L’attore locarnese impegnato su un set cittadino, allestito tra le vie della Città Eterna.

Igor Horvat e l'amore per il teatro

A diciotto anni è emigrato dal Ticino in Italia e non è più tornato. Da oltre un decennio vive nella capitale italiana.  — MATTIA BERTOLDI

L attore è colui che sa indossare più maschere. Ma anche al di fuori delle scene Igor Horvat (39 anni, nato a Faido ma cresciuto a Minusio) deve fare i conti con molteplici identità. «La mia famiglia ha origini croate, ma ho passato i primi 18 anni della mia vita in Ticino e ora vivo da più di 20 anni in Italia. Fa quindi parte della mia natura ricercare un’identità, una dinamica di vita che mi permetta di integrare aspetti culturali appartenenti a Paesi molto diversi tra loro».
L’Italia l’ha attratto subito dopo la conclusione del liceo, a Locarno, dove tra l’altro ha preso parte alle prime recite tea­trali. «Avevo due scelte: iscrivermi all’università o investire un anno in quello che sentivo come una vera e propria passione artistica. Così mi sono trasferito in Italia, a Milano, perché il mio punto di riferimento era (ed è) il teatro di parola. Mi sono candidato a diverse accademie e infine sono stato accettato dalla Scuola di Teatro Paolo Grassi».
Il percorso artistico coincide con un viaggio di emigrazione abbastanza agevole. «Sì, è vero: in Italia la burocrazia rende complicate anche le più piccole incombenze quotidiane, ma all’epoca non ci facevo molto caso. Una volta diplomato, ho abitato altri quattro anni a
Milano fino a quando non ho sentito il bisogno di cambiare».
Destinazione: caput mundi. «Avevo già lavorato diverse volte a Roma e lì avevo parecchi amici e conoscenti. Mi è sembrato quindi ovvio spostarmi nella capitale, che mi ha presentato nuovi pro e contro. Tra i primi, bisogna sicuramente dire che la Città Eterna è un museo a cielo aperto e ti offre scorci imperdibili. Tra i secondi, la difficoltà nello spostarsi: io non ho mai posseduto un’automobile e a volte è davvero un’impresa presentarsi in un dato luogo a un determinato orario utilizzando i mezzi pubblici». La capitale italiana è ormai diventata la base dell’attore 39enne, che convive con la compagna di origini romane.
Il teatro lo obbliga però spesso a spostarsi, ultimamente anche in Ticino: una dimensione di continua mobilità in cui lui si trova benissimo. «Sarà la storia della mia famiglia, sarà il mio carattere, ma io non amo rimanere troppo fermo. A Roma mi trovo benissimo, anche perché viaggio molto per lavoro, ma se un giorno dovessi cambiare per un’altra città, allora direi Parigi. La Francia mi affascina da tempo, e un giorno sarebbe bello vivere e lavorare lì».

La malcantonese Filomena Ferrari è un fulgido caso di emigrazione nel Belpaese.

Sono pochi gli emigranti ticinesi che hanno saputo distinguersi su suolo italiano al punto di essere ricordati nel nome di vie e piazze. In questa cerchia ristretta, da un paio di mesi figura anche il nome di Filomena Ferrari, che a Millesimo (in provincia di Savona) ha saputo lasciare il segno.
Nata Gagliardi nel 1836 a Monteggio, Filomena Ferrara fu protagonista dello sviluppo industriale della Val Bormida, compresa tra Piemonte e Liguria. Emigrò a Millesimo nel 1859 e aiutò il marito a condurre una fornace. A 39 anni rimase vedova e con cinque figli a carico, ma non mollò: continuò a gestire l’attività e contribuì al rilancio economico e industriale dell’intera regione. Nel 1890 costruì una nuova fornace e nel 1904 una seconda, in provincia di Cuneo. Nel 1908 partecipò all’esposizione Internazionale delle Industrie e delle Produzioni di Genova, dove conseguì il “Diploma di Grand Prix e Medaglia d’oro” per le sue attività produttive. Nei primi anni del XX secolo arrivò ad avere circa 200 dipendenti. Filomena morì nel 1915, ma la fornace di Millesimo le sopravvisse per quasi 70 anni. E oggi c’è anche una strada che la ricorda.

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