Franz von Arx (a sinistra) ed Elio Müller davanti al loro gioiello esposto al «Sasso» sul San Gottardo. (Foto: Nicola Demaldi)

I cristalli limpidi più grandi delle Alpi

San Gottardo: nel 2008, Franz von Arx ed Elio Müller, ricercatori di cristalli, hanno portato alla luce un tesoro gigante, il più grande mai trovato finora. Il loro è un mestiere duro come il granito che lavorano. — Natalia Ferroni

Ancora oggi, a sette anni di distanza, quando vedo questi cristalli mi corrono i brividi giù per la schiena e il cuore mi batte più forte» dice il ricercatore di cristalli Franz von Arx. I suoi occhi s’illuminano di emozione e di luce riflessa dai cristalli. Davanti a noi, 1,5 tonnellate di cristalli giganti, un aggregato di tre metri per tre, con il pezzo singolo più grande che raggiunge un metro di altezza. Un gioiello imponente, esposto come la montagna l’ha consegnato. Ci troviamo sul San Gottardo, al «Sasso» (www.sasso-sangottardo.ch), l’ex fortezza di artiglieria dell’esercito svizzero – passato alla storia con il nome di «ridotto nazionale» – che oggi ospita, tra le altre cose, il più grande agglomerato cristallino mai rinvenuto nelle viscere delle Alpi. Accanto al neopensionato Franz von Arx, il suo compagno di squadra, il 29enne Elio Müller: entrambi urani doc, cresciuti ai piedi del massiccio del Gottardo, montanari, amanti della natura e ricercatori di cristalli. Al Planggenstock, la montagna che sovrasta il laghetto di Göscheneralp (UR), hanno passato mesi e mesi di gioie e dolori, tra pazienza e scariche d’adrenalina. «Sono convinto che un piacere condiviso vale il doppio» dice von Arx la scelta di andare in due a caccia di cristalli.

La roccia è come un Emmentaler

Il 65enne ricercatore professionista di minerali aveva già scoperto, assieme a Paul von Känel, nel 2005 un importante gruppo di cristalli al Planggenstock, oggi esposto al Museo di scienze naturali di Berna. Gli esperti del mestiere sanno che laddove si trova una sacca, ce n’è anche una seconda. Da allora, l’entrata del cunicolo porta le loro iniziali per avvertire eventuali avventori che questo sito è già occupato. Lì, a 2.600 metri d’altitudine, i lavori di ricerca si sono protratti per ulteriori quattro lunghe estati. «La roccia che ci interessa è come un Emmentaler: il granito deve avere delle cavità interne che tendenzialmente sono sferiche, così da poter contenere eventuali cristalli» spiega von Arx. La sfida, ieri come oggi, sta nel trovarle. «Una volta, i ricercatori di minerali partivano con pane e esplosivo nello zaino» racconta von Arx. Oggi, noi abbiamo qualche attrezzo in più, ma lo sforzo fisico è rimasto invariato e la fortuna è sempre ancora decisiva. Ma qual era il sentimento al momento della scoperta, per la seconda volta nel 2008, di un importante reperto? «Non abbiamo spiccicato una parola. Ci trovavamo con molta umiltà e gratitudine davanti a un enorme agglomerato di cristalli: dopo 18-20 milioni di anni siamo stati noi i primi a vederli. Ci sentivamo un po’ come le levatrici di questo gioiello» risponde von Arx. «Sa, abbiamo il sentimento che anche i cristalli siano contenti di essere scoperti: brillano come i nostri occhi – interviene Elio Müller –. Perché capita anche di vederli distrutti dall’acqua o dall’erosione. Insomma, la massima qualità la trovi solo nel 3 o 4% sul totale che rinveniamo». «Anzi, mi sono convinto che i cristalli abbiano un compito: quello di insegnarci a stupirci» aggiunge von Arx. Ma dopo queste scoperte, c’è ancora la speranza di trovare altri cristalli? «È vero, il massiccio del San Gottardo e dintorni è già ben perlustrato, ma fin quando ci sono le montagne di granito, ci saranno tesori».

Tra rocce e cifre

Come geologo, il passo alla costruzione di gallerie è breve. E con più esperienza acquisivo,
più importanti diventavano i cantieri. Allo stesso tempo ho lasciato la roccia per dedicarmi alle cifre: ad Alptransit, il nostro ufficio, all’interno della direzione dei lavori, vegliava affinché i costi preventivati fossero rispettati. Il lavoro si faceva ancora più interessante, in occasione degli imprevisti: da un lato le rivendicazioni, dall’altro le contrattazioni. La mia formazione geologica di base mi tornava utile.
Ho lavorato per Alptransit dal 2008 al 2014. Prima ero a Vienna, e prima ancora in Baviera. Dopo la galleria di base, ho trovato lavoro in Vallese. La gente mi chiede dove mi sento a casa, anche perché sono nato ancora in un altro posto: a Berlino. Oggi, posso dire che sono legato al Ticino. Qui è nato il secondo figlio, qui abitiamo, anche se durante la settimana io mi sposto in Vallese. Quand’ero a Vienna, avevo la possibilità di andare a lavorare in Romania, ma con mia moglie abbiamo scelto il Ticino, soprattutto perché si trattava di collaborare al «cantiere del secolo». Non c’è miglior biglietto da visita di un progetto con così tanta visibilità.



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Pubblicazione:
lunedì 21.12.2015, ore 00:00