prezioso nettare.

Passione per la sperimentazione
A differenza di altre birre abbaziali, la Grimbergen si distingue per l’uso di spezie e di malti tostati, così come per lieviti particolari, proprio come facevano già i padri norbertini secoli fa ed è questo che le conferisce un particolare sapore speziato. Anche la varietà di aromi è un segno distintivo di Grimbergen: i preti non avevano l’obbligo di sottostare a leggi di purezza in fatto di birra ed erano liberi di utilizzare diverse materie prime. Inoltre, è conosciuta la passione dei birrai belgi per la sperimentazione. Ne è prova la Grimbergen rossa, una birra dal marcato sapore fruttato. «Un tempo nei monasteri c’era più frutta di quanta i monaci potessero consumare; iniziarono così ad aggiungerla alla birra» ci spiega Yannick de Cocqeau, sommelier della birra.

Il complesso abbaziale di Grimbergen, fiore all’occhiello del piccolo comune belga.

Già, perché da qualche anno questa bevanda si è liberata dalla sua immagine proletaria e, per assaporarla  meglio, ecco alcuni trucchi del nostro sommelier: «È fondamentale che il bicchiere sia pulito, altrimenti non otterrete una bella schiuma. Questa dovrebbe essere alta due dita. Con i primi sorsi sentirete così la dolcezza della birra assieme all’amaro della schiuma. Versate senza far toccare la bottiglia al bicchiere, tenendolo inclinato a 45°. La birra non deve uscire a scatti dalla bottiglia, se siete troppo lenti e se vedete che non vi sta venendo una bella schiuma, allontanate di più la bottiglia» spiega dimostrando concretamente come servire una birra perfetta. «Ed è sempre bene iniziare da birre più leggere e passare a quelle più forti e non viceversa, altrimenti il vostro palato non percepirà le sfumature aromatiche».

Un mezzo di sostentamento  
Infatti è quello che fa a tavola l’abate Erik, che non nasconde il suo piacere per questo nettare particolare. «Non ne ho una preferita. Dipende dall’occasione e da quello che mangio. Viviamo seguendo alcune regole, è vero, ma ciò non ci impedisce di goderci la vita e le buone cose che essa ci offre» spiega alzando il calice. E anche se oggi sulle tavole dei preti norbertini la Grimbergen è più un’eccezione dedicata a momenti di convivialità che una necessità, la birra resta il loro mezzo di sostentamento. «È grazie alla birra se possiamo continuare a vivere qui» racconta sorridente Padre Koen Meys, facendo girare le copie dei manoscritti con la ricetta della loro birra, che attraverso i secoli ha saputo tenere alto il nome di Grimbergen.

Un calice di Grimbergen Blanche abbinata a un’insalata con petti di pollo.

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