Marco Volken è tra la decina di professionisti in Svizzera che riescono a vivere come fotografi di montagna.

«I paesaggi? Una nostra
costruzione mentale»

L'INTERVISTA — L’alpinista e autore Marco Volken sulla sua professione, le montagne, i rifugi alpini, le «Disneyland alpine» e i cambiamenti climatici ad alta quota.

Cooperazione: Com’è nata la sua passione per la montagna?
Marco Volken: La passione per la montagna è parte del DNA della mia famiglia; mio padre andava in montagna e già un mio bis-bis-bis nonno è salito sulla Jungfrau nel lontano 1811.  C’è una dinastia di guide alpine Volken. Per quanto mi concerne mi sono avvicinato alla montagna soprattutto grazie alle attività giovanili del Club Alpino di Lugano.

Dunque durante la gioventù ha conosciuto soprattutto le  Alpi ticinesi?
Si, ma non solo. Siamo andati spesso pure in Vallese, nei Grigioni nel canton Uri.  

Lei ha conseguito il dottorato in fisica ma poi ha deciso di fare il fotografo/giornalista di montagna come professionista. Una decisione radicale. Come mai?
Quando ho finito gli studi non mi sentivo soddisfatto. Facevo ricerche in un ambito talmente specializzato che potevo condividere la mia esperienza solo con poche persone al mondo. Ma a me interessava il contatto con la gente. In questo momento si è aperta un’occasione, e con un buon amico nel 1994 ho aperto «Per Pedes», un’agenzia di trekking ed escursioni a piedi. Accanto  a questa attività ho lavorato come giornalista fotografo e autore di libri di montagna. Col tempo ciò è diventato il mio compito principale e  ho smesso di fare la guida.

Il Mont brulé, nella val d‘Entremont (canton Vallese) sguardo nella direzione delll'Aguille d‘Argentière.

Il Mont brulé, nella val d‘Entremont (canton Vallese) sguardo nella direzione delll'Aguille d‘Argentière.
http://www.cooperazione.ch/I+paesaggi_+Una+nostra+costruzione+mentale Il Mont brulé, nella val d‘Entremont (canton Vallese) sguardo nella direzione delll'Aguille d‘Argentière.
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È una forma di fotografia molto particolare: non si possono mettere le luci come in uno studio....»

Oggi le fotografie sono onnipresenti anche grazie agli smartphone. Questo sviluppo ha cambiato la sua professione?
Effettivamente vengono fatte molte fotografie, ma sono convinto che a livello professionistico sono ancora necessari talento e preparazione. In Svizzera siamo circa dieci professionisti che riusciamo a vivere come fotografi di montagna.

Quali sono le difficoltà?
È una forma di fotografia molto particolare. Non si possono mettere le luci come in uno studio. Il sole non si può spostare. Bisogna saper osservare, aspettare e conoscere bene i ritmi e tempi della natura. Le escursioni vanno pianificate nei dettagli, inoltre ci vuole una buona preparazione fisica, visto che parliamo di fare tanto dislivello.

Lei ha fatto escursioni e arrampicate in tutta la Svizzera. Ci sono mete che preferisce?
Ci sono tanti posti che mi piacciono, in particolare luoghi poco conosciuti, senza teleferiche, né alberghi, né rifugi alpini. Il contatto diretto e immediato con la natura in questi posti è sempre più intenso.

In generale nelle Alpi si può però costatare un aumento di costruzioni turistiche come ponti tibetani oppure piattaforme «Sky Walk». Alcuni parlano di «Disneyland», altri di circo alpino. Come valuta questo sviluppo?
Le «Disneyland alpine» non mi disturbano se sono concentrate in pochi posti e in spazi ristretti. Se c’è ad esempio un circo alpino ad Andermatt, non mi dà fastidio. Un altro problema sono, invece, i manufatti che vengono creati in posti periferici. Prendiamo un ponte tibetano. Sono favorevole ad una costruzione quando è necessaria per collegare le due sponde di una valle; ma se si costruisce un ponte solo per attirare le masse non sono favorevole.

In Ticino si diffondono sempre più feste alpine sui monti oppure in capanna…
…questo è un altro problema perché per arrivare a queste feste sempre più spesso si fa uso dell’elicottero. Sono completamente contrario a questa prassi. Il noto giornalista e alpinista Teresio Valsesia diceva che la montagna è fatica e silenzio; con un elicottero non si fa fatica e si fa rumore. È il con-trario del concetto della montagna.

Quest’affermazione ci dà lo spunto per parlare di capanne e rifugi alpini. Sempre più capanne vengono ristrutturate in modo abbastanza lussuoso. Invece di rifugi con semplici dormitori, si trovano piccoli alberghi in quota. Cosa pensa di questo sviluppo?  
In Svizzera ci sono circa 500 capanne e rifugi. Ritengo ci sia spazio per un ampio ventaglio di architettura. Ad esempio la nuova capanna Cristallina mi piace molto, ma non vorrei che tutti i rifugi fossero fatti in questo modo. I rifugi alpini semplici rimarranno sempre, anche perché non ci sono soldi a sufficienza per ristrutturarli tutti. Ma poi si deve pur vedere che una nuova tipologia di capanne con un certo standard è stata in grado di attirare una nuova clientela come le famiglie, e non solo alpinisti. Ci sono rifugi che si prestano pure per seminari, dove la gente sta per una settimana. In questi posti anche una doccia calda va bene. Ma la doccia non è necessaria dove la gente si ferma solo per una notte, è importante diversificare.

Sempre più capanne ad alta quota soffrono di mancanza di acqua potabile. Perché?
Tanti rifugi una volta avevano sorgenti, nevai oppure ghiacciai nelle vicinanze che portavano acqua potabile. Adesso, con il cambiamento del clima, questi sono spariti. Perciò diversi rifugi hanno problemi. Si parla persino di chiudere certe capanne, ad esempio la capanna Concordia, visto che ogni anno si deve aggiungere un pezzo di scala per arrivare dal ghiacciaio del Aletsch alle capanna.

Nel 1996 lei ha pubblicato come co-autore il libro «Klimaspuren», tracce del clima, che tematizza il cambiamento del clima nelle Alpi. Oggi cosa è cambiato?
L’effetto più evidente è che spariscono i nevai, i ghiacciai si ritirano. Molte pareti a Nord che erano di ghiaccio sono oggi pareti di roccia, i terreni diventano più friabili. Noi alpinisti vediamo tutti i giorni questi effetti. Per la gente che abita in basso ciò è  meno evidente. Ma saranno toccati anche loro, perché il materiale un giorno scenderà  a valle. Nei prossimi decenni, i pericoli naturali interesseranno anche regioni oggi ritenute sicure.

Con il suo apparecchio fotografico ha immortalato questi avvenimenti, ma soprattutto la grande bellezza delle montagne. Ci ha impressionato un volume di foto sulla Greina che ha pubblicato con altri quattro fotografi.
La Greina a cavallo fra Ticino e Grigioni è un posto unico… È un paesaggio molto interessante, ma ciò che ho trovato affascinante in questo lavoro è come cinque fotografi vedano diversamente lo stesso paesaggio, la percezione di un paesaggio è molto soggettiva. Per ognuno di noi cinque la Greina è qualcosa di diverso. Detto in altre parole: i paesaggi sono una nostra costruzione mentale.

Dai grandi paesaggi alla città. Lei ha pure scritto un libro di escursioni a piedi nella città di Zurigo. Cosa significa passeggiare nella città nella quale si abita?
Per me è importante fotografare ed esplorare i posti che conosco. Non vado in Himalaya, a Spitzbergen oppure in Patagonia. Cerco di esplorare i miei dintorni e come alpinista non devo neppure raggiungere la vetta. Credo che tanta gente oggi vive nella città senza conoscerla. Già girando in bici si è troppo veloci; camminando si può veramente vivere e capire l’ambiente, capire com’è organizzata una città. Vivo da quasi trent’anni a Zurigo, ma ho conosciuto la città solo grazie al libro «Camminare a Zurigo».

Marco Volken



Marco Volken è nato a Milano nel 1965. È attinente di Fiesch e Fieschertal nel Vallese, sua madre è di Leukerbad. I posti più importante per Marco Volken sono però Lugano, dove è cresciuto, e Zurigo, dove si è trasferito per gli studi di fisica presso il Politecnico e dove vive. Ha lavorato presso l’Istituto per lo studio della neve e delle valanghe SLF a Davos e come assistente ETH nell’ambito della fisica dell’atmosfera. Nel 1994 ha cambiato strada, lavorando come guida trekking e giornalista-fotografo. È autore di innumerevoli articoli e foto-reportage sulle Alpi pubblicati su riviste prestigiose e di libri e guide alpine. Ha appena pubblicato un volume sulla «Pilatusbahn» e una guida di escursioni nella zona del San Gottardo.



LINK
www.marcovolken.ch

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Testo: Gerhard Lob
Foto: Nicola Demaldi
Pubblicazione:
lunedì 14.07.2014, ore 00:00


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