Vedendo i moderni trasporti attraverso il tunnel, si fatica a pensare che un tempo tutto avveniva a dorso di mulo.

Ieri erano muli, oggi
moderni autocarri

Il Forum della storia svizzera illustra, attraverso un’esposizione sotto forma di percorso interattivo, i primi passi ancora incerti mossi dal nostro Paese verso l’attuale forma di Stato.

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Se si dà retta ai politici, si potrebbe credere che la libera circolazione di persone, merci e capitali sia un’invenzione del XXI secolo. In realtà già otto secoli fa numerosi accordi bilaterali garantivano pace e benessere alla Svizzera. O perlomeno al nucleo primigenio del nostro Paese: Uri, Svitto e Untervaldo. Tutto ciò viene descritto in modo chiaro dall’esposizione «Le origini della Svizzera. In cammino dal XII al XIV secolo» allestita dal Forum della storia svizzera di Svitto. I curatori dell’esposizione presentano la Svizzera primitiva in tre diversi contesti: come Confederazione all’interno dell’Europa, come crocevia del commercio e del passaggio attraverso le Alpi e come fulcro delle prime alleanze.

I selvaggi delle Alpi
Per il «Sacro Romano Impero», che all’epoca si estendeva su gran parte dell’attuale Europa, Svizzera compresa, i selvaggi abitanti delle Alpi non esistevano neppure. Mentre le sedicenti élite europee, i cavalieri, «liberavano» Gerusalemme con la prima crociata, provocando un bagno di sangue tra cristiani, ebrei e musulmani, e mentre all’Università di Bologna si tenevano le prime lezioni sul diritto commerciale, gli Svizzeri primitivi passavano la maggior parte del tempo a lottare per la loro sopravvivenza quotidiana. «I viaggi e il trasporto delle merci attraverso il San Gottardo esistevano già da molto tempo» afferma Renate Amuat, responsabile del settore formazione e comunicazione al Forum della storia svizzera. «A cavallo tra XII e XIII secolo, tuttavia, il Passo del San Gottardo divenne sempre più importante». Tutto ciò fu all’origine di grandi cambiamenti: «Vennero costruite nuove strade, colonne di portatori locali cominciarono a trasportare merci e viaggiatori oltre le cime delle montagne, e per andare da Lucerna a Milano ci volevano quattro giorni di viaggio». Improvvisamente, grazie alla conversione all’allevamento di bestiame e ai flussi di commercio che attraversavano le Alpi, nacquero delle occasioni di guadagno: spezie e seta dall’Asia, sale, ma anche vino venivano trasportati da sud a nord, mentre le pellicce, i panni di lana, il formaggio e il bestiame percorrevano la via opposta. Gli abitanti della Svizzera primitiva non erano un popolo pacifico come spesso vengono dipinti, afferma Amuat. Si litigava sui diritti riguardanti la terra e i diritti d’uso, il popolo insorse contro il convento di Einsiedeln, tanto che i valligiani Svittesi vennero persino scomunicati. Nel XIV secolo, tuttavia, si prese consapevolezza di un fatto: i commerci attraverso il San Gottardo potevano funzionare solo se ci si metteva d’accordo e si riusciva a garantire un minimo di sicurezza. I cantoni primitivi strinsero così diverse alleanze, come quella del 1315 sancita dal Patto di Morgarten. Più tardi vennero stipulati contratti con Lucerna, allora una metropoli commerciale, in cui venne coinvolta anche Zurigo.

La fine della cavalleria
Ma torniamo al XIV secolo: a quell’epoca, se si desiderava emanciparsi, bisognava farlo correttamente. L’esposizione di Svitto si apre con un cavaliere di nome Leopoldo messosi in cammino per insegnare le buone maniere ai Confederati. Quella spedizione non fu molto fortunata, e nel 1386, a Sempach, naufragò completamente, dopo essersi scontrata con gente cocciutissima come un certo Winkelried. Quel giorno coincise con la fine di un’epoca, quella dei cavalieri.

Lavorare nel tunnel è come essere un astronauta, mettendo i piedi ogni giorno su un pezzo di terra sconosciuta. Come ingegnere civile, specializzato in costruzione di gallerie, devo avanzare nello sconosciuto, non ho degli standard come gli ingegneri che costruiscono una casa. Lì sì che vedi dove vai a parare. Per il nostro mestiere occorrono tanta flessibilità, inventiva, curiosità e un certo spirito di avventura. Ma non sono vacanze «adventure»: il nostro è un lavoro troppo pericoloso. La nostra funzione di ingegnere richiede molto intuito e spirito reattivo. Magari è proprio questo che mi affascina: l’ignoto e l’aver a che fare con una scienza non precisa. Negli otto anni che ho lavorato al cantiere Alptransit non mi sono mai annoiato. Tra gli operatori si è creato un bel senso di appartenenza e solidarietà. Si sono instaurati molti contatti interessanti con uomini che vengono da regioni e mestieri differenti. Perché, anche qui, non c’è la formazione di minatore. Seguivo 800 operai, tra cui Nino, che mi ha insegnato l’italiano. Nella mia funzione diventi quasi la «mamma» della compagnia, s’instaura un forte senso di famiglia. È vero: ho un lavoro da sogno.

L’esposizione di Svitto affascina e coinvolge grazie alla sua chiarezza e immediatezza: improvvisamente ci si ritrova di fronte a un mulo, a una vacca morta o a uno scudo vecchio di otto secoli, si sente il frastuono della battaglia, si possono leggere manoscritti originali o farsi fotografare nei panni di un cavaliere o di una damigella. E qualcuno si rammarica pensando che le lezioni di storia a scuola avrebbero potuto essere altrettanto appassionanti!

Testo: Franz Bamert
Foto: Keystone, Schweizerisches Nationalmuseum; intervista raccolta da Mélanie Haab


Pubblicazione:
lunedì 12.10.2015, ore 00:00