Nicolangelo Lombardoni nel suo laboratorio di Savosa ha già riparato centinaia di affascinanti apparecchi radio.

Il «medico delle radio»

Nicolangelo Lombardoni vive in Ticino dagli anni ottanta. Ora in pensione si dedica al suo passatempo: ridare vita a vecchi apparecchi radio e grammofoni.

La prima immagine che ti affiora alla mente, chissà come mai, è quella di Don Camillo e Peppone. Chiudi gli occhi e, d’un tratto, ti ritrovi in quell’atmosfera da primo dopoguerra. Se non altro perché sono proprio opere cinematografiche simili a mostrare come, a metà Novecento, le notizie giungevano nelle case grazie alle radio. Apparecchi di dimensioni e peso notevoli, che oggi farebbero sorridere. Ma che hanno segnato la storia della comunicazione.

Nicolangelo Lombardoni, classe 1940, è uno che è cresciuto a pane e radio. Fin dai primi anni di vita. «Sul finire della Seconda guerra mondiale la mia famiglia viveva in provincia di Bergamo», racconta. «La sera scendevamo in cantina e, nascosti sotto una coperta, per non farci sentire, ascoltavamo Radio Monteceneri (l’attuale Rete Uno RSI, ndr), che dalla Svizzera faceva giungere in Italia la propria voce neutrale». Di certo il regime fascista non gradiva. Così come detestava Radio Londra, che dalla Gran Bretagna trasmetteva commenti ben diversi dai discorsi di regime. «Ricordo ancora la carismatica voce del colonnello Harold Stevens, con il suo italiano dall’accento inglese. Quando parlava di “polenta gialla”, si riferiva alla nostra regione. Per ovvie ragioni, il linguaggio era codificato».

Oggi Lombardoni, dopo una vita nel settore radiotelevisivo, è in pensione. Nel suo laboratorio di Savosa, a due passi da Lugano, ha già riportato centinaia di rarità agli antichi splendori. Vedendolo lavorare, pare un medico al capezzale di un paziente. Documentato, preciso, amorevole. «Reperire i pezzi e le valvole è un’impresa ardua», puntualizza. «A cavallo della guerra, in Svizzera si conteggiavano oltre venti produttori. Le valvole e i componenti erano quasi tutti stranieri. L’assemblaggio avveniva però in patria, su licenza: un trucchetto per evitare dazi doganali eccessivi, in un periodo di ristrettezze». Sono una quarantina, al momento, i suoi gioielli. Eppure lui non si definisce un collezionista in senso stretto. «Conosco persone che farebbero salti mortali per accaparrarsi un certo modello. È una sorta di collezionismo compulsivo. Io, invece, con questo passatempo torno alla gioventù. In più, mi dedico a varie ricerche, ho elaborato testi sul restauro dei mobili delle radio d’epoca, sulla bachelite e sulle sigle delle vecchie valvole termoioniche».

È un uomo tutto da scoprire, «Nick». Lo chiamavano così, tra il 1959 e il 1960, durante un periodo di studio negli Stati Uniti, presso la University of Michigan. «Per un ragazzo di provincia, fu uno sbarco in un nuovo mondo, in senso lato», commenta. A colpirlo, i paradossi a stelle e strisce. «Girando per gli Stati del Sud, rimasi impressionato dalla discriminazione razziale: le toilette per bianchi e quelle per i neri; e i pochi sedili, in fondo agli autobus, su cui gli afroamericani erano autorizzati a sedersi. Viceversa, sotto il profilo tecnologico si era avanti anni luce rispetto all’Europa. La nostra università, per esempio, possedeva già uno studio televisivo interno».

La prima Disneyland, sorta poco prima. E poi il deserto dell’Arizona, da attraversare con una riserva d’acqua, per non rischiare la morte («Pareva di essere stati catapultati in un film»). Fino alla scoperta di un passatempo oggi divenuto universale, il bowling («Noi eravamo abituati alle bocce e lì mi resi conto che agli Americani piace fare le cose più in grande»). Memorie che si miscelano alla perfezione, per una strana alchimia, con l’attività svolta da lì innanzi.

«Nel 1964 arrivai per la prima volta a Lugano», precisa Nicolangelo Lombardoni. «All’epoca lavoravo per la filiale europea di un’importante compagnia californiana che produceva registratori professionali a nastro magnetico». Sarà stato amore a prima vista? Di fatto, nonostante i viaggi in Europa, Nord Africa e Medio Oriente, all’inizio degli anni Ottanta mette radici in Ticino, per non ripartirvi più. «Nel frattempo avevo collaborato con i personaggi più disparati. Da Walter Chiari, celebre volto della televisione italiana, all’austriaco Herbert von Karajan, uno dei più dotati direttori d’orchestra di tutti i tempi, purtroppo macchiatosi con il nazismo. Fenomeno e despota insieme. Era sordo e girava in Ferrari».

Mentre parla, Nicolangelo s’incammina verso uno scaffale e ne estrae una radio decisamente meno piacevole, allo sguardo, rispetto alle altre. «A proposito, questo era un economico apparecchio popolare del Terzo Reich», mi annuncia. «La sua qualità era mediocre e riusciva a captare solo le stazioni tedesche che trasmettevano con segnali molto potenti. In Italia, invece, Mussolini fece progettare modelli talmente validi da dover venire poi piombati per eliminare l’ascolto delle reti straniere».

Ma per quale ragione conservare cimeli tanto infelici? «Per ricordare alle future generazioni i gravi pericoli che si corrono quando l’informazione non è libera». Si ferma un attimo, il «medico delle radio». Così le sue parole finiscono per pesare ancora di più. «Sa che tra il 1958 e il 1959 ho girato l’Italia in Lambretta?», mi chiede all’improvviso, per sdrammatizzare. Ma questa è un’altra storia.

In pillole

http://www.cooperazione.ch/Il+_medico+delle+radio_ Il «medico delle radio»

Nato nel 1940 a Cantù (Como), naturalizzato nel 1993, risiede stabilmente a Lugano dal 1981.
Professione: tecnico radio-televisivo in pensione dal 1999. Ha ricoperto ruoli dirigenziali in aziende svizzere, italiane e americane. È grato alla sua compianta moglie per avergli permesso di rimanere con i piedi per terra e per non averlo spinto alla carriera a tutti i costi. 
Il sogno più grande: diventare nonno e trascorrere il resto della vita senza ulteriori problemi di salute e di famiglia.
Piatto preferito: «Ahimè, sono sempre a dieta».
Letture preferite: in lingua inglese, dai best-seller alla saggistica. «Se la sera non leggo, non mi addormento».
Hobby: il restauro di apparecchi radio e grammofoni d'epoca.
Consiglia: una visita al Museo della radio, Monte Ceneri.

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Testo: Thomas Carta

Fotografia:
Sandro Mahler
Pubblicazione:
lunedì 07.10.2013, ore 14:00


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